Comune di Brescia - Assessorato alla Partecipazione

Convegno
I quartieri a Brescia: partecipazione e cittadinanza attiva

(sala del Consiglio comunale, Palazzo Loggia, 12 marzo 2007)

 

 

L'esperienza storica dei consigli di quartiere a Brescia

 Maurilio Lovatti

 

Delineo brevemente alcuni cenni storici sullo sviluppo del movimento dei consigli di quartiere a Brescia, cercando di individuare alcune caratteristiche di questa esperienza di partecipazione e decentramento. Il periodo considerato va dal 1967 al 1978, anno in cui il Consiglio comunale di Brescia nominò i consigli di Circoscrizione sulla base della legge 278 sul decentramento amministrativo dell'aprile del 1976; nel 1980 le Circoscrizioni furono elette a suffragio universale per la prima volta nella nostra città.
L'arco temporale 1967-1978 può essere diviso in due periodi: dal 1967 al 1972 abbiamo la fase "spontanea" dei consigli di quartiere, dal 1972 al 1978 la fase istituzionalizzata. Le principali informazioni sulla storia dei consigli di quartiere sono tratte dal libro Governare la città del 1978 (1).
Prima del 1967, l'organizzazione di gruppi di cittadini per sollecitare la soluzione di specifici problemi del quartiere particolarmente sentiti, invece, avvenne frequentemente già negli anni 1965-66 (Borgo Trento, S. Bartolomeo, S. Polo, Mompiano, Villaggio Prealpino). Ma furono tutte esperienze brevissime, legate alla singola rivendicazione, che non ebbero continuità e non affrontarono globalmente i problemi del quartiere.
Le prime esperienze di movimento a livello di quartiere iniziarono intorno al 1967, in zone di periferia come Lamarmora, Folzano, Chiesanuova, S. Polo, Mompiano, zone con problemi di disgregazione e isolamento dal tessuto culturale e civile della città. Furono esperienze del tutto spontanee e spesso si spensero perché, isolate dal contesto più generale della città, non riuscirono a costituire momenti di reale confronto con l'amministrazione comunale, la quale non procedette, nonostante le sollecitazioni provenienti da quei quartieri e da alcune forze politiche e sociali, al pur minimo atto di sostegno se non di riconoscimento.
Il primo gruppo di cittadini che si costituì pubblicamente come "comitato di quartiere", fu quello di S. Polo, con un volantino del 26 gennaio 1967. La prima iniziativa fu una tavola rotonda, tenuta il primo febbraio sui problemi della frazione, con la partecipazione degli assessori ai lavori pubblici e all'urbanistica. Nello Stesso periodo si costituì il comitato di quartiere a Mompiano. Alla prima assemblea, il 27-3-'67, parteciparono circa 200 persone. Problemi trattati: scuola media, aree verdi e viabilità.
La "spontaneità", per quanto riguarda la composizione, i temi di discussione e le modalità di riunione di questi comitati promotori, non ha significato l'esclusione dei militanti di forze politiche organizzate. Una delle caratteristiche dell'esperienza bresciana è stata, anzi, il singolare intreccio tra spontaneità e coscienza politica che in essa si è venuto a determinare.
Militanti dei partiti della sinistra e cattolici, soprattutto aclisti, vi diedero un grande apporto e contribuirono in maniera decisiva alla trasformazione dei "gruppi di discussione" in "comitati promotori dei consigli di quartiere". PCI, PSIUP, ACLI, le forze che si manifestarono più sensibili a quanto di nuovo avveniva nella società, compresero come da uno sviluppo spontaneo e non codificato fin dalle fasi iniziali, potesse derivare un vero salto di qualità nel governo della città e nuova linfa, nuovo vigore per le loro stesse organizzazioni, per il loro modo di far politica.
Il punto cruciale della discussione, sia nei comitati promotori sia nelle assemblee, fu quello del metodo di elezione dei consigli, che dovevano subentrare a queste prime forme di partecipazione. Due furono le soluzioni adottate: in alcuni quartieri l'elezione diretta da parte dell'assemblea, in altri l'elezione a suffragio universale.
Alla fine del 1970 erano già operanti cinque quartieri, in altri quattro erano imminenti le elezioni, in otto vi erano forti movimenti di partecipazione (2). Un dato politicamente significativo fu la volontà unitaria, che si manifestò ovunque attraverso la presentazione di liste unitarie.
Elezioni autogestite in assemblea si fecero in quartieri come Borgo Trento il 17.11.1970, Mompiano il 20.11.1970, S. Eufemia il 20.11.1970, Urago il 4.12.1970; elezioni a suffragio universale, con la partecipazione di 1700 cittadini, si tennero a Chiusure, in quattro turni nei diversi rioni, da febbraio a maggio del 1971.
Negli anni fra il '70 e il '72, l'iniziativa sul piano organizzativo (il ruolo dell'assemblea di quartiere e la ricerca di forme di coordinamento fra quartieri) e sui piano istituzionale, cioè la battaglia per un riconoscimento da parte del Comune che non ledesse l'autonomia, fu nettamente prioritaria, rispetto a problemi di contenuto della politica cittadina, e portò al risultato, nel luglio del '72, del riconoscimento formale dei quartieri da parte dell'amministrazione comunale.
Ben presto in realtà nel movimento si precisarono due linee a proposito del rapporto con l'ente locale; i sostenitori della prima, che concepivano i quartieri quali strumenti di pressione nei confronti dell'amministrazione, non ritenevano che il rapporto dovesse essere formalizzato, pena la perdita della caratteristica fondamentale dei nuovi organismi, cioè l'autonomia. Tale impostazione, rimasta fortemente minoritaria, e nel corso della vicenda sconfitta, era decisamente in contraddizione con l'esigenza da tutti avanzata di un reale potere nella formazione e nella gestione delle scelte del Comune. Questa esigenza trovava sbocco, in sostanza, in una "seconda linea" che, senza voler rinunciare minimamente a tutto il patrimonio di autonomia conquistato nei quartieri, chiedeva che a questi fosse riconosciuto un peso effettivo all'interno del Comune, impostando un lavoro articolato e preciso affinché il riconoscimento non si traducesse nello svuotamento dei caratteri positivi dell'esperienza partecipativa.
La creazione di un comitato di coordinamento fra i quartieri - avvenuta nel giugno del 1971 di fronte all'esigenza di scambio di esperienze fra i vari consigli, sia tramite lo scambio di documenti, sia attraverso riunioni congiunte di commissioni specifiche per problemi - fu un passo ulteriore sul terreno della costruzione di una presenza nuova nel tessuto sociale e politico della città. L'assemblea generale dei consigli di quartiere, in data 5 giugno '71, chiese un "immediato riconoscimento ufficiale" sulla base di un documento in cui, dopo l'affermazione che riconoscimento non doveva significare regolamentazione del comportamento e delle decisioni del consiglio - si chiedeva:
" 1) il Comune prenda atto dei principi che ispirano gli attuali regolamenti e statuti che i consigli - per mezzo delle assemblee - si sono dati;
2) di concordare con i consigli di quartiere le delimitazioni delle aree in cui operano i consigli stessi;
3) di fornire ai consigli i mezzi e gli strumenti per poter espletare il loro ruolo. In particolare le sedi per le riunioni del consiglio di quartiere e per le assemblee di quartiere. A questo proposito l'assemblea chiede l'immediata messa a disposizione di aule delle scuole elementari e medie - ivi compresa l'aula magna -".
Il consiglio comunale approvò la delibera di riconoscimento dei consigli di quartiere il 28.7.72, con voto favorevole da parte di tutti i partiti del centro-sinistra (tranne il PSDI che si astenne) e con l'astensione del PCI. Anche i liberali votarono a favore, mentre il MSI contro.
Le attribuzioni conferite ai consigli (titolo IV della delibera), erano così stabilite:
"a) esame e proposte in ordine ai problemi comunali riguardanti direttamente il quartiere, in relazione alla situazione generale del Comune, al bilancio comunale e agli indirizzi programmatici dell'amministrazione;
b) esame e proposte sull'espletamento dei servizi comunali e delle attività relative che abbiano diretto riferimento alle esigenze della popolazione residente nei singoli confini territoriali;
c) proposte per studi e ricerche interessanti il quartiere;
d) esame e parere, dietro richiesta dell'amministrazione, su problemi riguardanti il quartiere. I provvedimenti dell'amministrazione che disattendono in tutto o in parte le proposte ed i pareri espressi dai consigli di quartiere, per quanto indicato al presente punto IV) devono indicarne i motivi".
Le elezioni a suffragio universale, con l'estensione del diritto di voto ai diciottenni, previste dalla delibera di riconoscimento dei quartieri del 1972 (nonostante la maggiore età fosse per legge stabilita a 21 anni fino al 1974) si svolsero in sei tornate elettorali fra il giugno 1973 e novembre 1974. In tutto furono eletti 30 consigli di quartiere, di cui 11 con popolazione inferiore ai 5000 abitanti, 11 con popolazione compresa fra 5.000 e 10.000 abitanti e 8 con popolazione superiore ai 10.000 abitanti.
I piccoli quartieri, quelli cioè con popolazione inferiore ai 5.000 abitanti sono 11 e precisamente: Folzano, Fornaci, Bettole Buffalora, Caionvico, S. Bartolomeo, S. Eufemia, S. Polo, Casazza, Villaggio Badia, Violino, 1° Maggio.
I quartieri medi, quelli con popolazione da 5.001 a 10.000 abitanti, sono pure 11, e precisamente: Porta Milano, Don Bosco, Fiumicello, Lamarmora, Mompiano, Villaggio Prealpino, Chiesanuova, Villaggio Sereno, Centro Storico Sud, S. Rocchino Costalunga, Crocifissa di Rosa.
I grandi quartieri, con popolazione superiore ai 10.000 abitanti, sono i seguenti 8:
Brescia Antica, Borgo Trento, Centro Nord, Chiusure, Porta Cremona, Porta Venezia, Urago Mella, S. Eustacchio.
Vi sono quindi rilevanti differenze nella popolazione dei quartieri, che però riflettono la storia delle singole comunità locali: si va dai 17.308 abitanti del quartiere di Porta Cremona - Volta, ai soli 1.277 di Folzano, frazione periferica che ha una sua ben precisa identità.
La lista unica era obbligatoria, in realtà, solo se preventivamente approvata dalla assemblea preelettorale del quartiere, con la presenza di almeno il 6% degli elettori e con la maggioranza qualificata di quattro quinti dei presenti. Diversamente erano possibili liste diverse. In caso di lista unica si potevano esprimere preferenze fino ad un quarto del numero dei consiglieri da eleggere. In caso di più liste, vigeva il sistema proporzionale, con al massimo quattro preferenze individuali. Benché il quorum del 6% sia stato raggiunto solo in pochi quartieri, in tutti si è votato con lista unica.
A seconda della percentuale più o meno elevata dei votanti, si possono suddividere i quartieri in tre classi:
I classe: quartieri che hanno avuto una percentuale di votanti superiore al 50%. Si tratta di 8 quartieri, e precisamente: Villaggio Badia, Violino, Caionvico, Fornaci, Chiesanuova, 1° Maggio, Folzano, Bettole Buffalora.
II classe: quartieri che hanno avuto una percentuale di votanti compresa tra il 25% e il 50%. Si tratta di 15 quartieri, e precisamente: Casazza, Don Bosco, Porta Milano, S. Rocchino Costalunga, Villaggio Sereno, Villaggio Prealpino, Fiumicello, Crocifissa di Rosa, S. Polo, Porta Cremona, Urago Mella, Centro Storico Sud, S. Eustacchio, Porta Venezia, Centro Nord.
III classe: quartieri che hanno avuto una percentuale di votanti inferiore al 25%. Si tratta di 7 quartieri, e precisamente: Chiusure, Lamarmora, S. Bartolomeo, S. Eufemia, Borgo Trento, Mompiano, Brescia Antica.
Il periodo di validità della delibera del '72 scadeva alla fine di novembre del '74, contemporaneamente all'elezione a suffragio universale degli ultimi consigli di quartiere. Tuttavia la consultazione della commissione consiliare al decentramento con i quartieri in vista del nuovo regolamento iniziò solo nel 1975.
La prima riunione della commissione consiliare al decentramento con i quartieri, sull'assetto definitivo da dare agli stessi, si tenne il 5 febbraio '75. In questa occasione i rappresentanti dei quartieri concordarono con un documento, presentato dal consiglio di Crocifissa di Rosa, in cui si proponeva, invece di una nuova delibera, una modifica all'ultima parte di quella del '72, quella parte cioè relativa alle attribuzioni dei consigli. In tale documento si chiedeva che i quartieri fossero obbligatoriamente consultati sui bilanci e sui piani comunali e su tutte le questioni attinenti il quartiere, in termini non vincolanti per l'amministrazione comunale la quale, comunque, avrebbe dovuto indicare le motivazioni di eventuali provvedimenti contrari ai pareri espressi. Sebbene la commissione al decentramento accettasse in sostanza le proposte dei quartieri e su tale base formulasse in seguito una ipotesi di nuova delibera, la Giunta nominò un proprio gruppo di lavoro, per mediare, si disse, fra le indicazioni della commissione e quelle risultanti da un documento, di fatto contrapposto, che fu allora presentato dal PSI. Ma il gruppo di lavoro languiva e i tempi divennero estremamente ristretti, prossimi come si era alle elezioni amministrative. Solamente la presa di posizione di 38 consiglieri di quartiere, in gran parte aclisti (14 marzo 1975) e l'opera di pressione tenace svolta dall'assessore al decentramento Battista Fenaroli, insieme all'impegno dei comunisti all'interno della commissione al decentramento, permisero finalmente e in grave ritardo di giungere ad una ipotesi di delibera da far esaminare ai quartieri. La proposta della Giunta manteneva inalterate alcune caratteristiche di fondo dell'esperienza dei quartieri, quali il numero dei quartieri (30), la durata in carica (due anni), il ruolo dell'assemblea. Questa posizione fu assunta anche grazie alla rigorosa difesa delle richieste dei quartieri e in particolare dei "38" svolta in Giunta dall'assessore al decentramento Fenaroli. Ma i quartieri riscontravano anche molti aspetti negativi nella proposta di regolamento. Nel giro di pochi giorni si riunirono tutti i consigli e proposero numerosi emendamenti. Il 4 aprile il coordinamento cittadino dei consigli di quartiere raccolse tutti gli emendamenti emersi, compresi quelli del gruppo "dei 38", in un documento. Si chiedeva la consultazione preventiva per le licenze edilizie, la deliberatività delle assemblee di quartiere, l'eliminazione di molte norme burocratiche relative alla vita interna dei consigli di quartiere, l'introduzione dello statuto di quartiere, la modifica di alcune procedure di consultazione, specie sui bilanci annuali del Comune. Queste proposte trovarono l'unanime consenso di tutti i consiglieri di quartiere. Dopo un ulteriore incontro con la commissione consiliare al decentramento in cui i rappresentanti dei quartieri, il 15 aprile 1975, riaffermarono queste richieste, che furono in gran parte accolte, il consiglio comunale approvò, il 30 aprile, la nuova delibera. Votarono a favore gli esponenti di tutti i partiti, salvo quelli della destra liberale e missina.

Una caratteristica rilevante del movimento dei quartieri a Brescia può essere rintracciata nel rifiuto, sempre consapevole, dei consigli di quartiere di limitarsi ad una visione localistica o "campanilistica" dei problemi della città, com'è dimostrato dall'efficacia e vitalità dei momenti di coordinamento cittadino dei consigli di quartiere, che non si limitarono ai temi relativi alle modifiche del regolamento. In particolare molto significative furono le esperienze di coordinamento sui temi del bilancio preventivo del Comune e sul Piano regolatore. Il comitato di coordinamento dei consigli di quartiere si strutturò in modo permanente dal 1973 e dal 26 settembre 1974 si articolò in commissioni (urbanistica, scuola e cultura, servizi sociali, trasporti).
Per quanto riguarda la consultazione sul bilancio preventivo, particolarmente significativa fu quella relativa al bilancio del '75 durata, dal settembre '74 al febbraio '75. Ciò per vari motivi; innanzi tutto perché per la prima volta ci si è avvicinati, anche se parzialmente, al metodo proposto dai consigli di quartiere. Inoltre, in questo periodo il coordinamento cittadino dei consigli di quartiere acquisì un'efficienza ed articolazione notevoli, in seguito mai più raggiunte; infine, nella fase finale, si verificò un duro scontro fra Giunta e quartieri. La proposta dei quartieri di discutere preventivamente il bilancio, fu accolta dall'assessore al bilancio, il socialista Albino De Tavonatti, nella riunione del 9 settembre del 1974.
Successivamente, il coordinamento cittadino dei consigli di quartiere si riunì il 24 settembre, presso l'assessorato al decentramento, e approvò all'unanimità la proposta di presentare all'assessore le seguenti modalità di consultazione:
1) conferenza di tutti i consigli di quartiere sull'impostazione generale del bilancio, sulla base di una relazione scritta dall'assessore fatta conoscere preventivamente;
2) incontri fra assessori e gruppi di quartieri per raccogliere le esigenze e le proposte dei vari quartieri;
3) elaborazione della bozza da parte della Giunta e relativo invio ai quartieri per sentire i loro pareri;
4) discussione finale, possibilmente in consiglio comunale, aperto alla partecipazione di rappresentanti di quartiere a titolo consultivo.
Questa scelta è molto simile a quella che sarà accolta dalla delibera del 1975. Le commissioni cercarono di individuare una serie precisa di priorità, sia il tipo di interventi da privilegiare nell'ambito di un settore prioritario. Si riteneva non significativo stabilire ad esempio l'assistenza quale priorità, se non si definiva contemporaneamente quale tipo di intervento assistenziale si voleva. Le commissioni lavorarono dal 3 al 22 ottobre e presentarono le loro relazioni il giorno 24 al coordinamento che le approvò. Nel frattempo, l'assessore al bilancio aveva inviato, in data 10 ottobre, la relazione introduttiva per l'assemblea richiesta dai quartieri. In questa relazione, dopo aver sottolineato la positività della "partecipazione diretta e preliminare dei consigli di quartiere" alla formazione del bilancio, nell'indicare "gli indirizzi di sviluppo", si elencava una lista di proposte di investimento e, indicando fra i 4 e i 5 miliardi la cifra prevista per gli investimenti, si dava per scontata, senza porla in discussione, la scelta del bilancio in pareggio.
Infine il 22 gennaio 1975, l'assessore trasmise ai quartieri la bozza di bilancio, convocandoli in tre gruppi nelle sere del 3, 4 e 5 febbraio alla Cavallerizza. I quartieri rimasero in gran parte insoddisfatti, riscontrando che solo una piccola parte delle richieste avanzate era stata accolta (3), ma se non altro venne sostanzialmente recepita dall'Amministrazione la procedura di consultazione proposta dai quartieri, che fu inserita nel regolamento del '75.

Per quanto riguarda il Piano Regolatore, la vicenda fu lunga e tormentata.
La richiesta di revisione del piano regolatore generale della città da parte dei quartieri avvenne durante un'assemblea tenuta alla Cavallerizza il 27 dicembre 1972. Occasione e spunto fu la vicenda, di rilievo cittadino, delle servitù militari sulla Maddalena. Da mesi il problema della concessione di una rilevante servitù alla NATO, sulla cima del colle, era oggetto di polemiche sulla stampa dei partiti e sui giornali locali.
L'assemblea cittadina venne indetta dai consigli di quartiere di Porta Venezia e di Sant'Eufemia che invitarono l'amministrazione comunale ad intervenire. Dal problema specifico il dibattito si allargò ai temi del rapporto fra il Comune e lo Stato, sollevati dall'intervento dell'assessore Bazoli che rappresentava la Giunta.
Da parte dei consiglieri di quartiere presenti si sottolineò il contributo che dagli organismi della partecipazione poteva venire al rafforzamento della battaglia contro le servitù militari e si chiese di porre mano alla revisione del piano regolatore, facendovi attivamente partecipare la cittadinanza.
Vigeva allora un piano regolatore approvato nel 1961, ma adottato dal consiglio comunale fin dal lontano 1959, comunemente noto come Piano-Morini. Si trattava di un pessimo piano regolatore. Infatti la capacità insediativa corrispondente alle previsioni del piano risultava incredibilmente enorme e sproporzionata (circa 800.000 abitanti). Di conseguenza era lasciato ampio spazio all'uso indiscriminato del territorio, mentre mancava qualsiasi inversione di tendenza rispetto alla precedente normativa urbanistica, che aveva consentito la più selvaggia e indiscriminata edificazione al di fuori di ogni programmazione.
Inoltre era previsto un rapporto bassissimo tra uso pubblico e uso privato del territorio. La dotazione di aree vincolate era pari infatti solo a 3,4 mq/ab. e praticamente le aree disponibili all'uso residenziale coprivano oltre l'80% del territorio comunale. Inoltre anche per le cosiddette "aree agricole" erano consentiti indici di fabbricabilità che oggi definiamo "urbani".
All'inizio di gennaio del 1973 si venne a conoscenza che l'assessorato all'urbanistica stava studiando la variante al piano regolatore. La sera del 25 gennaio, i rappresentanti dei consigli di quartiere, riuniti nel coordinamento presso la saletta del vicolo Due Torri, chiesero ufficialmente in visione la variante del PRG prima che questa fosse adottata dal consiglio comunale.
Nella variante le previsioni di incremento demografico si fermavano a 540.000 abitanti, contro gli 800.000 del piano Morini vigente. I 3 metri quadrati per abitante di aree per verde, scuole e servizi previsti in quel piano, erano ora elevati ad almeno 18 metri quadrati. Per la valorizzazione e conservazione del centro storico si faceva riferimento a piani particolareggiati "da stabilire dopo gli studi e le discussioni future".
La richiesta dei quartieri di conoscere il piano prima della sua adozione fu accolta e il 29 marzo, in Loggia, l'ipotesi di variante al PRG, preventivamente inviata ai quartieri, venne illustrata dall'assessore all'urbanistica. Alcuni consigli di quartiere indicarono già in quella sede alcune scelte e obiettivi che ritenevano irrinunciabili.
La maggior parte degli intervenuti (Chiusure, Violino, P. Venezia, S. Eufemia, Prealpino e Mompiano) insistettero sulla necessità di salvaguardare il verde e in modo particolare le colline; venne chiesto il vincolo totale per S. Anna e la Maddalena e inoltre alcuni quartieri chiesero vincoli per aree specifiche. Il quartiere Centro Nord chiese che venisse tutelato il centro storico, bloccando speculazioni private e impedendo l'espulsione degli abitanti meno abbienti e sottolineò la necessità di piani particolareggiati di intervento. Rappresentanti di vari quartieri affrontarono il tema di Brescia 2, chiedendo che, per la parte di convenzione non ancora realizzata (circa i 2/3), venissero ridotti gli indici di edificabilità e uniformate le clausole alle prescrizioni della variante.
Durante il mese di aprile fu tutto un susseguirsi di riunioni dei vari consigli di quartiere, anche se ovviamente non tutti i consigli furono in grado di individuare rapidamente proposte alternative precise, soprattutto in merito alle aree da vincolare. Inoltre non tutti i CdQ erano già costituiti, per cui per alcune "zone" del piano non ci fu il contributo dei quartieri. Anche il coordinamento dedicò due intere riunioni alla variante del PRG: lunedì 9 e mercoledì 18 aprile 1973.
Benché ogni quartiere avesse sue richieste specifiche, si verificò subito una convergenza generalizzata su alcune questioni di fondo. Positiva fu la valutazione sul reperimento dei 18 mq/ab., anche se venne criticato il fatto che tale indice era calcolato non per ogni quartiere, ma sulla base di comprensori urbani più ampi, e quindi alcune zone molto edificate avevano il "loro verde" relativamente lontano. Vasta convergenza si verificò anche sulla necessità di salvaguardare le colline e di tutelare il centro storico dalle ristrutturazioni speculative. Un certo dibattito si sviluppò sul piano per l'edilizia economica e popolare, che veniva discusso parallelamente alla variante del PRG. Questo piano concentrava in un insediamento di 13.500 vani a S. Polo i vari piani di zona che prevedevano edificazioni distribuite nella città senza alcun criterio di intervento riformatore sui territorio. Si trattava di un'ipotesi suggestiva perché consentiva al Comune di intervenire su un'area vastissima, urbanizzarla, introdurvi vincoli, stabilire la tipologia delle case da costruire, operare quindi un'azione pianificatrice completamente nuova rispetto al passato. Evidentemente concentrare a S. Polo la gran parte dello sforzo dell'amministrazione comunale per l'edilizia economica significava per molti quartieri rinunciare ad eventuali interventi per case popolari nelle rispettive zone. Ma la capacità di superare tentazioni campanilistiche era ormai consolidata e tutti i quartieri, dopo un attento esame, diedero la loro approvazione all'ipotesi di S. Polo. Queste prese di posizione sull'edilizia economica e popolare erano tanto più importanti se si considera che, proprio in quei giorni, il sindaco Bruno Boni aveva pubblicamente espresso le sue "perplessità" sull'ipotesi di S. Polo (dichiarazione del 10 aprile).
Il coordinamento del 18 decise di convocare un'assemblea generale di tutti i consigli di quartiere per tirare le somme del dibattito sulla variante. L'assemblea si svolse il 30 aprile. Dopo un ampio ed approfondito dibattito venne discussa ed approvata all'unanimità questa mozione, che tra l'altro proponeva il vincolo totale a verde pubblico attrezzato della Collina di S. Anna (compreso il versante ovest); vincolo totale della Maddalena e piano particolareggiato paesistico per la sommità, ponendo anche un limite ristretto per l'altezza delle costruzioni; vincolo paesistico per tutte le colline in attesa di piani particolareggiati da concordare con i vari consigli di quartiere; il blocco delle aree non ancora edificate per "Brescia 2" in attesa che venga definito un nuovo piano particolareggiato che riveda gli indici di edificabilità; il blocco delle licenze edilizie per il "centro storico" in attesa della stesura del nuovo piano particolareggiato. Si chiedeva inoltre di subordinare la costruzione di nuove strade di grande viabilità alle esigenze degli insediamenti urbani esistenti in accordo con i consigli di quartiere interessati e di esaminare ed eliminare le cause di inquinamento in relazione agli insediamenti industriali vecchi e di nuova progettazione in collaborazione anche con i Comuni limitrofi.
Il consiglio comunale discusse ed approvò la variante al PRG il 5.6.1973.
Nel documento approvato si esprimeva un giudizio positivo sul metodo della consultazione preventiva con i consigli di quartiere e le organizzazioni sindacali. Era un autorevole riconoscimento del ruolo positivo svolto dai quartieri. Per quanto concerne le colline, l'obiettivo dei consigli di quartiere era pienamente raggiunto per S. Anna e la Maddalena, mentre per quanto riguarda il colle di S. Giuseppe veniva fatta salva la convenzione di lottizzazione già stipulata e il vincolo riguardava solo la parte residua. Per Brescia 2 si affermava l'impegno ad approvare rapidamente una variante che riducesse la volumetria prevista. Il documento si pronunciava inoltre per un'immediata acquisizione delle aree verdi vincolate. Purtroppo questo importante impegno non si è tradotto poi in corrispondenti stanziamenti nei bilanci preventivi degli anni successivi ('74, '75 e '76) e la realizzazione di parchi e giardini è stata molto lenta, ma i risultati ottenuti sono ancora sotto gli occhi di tutti. Si prendeva anche atto, nel documento approvato dal consiglio comunale, della necessità di un rilancio delle attrezzature collettive e sociali che capovolgesse le tradizionali carenze delle passate amministrazioni in questo settore. Veniva ribadito l'impegno ad utilizzare le leggi per l'edilizia economica e popolare (la 167 e la 865). Per quanto riguarda il centro storico veniva accolto il principio di introdurre nella normativa del piano severe norme di tutela al fine di impedire ristrutturazioni private indiscriminate. Il documento approvato si concludeva con l'impegno di far partecipare i consigli di quartiere alla gestione della variante del PRG.
Pur considerato il mancato vincolo totale di S. Giuseppe (che fu una rilevante sconfitta della volontà dei quartieri di salvaguardare il verde e le colline) e di alcune aree di minore importanza, in contrasto con le richieste di singoli quartieri, tuttavia le proposte avanzate dal movimento dei consigli di quartiere erano state complessivamente accolte.
Una nuova revisione del piano regolatore generale della città si impose quando una nuova legge urbanistica regionale (la n. 51 dell'aprile 1975) prescrisse che gli standard delle aree vincolate per servizi e verde pubblico passassero da 18 a 26,5 mq./ab. e fissò in un anno il periodo massimo per adeguare i piani a tutte le norme della legge. Nell'assemblea generale dei quartieri del 22 luglio indetta dal coordinamento cittadino molti interventi richiamarono la necessità di un rapido adeguamento del PRG.
A novembre (1975) si venne a sapere che nonostante le vacanze fossero finite da quasi tre mesi e i tempi stringessero, l'assessorato non aveva ancora iniziato a preparare la variante. Quasi tutti i consigli di quartiere sottoscrissero un appello al Sindaco e all'assessore all'urbanistica, proposto dal consiglio di S. Eustacchio, che diceva: "I sottoscritti consigli di quartiere chiedono che la presentazione ai consigli della proposta di variante al PRG per l'adeguamento alla legge urbanistica regionale avvenga entro la prima metà del gennaio 1976, ciò per poter iniziare sollecitamente la consultazione fra consigli e Giunta e lasciare quindi un congruo lasso di tempo prima di giungere alla definitiva approvazione della variante entro l'aprile 1976, termine tassativamente previsto dalla legge regionale e ribadito dall'accordo fra i partiti dell'arco costituzionale. Nonostante ciò la consultazione con i quartieri iniziò solamente in marzo e fu caratterizzata da una lentezza esasperante. Secondo le intenzioni espresse dall'assessore, ai quartieri sarebbero dovuto essere presentati, in fasi successive, vari aspetti della variante. Il 2 marzo vennero presentate le "proposte di ubicazione di complessi di attrezzature amministrative e socio-culturali-sanitarie nell'ambito del piano del sistema dei servizi sociali in Brescia". I quartieri discussero tali proposte durante il mese di marzo. Il giorno 30 l'assessore convocò un'assemblea di tutti i rappresentanti dei consigli di quartiere per raccogliere i pareri emersi dai quartieri. I quartieri pur condividendo la proposta del Comune di dividere la città in dieci comprensori (raggruppanti in media tre quartieri) alfine di prospettare un grosso complesso di servizi in ogni zona, insistettero sulla necessità di privilegiare la realizzazione di nuclei di servizi sociali con bacini di utenza molto più ristretti. Quasi tutti i consigli si espressero a favore di una rapida utilizzazione per i servizi socio-culturali delle strutture esistenti già di proprietà del Comune e di altri enti pubblici.
A queste proposte relative alle strutture socio-culturali e sanitarie avrebbe dovuto seguire il piano relativo al verde e alle attrezzature ricreative e sportive. In realtà per molti mesi i consigli di quartiere non seppero più nulla. In agosto la variante al piano regolatore fu presentata al consiglio comunale. Con un inspiegabile, e mai ufficialmente giustificato ritardo, l'ipotesi di Piano venne trasmessa ai quartieri solo a fine ottobre. La più rilevante novità introdotta dalla proposta di variante - inevitabile perché derivante da disposizioni di legge - riguardava, come detto, l'aumento della dotazione di aree per verde e servizi fino a raggiungere lo standard di 26,5 mq./ab. e "una più attendibile valutazione e specificazione dello sviluppo nel prossimo decennio" determinato in base alle nuove norme della legge regionale. A questi due aspetti va aggiunto il piano quadro dei servizi che per la prima volta impostava una programmazione e una distribuzione razionale dei servizi collettivi nei quartieri.
Per quanto riguardava il dimensionamento, la variante prevedeva un incremento abitativo nel decennio pari a 12.500 persone (di cui 10.000 dovute ad incremento demografico naturale e le restanti come saldo fra il flusso immigratorio e quello migratorio).
Dai dati statistici risultava che circa 69.000 persone vivevano in alloggi con numero di vani inferiore allo standard medio considerato civile che fa corrispondere un vano ad ogni abitante. Pertanto il fabbisogno arretrato veniva valutato in circa 20.000 vani. Sommando questa cifra al numero di vani corrispondente all'incremento abitativo si otteneva un fabbisogno complessivo pari a 32.500 vani. Tale cifra non considerava però i 15.000 vani sfitti esistenti. A fronte di questo fabbisogno, la variante prospettava interventi per circa 40.000 vani. Di questi la metà circa era riservato ad edilizia pubblica o convenzionata, il resto era lasciato all'iniziativa privata. Questo rapporto di parità fra edilizia pubblica e privata era una novità assoluta per Brescia. Per quanto riguarda gli standards minimi di aree vincolate, questi erano garantiti in ogni comprensorio urbano. I comprensori scendevano dai 10 proposti in marzo a 9, perché l'assessorato aveva fatto proprio il suggerimento dei consigli di quartiere della zona nord della città di procedere ad un diverso azzonamento (radiale anziché trasversale).. Sulla base della divisione in zone veniva definito il
piano quadro dei servizi che definiva l'ubicazione di tutte le attrezzature collettive (asili e scuole dell'obbligo, centri sociali, culturali e sanitari, chiese ed oratori, attrezzature sportive e ricreative, giardini e parchi pubblici).
Durante tutto il mese di novembre si sviluppò il dibattito nei quartieri, che si concluse, ai primi di dicembre, in una serie di incontri fra gruppi di quartieri, assessore all'urbanistica e ufficio di presidenza della commissione consiliare urbanistica (Luigi Buffoli e Lucio Moro). In questi incontri e nei documenti che quasi tutti i consigli trasmisero alla commissione urbanistica, si delineò l'orientamento dei quartieri. Esso era pienamente favorevole alle linee di fondo del PRG, in particolare l'equilibrio fra edilizia pubblica e privata previsto dall'ipotesi e il progetto di S. Polo, sul quale già nella consultazione del 1973 si era espressa la totale adesione degli organismi della partecipazione. Dai quartieri, oltre ad alcune critiche su questioni generali quali la mancata previsione di parcheggi nei pressi del perimetro del centro storico (che risponderebbero alla esigenza di limitare il traffico privato in centro), l'indice di edificazione in alcune zone, la mancata considerazione dei vani sfitti nel calcolo del fabbisogno di alloggi, emersero soprattutto richieste particolari (vincolo a servizi pubblici di aree nei quartieri).
Una parte delle richieste di vincolo avanzate dai consigli di quartiere vennero accolte, ma molte furono anche respinte. A sei mesi di distanza dalla presentazione alla città, il 7 febbraio 1977, la nuova variante al piano regolatore venne approvata dal consiglio comunale. Votarono a favore democristiani, socialdemocratici, socialisti e comunisti; si astennero liberali e repubblicani, mentre i missini votarono contro.
Un ultimo aspetto vorrei ricordare in ambito urbanistico: il pare consultivo dei consigli di quartiere sulle licenze edilizie.
L'articolo 11 del regolamento del 1975, nell'elencare le competenze dei consigli di quartiere prevedeva: "informazione obbligatoria, con i dati specifici per un rapido reperimento, su tutte le richieste di licenze edilizie riguardanti il territorio del quartiere. Possibilità del consiglio di quartiere di ottenere, tramite richiesta scritta del presidente, una copia della richiesta di licenza di suo interesse, con obbligo di ritorno della stessa entro 20 giorni, accompagnata dal relativo parere. Nel caso questo sia disatteso, l'amministrazione comunale dovrà comunicare per iscritto le ragioni delle sue scelte."
In molti casi, la possibilità dei consigli di ottenere i progetti relativi alle licenze edilizie ha consentito ai quartieri di esercitare un controllo effettivo sulla gestione del territorio e di ottenere modifiche ai progetti presentati, alla luce delle concrete esigenze delle comunità locali. Inoltre la semplice possibilità da parte dei quartieri di ottenere e rendere pubblici i progetti, e di discuterli in assemblee o commissioni aperte, ha sollecitato l'Amministrazione e l'Ufficio tecnico alla massima regolarità e trasparenza nel procedimento di rilascio delle licenze.

Valutazioni sull'esperienza dei quartieri

Spero di essere riuscito a fornire i cenni storici fondamentali della vicenda dei consigli di quartiere, nonostante qualche drastica semplificazione, così da consentire a chi non ha vissuto questa esperienza di farsene una pur sommaria idea. Tuttavia le vicende sulla costituzione dei consigli, sulle elezioni, sui regolamenti, e anche l'intervento dei consigli su bilanci del Comune e sugli strumenti urbanistici, rischiano di rimanere un mero elenco di fatti, se non facciamo uno sforzo per ricostruire e comprendere lo spirito e l'atteggiamento di centinaia di consiglieri e cittadini che hanno affrontato con impegno e talvolta con entusiasmo questa esperienza di partecipazione.
Tenendo anche conto dei ricordi personali di questa esperienza provo a formulare alcune osservazioni complessive.
1) Innanzitutto l'esperienza dei quartieri non fu una proiezione sul territorio dei partiti politici. Non è possibile fornire dei risultati elettorali ben definiti in quanto le elezioni del 1973-74 si tennero su lista unica e non si conosce l'orientamento politico di tutti gli eletti. Tuttavia le stime più attendibili, alla luce anche dei questionari e delle campionature realizzate dal Coordinamento ACLI della città, attribuiscono circa il 30% dei seggi alla DC, il 25% al PCI, il 6% al PSI e l'8% alle ACLI. Tutti gli altri partiti inclusi gli extraparlamentari di sinistra hanno percentuali irrisorie variabili dal 2% allo 0,5%. Gli indipendenti, includendovi gli aclisti, erano dunque pari a circa il 35%, la maggior parte orientati a sinistra. Una così rilevante presenza di indipendenti è una prova indiscutibile che i consigli di quartiere non furono cinghia di trasmissione dei partiti, ma movimento popolare spesso spontaneo, al quale i militanti dei partiti maggiori (DC, PCI e PSI) parteciparono con entusiasmo e con molta libertà di iniziativa rispetto alle indicazioni dei rispettivi partiti.
Per quando riguarda i giovani, si può osservare che essi furono molto presenti nella fase dei comitati promotore, mentre nei consigli di quartiere eletti la loro presenza fu certamente minore: ciò era dovuto al meccanismo elettorale della lista unica, che favoriva inevitabilmente le persone più conosciute nel quartiere e inevitabilmente in molti casi penalizzò i giovani. Tuttavia la presenza dei giovani nei consigli di quartiere fu significativa per intensità di impegno ed entusiasmo.
2) Le complesse vicende dei quartieri costrinsero le persone più impegnate ad acquisire nuove competenze. Posso esemplificare con una testimonianza personale. Nel comitato promotore del quartiere dove vivevo (S. Eustacchio) non era facile trovare qualcuno disponibile all'incarico di coordinatore della commissione urbanistica. Quando io, ventenne studente universitario di filosofia, fui designato dal comitato promotore a svolgere questo ruolo, ero completamente ignorante di urbanistica, non conoscevo le leggi e le procedure amministrative. Ci trovavamo alla sera per studiare, talvolta fino a notte. Ma non fu uno sforzo inutile. Anzi, direi che la cosa ci appassionava. Tanto è vero, che negli anni seguenti scrissi per i quotidiani locali alcuni articoli su questioni urbanistiche e continuai ad interessarmi della materia per anni.
Per continuare con gli esempi avevamo la catechista che si trovava ad affrontare le tematiche dei consultori e del decentramento delle strutture sanitarie e la casalinga che coordinava la commissione cultura e scuola, e così via.
3) Vi era allora un'alta partecipazione e un forte coinvolgimento emotivo. Ricordo lunghe e talvolta polemiche riunioni serali su questioni che forse oggi possono apparire marginali, come la collocazione delle panchine in un viale, la copertura di una roggia, lo spostamento di una fermata del bus urbano. Vi era un forte impatto emotivo in scelte che sentivamo importanti, perché legate all'ambiente di vita quotidiana. Certamente vi era entusiasmo anche per la novità che i quartieri rappresentavano, per la sensazione che sui provava pensando di partecipare a processi fortemente innovativi e di rafforzamento della vita democratica, in un clima di ottimismo post-sessantottesco. Si aveva l'impressione (e spesso era vero) di contribuire concretamente alle scelte amministrative e al rinnovamento della politica. E' comunque indubbio che la partecipazione dei cittadini era molto ampia in alcune occasioni. Ricordo un'assemblea di quartiere al cinema teatro della Pavoniana: nonostante gli oltre duecento posti a sedere, la gente era così numerosa che stentava ad entrare nel salone. Con l'avvento delle Circoscrizioni la partecipazione dei cittadini è lentamente calata, ma è difficile dire in che proporzione ciò sia dovuto al cambiamento delle strutture amministrative (con circoscrizioni molto più grandi e abitate dei quartieri) e quanto alla mutata situazione storico-politica.

NOTE
[1] Maurilio Lovatti- Marco Fenaroli, Governare la città. Movimento dei quartieri e forze politiche a Brescia 1967-77, Nuova Ricerca Editrice, Brescia 1978, in particolare pag. 21-67.
[2] I quartieri già operanti erano: Borgo Trento, S. Eufemia Urago Mella, Mompiano, Folzano. I quartieri in cui si era vicino alle elezioni erano: Lamarmora Don Bosco, Villaggio Prealpino, Violino. Vi erano inoltre forti movimenti di partecipazione a Via Chiusure, P.ta Venezia, Badia, S. Bartolomeo, P.ta Milano, S. Polo, Casazza, Chiesanuova.
[3] M. Lovatti – M. Fenaroli, op. cit., pag. 53-56.

 

Tratto da: Comune di Brescia, Assessorato alla partecipazione, Atti del Convegno I Quartieri a Brescia: Partecipazione e cittadinanza attiva (a cura di C. Bragaglio), Brescia 2008, pag. 81-101. (Il volume contiene scritti di Paolo Corsini, Claudio Bragaglio, Lucio Bregoli, Maurilio Lovatti, Francesco Maltempi, Gianpiero Ribolla, Maurizio Tira, Marco Trentini, Giovanni Valenti)

 

 

PROGRAMMA DEL CONVEGNO

 

Comune di Brescia Assessorato alla partecipazione

convegno "I Quartieri a Brescia: partecipazione e cittadinanza attiva" 

- lunedì 12 marzo 2007 presso il Salone Vanvitelliano - Palazzo Loggia -

Il convegno si propone di esaminare l'esperienza "storica" e la prospettiva delle realtà territoriali e comunitarie di prossimità a Brescia, nonchè le problematiche inerenti alla partecipazione ed al rapporto tra Associazionismo, Quartieri e Circoscrizioni.

saluto del Sindaco, on. Paolo Corsini

introduzione

Claudio Bragaglio, Assessore alla Partecipazione

interventi:
La dimensione locale nella costruzione del disegno della città
Gianpiero Ribolla, Responsabile del Settore Urbanistica

Ristabilire la prossimità per una città sostenibile
Maurizio Tira, Ordinario di Tecnica e Pianificazione Urbanistica - Università degli Studi di Brescia;

Esperienza "storica" dei Consigli di Quartiere a Brescia
Francesco Maltempi e Maurilio Lovatti, Consiglieri dei Consigli di Quartiere

Quartieri e Comunità
Marco Trentini, Responsabile dell'Unità di Staff Statistica

Integrazione, convivenza e politiche di prossimità
Giovanni Valenti, Responsabile del Servizio per l'Integrazione e la Cittadinanza;

Quartiere Prealpino ed associazionismo: un'esperienza di solidarietà variopinta
Lucio Bregoli,,Segretario del Circolo ACLI del Villaggio Prealpino


dibattito

 

 

IL CONVEGNO SUI QUOTIDIANI LOCALI

 

Bresciaoggi, martedì 13 marzo 2007, cronaca, pag. 13

IL CONVEGNO

Dalla fase spontaneista alla morte dei quartieri
La prospettiva delle realtà territoriali e comunitarie a Brescia e le problematiche inerenti alla partecipazione ed al rapporto tra associazionismo e Circoscrizioni: se, come illustrato in apertura dall'assessore Bragaglio, il tema del convegno era questo uno spazio non poteva non essere ritagliato per illustrare l'esperienza forte di partecipazione dei consigli di quartiere degli anni '70.
A farlo, ieri, due ex consiglieri dei Consigli di quartiere in quegli anni, Francesco Maltempi e Maurilio Lovatti. Nati nel 1967 in modo diffuso e articolato in città, i consigli di quartiere ebbero una prima fase spontaneista fino al 1972, per poi avere una fase di progressiva istituzionalizzazione negli anni successivi quando poi tale esperienza fu fatta terminare per dare vita alle circoscrizioni nel 1980. Lovatti ha ricordato la forte spontaneità di tali consigli, la forte presenza di indipendenti non legati ai partiti, la presenza di giovani soprattutto nella prima fase, l'esperienza di costruzione della democrazia attraverso la conoscenza condivisa dei problemi del territorio, il coinvolgimento emotivo. Inseriti insomma appieno in un clima di forte protagonismo di quegli anni, di voglia di partecipazione che attraversava la società nei luoghi di lavoro e nelle scuole. "Quelli furono gli anni della partecipazione, i cittadini volevano entrare nel palazzo - ha rilevato dal canto suo Maltempi -. Furono anni di confronto e incontro tra culture diverse, un grande momento dove la democrazia fu tradotta nella forma della partecipazione e non c'era bisogno di alcuna sollecitazione". Ed è in questo senso che i consigli svolsero anche una grande funzione di confronto e dialogo con la popolazione, favorendo la costruzione del consenso sui problemi a livello di popolazione. Tutte cose delle quali, par di capire, ora si avverte la mancanza, dopo un paio di decenni durante i quali il baricentro si è progressivamente spostato verso il decisionismo e la personalizzazione della politica.
Maltempi ha anche ricordato che i consigli di quartieri nacquero inizialmente "contro" il palazzo, considerato troppo chiuso alle istanze della società e allo stesso modo, anche nella fase della progressiva istituzionalizzazione, molto acceso fu il dibattito tra "partecipazione" e "decentramento". Un nodo "non ancora risolto", ha osservato Maltempi il quale ha così concluso: "Bisogna anche aggiungere che le stesse circoscrizioni hanno fatto fatica per anni a essere riconosciute e che per un lungo periodo sono state mal digerite dall'Amministrazione comunale. Ora forse qualcosa sta cambiando".th.be.

 

 

Giornale di Brescia, martedì 13 marzo 2007, pag. 11

Dibattito aperto sul nuovo regolamento che dovrà delineare competenze e regole adatte al futuro
Le Circoscrizioni cambiano perché cambia la città

Il ruolo del quartiere è ora quello di ospitare punti di contatto e raccordo non di una, ma di diverse comunità

In prospettiva si punta a ridurre il numero delle Circoscrizioni migliorando i servizi  

 

Elisabetta Nicoli

Luogo del campanile e della sala pubblica, dell'oratorio e del campetto di calcio, il quartiere resta l'ambito privilegiato per l'incontro anche nella città multiculturale e multietnica. Luogo su cui scommettere. per un recupero della partecipazione nella città che cambia. I lavori in corso, per valorizzare il ruolo delle Circoscrizioni attraverso la riforma del loro Regolamento, impongono un'analisi dell'esperienza compiuta in rapporto alle mutate realtà. A questa riflessione era dedicato il convegno su "I quartieri a Brescia: partecipazione e cittadinanza attiva", che ieri pomeriggio a Palazzo Loggia ha riunito al tavolo dei relatori politici e urbanisti, esperti di statistica e testimoni di esperienze significative.
A fronte di una generalizzata crisi della partecipazione, la risposta va cercata nella "democrazia di prossimità", secondo l'assessore Claudio Bragaglio. "Il tema della comunità ritorna al centro, in forme nuove", ha sottolineato ieri nell'intervento d'apertura indicando, tra le modifiche allo studio della commissione comunale per lo Statuto, la possibilità per le Circoscrizioni di prevedere forum, consulte, comitati o una quinta commissione focalizzata sulle peculiarità del territorio. In prospettiva si punta a ridurre il numero delle Circoscrizioni e si riconsidera in termini positivi la pluralità delle situazioni di cui si compone il territorio urbano, nella sua ripartizione in trenta quartieri, con specificità proprie. L'assessore alla Partecipazione ha ieri indicato alcuni progetti emblematici di un nuovo impegno ad investire sui luoghi della prossimità. Con l'abbattimento del Residence Prealpino si ribadisce il "no al ghetto".
La riqualificazione delle due torri di San Polo (Cimabue e Tintoretto) avverrà "su scala di quartiere", così come si sta operando per il restyling del quartiere Mazzucchelli. Nella città composita, rapidamente "cresciuta nel corso del Novecento con progressive addizioni di nuovi nuclei, si devono "rafforzare le identità, favorendone l'integrazione": le linee d'intervento tracciate dal responsabile del settore Urbanistica, Gianpiero Ribolla, comportano alcune priorità. Si è lavorato e si lavora per una miglior gestione della mobilità e della sosta: come il progetto Lam, la metropolitana dà l'opportunità di ridisegnare alcuni spazi, ad esempio piazzale Kossuth.
Nell'area delle Case del Sole, a Casazza, in via Chiusure e in viale Duca degli Abruzzi gli interventi prevedono servizi e spazi aperti.
Al Villaggio Sereno, al Violino e alla Badia si è lavorato per una miglior vivibilità. Il Carmine dispone di un progetto ad hoc.
Si tratta di "trovare le regole per la città del futuro", secondo le parole dell'urbanista Maurizio Tira che nel vicinato di quartiere vede la dimensione della "vita sociale per eccellenza". Lo studio dell'urbanista dovrà valorizzare i percorsi che consentono alle mamme di accompagnare i figli a scuola a piedi; riscoprire la funzione del commercio di vicinato e della piccola struttura sportiva; considerare il raggio d'influenza delle fermate della metropolitana; prevedere i tempi che la dimensione urbana comporta.
Quartiere e comunità erano sinonimi, fino al termine della Seconda guerra mondiale: il quartiere conteneva la comunità e la comunità si identificava nel campanile.
Oggi a Brescia "convivono molteplici comunità, che i quartieri non sempre riescono a contenere". Il responsabile dell'unità di staff Statistica, Marco Trentini, ha ieri indicato le difficoltà che ne derivano, per la macchina amministrativa: si allentano i legami sociali, cresce il costo dei servizi. Nell'immediato Dopoguerra l'ingegner Marcolini costruiva comunità attraverso il progetto della casa e ancora oggi i suoi villaggi si caratterizzano per omogeneità e coesione sociale, che favorisce la partecipazione civica. Fenomeni recenti, in particolare la fuga dalla città e l'immigrazione straniera, hanno cambiato il volto di ampie zone urbane. Spesso "il quartiere funziona come fondale per storie che non si incontrano: italiani e stranieri convivono da separati e non si mescolano".
La "forma" della città può favorire l'incontro e i processi di identificazione e il Comune può svolgere un ruolo in tal senso. Sale, piazze e spazi di riunione facilitano il dialogo e i processi di identificazione. "Nel quartiere è più facile gettare le fondamenta di rapporti umani e sociali. Le strutture di prossimità funzionano da catalizzatrici nella formazione delle comunità".

 

 

I "vecchi" comitati di cittadini, un esempio di dibattito costruttivo

 

Il primo Comitato di quartiere è nato a San Polo nel gennaio del 1967 e presto con iniziative analoghe altre zone della città hanno visto un fiorire di spontanee forme di partecipazione. Una delibera comunale del '72 ha riconosciuto i Consigli di quartiere. La legge istitutiva delle Circoscrizioni è del '78, le prime elezioni si sono tenute nell'80.
"Brescia è stata città laboratorio", ricordano Maurilio Lovatti e Francesco Maltempi che ieri hanno ripercorso quella felice esperienza fatta d'impegno per approfondire i problemi, confronto per l'elaborazione di proposte e costruzione del consenso.
Nati "in opposizione al Palazzo", i comitati si sono tradotti in strumenti di supporto all'attività amministrativa. Per i Consigli di quartiere si votava su liste uniche e il 35-40 per cento degli eletti non era direttamente riconducibile ai partiti.
I diciottenni furono ammessi al voto in anticipo rispetto alla legge che avrebbe abbassato l'età dell'elettorato attivo. Si torna a guardare ai quartieri, mentre si prospettano scelte impegnative nella città in rapida trasformazione.

 

 

Maurilio Lovatti - indice scritti di storia locale

 

Maurilio Lovatti