Giulia Romani

 

 

appunti tratti dalle lezioni di filosofia del
 prof. Maurilio Lovatti 
(anno scolastico 2013-14)

 

Platone

 

 

Platone nacque ad Atene, da famiglia aristocratica, nel 427 a.C. A vent’anni cominciò a frequentare Socrate, divenendone suo discepolo fino alla sua morte avvenuta nel 399 a.C. Ad influenzare gli scritti di Platone vi sono i due viaggi che lui compie a Siracusa: il primo avvenuto nel 388 a.C. durante il governo di Dionigi I, conosciuto come “Il Vecchio”; il secondo avvenuto nel 367 a.C. durante il governo di Dionigi II, noto come “Il Giovane”. Le opere di Platone si possono suddividere in tre gruppi, seguendo l’ordine cronologico di stesura:
SCRITTI GIOVANILI: composti durante il periodo che intercorre tra la morte di Socrate e il I viaggio compiuto. Quest’ultimi sono un riassunto dell’insegnamento ricevuto, dove propaga le sue idee e cerca di trasmettere ai discepoli l’eredità socratica (chiamati anche DIALOGHI SOCRATICI);
SCRITTI DELLA MATURITA’: composti durante il periodo che intercorre tra il I e il II viaggio. Riguardano le idee classiche e più importanti componimenti sono: Repubblica, Fedone, Menone, Fedro, Simposio o Convito;
SCRITTI DELLA VECCHIAIA: composti tra il II viaggio e la morte dell’autore stesso (avvenuta nel 347 a.C.). Platone in questi scritti è come se effettuasse una revisione e un’autocritica delle opere precedenti, rivisitando le sue idee. I principali sono: Teeteto, Parmenide, Sofista, Filebo e Timeo.
Nel 1500, un famoso francese chiamato Henri Estièn (in latino: Enricus Stefanus) riordinò tutti gli scritti platonici in un’unica edizione, dove poneva lo stesso numero sulla pagina di destra (in greco) e di sinistra (dove compariva, invece, la traduzione in latino). Inoltre ognuna di queste era divisa in cinque parti (a, b, c, d, e) e questo sistema divenne universale.
Di Platone ci sono giunti 34 dialoghi, un’apologia di Socrate, che contiene il racconto del processo al suo maestro e l’ultimo libro è una raccolta di 13 lettere, alcune apocrife (non sue, tranne la settima della cui attribuzione si è certi).

SCRITTI GIOVANILI

Gli Scritti Giovanili sono un riassunto dell’insegnamento del suo maestro. Alcuni ci forniscono semplicemente informazioni sulle idee di Socrate, come: Apologia, Critone, Ione, Lachete, Liside, Carmine, Eutifronte, Ippia Minore, Ippia Maggiore, Menessepo e Repubblica I.
Sono presenti, inoltre, tre scritti antisofisti: Protagora, Gorgia ed Eutidemo.
Le tesi affrontate che si occupano di combattere il relativismo etico Sofista sono:
La virtù è una sola e si identifica con la scienza;
Come la scienza, anche la virtù è insegnabile;
Nella virtù, così come nella scienza consiste la felicità dell’uomo.

PROTAGORA

Il Protagora critica il valore educativo del pensiero sofista, affermando che in realtà quest’ultimi non istruivano i giovani. Infatti, si limitavano ad insegnare ai ragazzi a persuadere un interlocutore, e a conferirgli delle abilità linguistiche. Invece, secondo Platone e Socrate il termine educare possiede un diverso significato, ovvero: aiutare gli adolescenti a comprendere cosa fosse la virtù e quale comportamento fosse più corretto seguire (virtuoso). In conclusione, sostengono che i sofisti non svolgevano un compito educativo.

GORGIA
Nel Gorgia si ha un colloquio tra Platone e un suo discepolo, dove criticano la RETORICA (l’arte del bel parlare). Gli oppositori sono Gorgia Polo e Callicle, che invece sostengono che in un dialogo sia più importante convincere il proprio interlocutore di ciò che si afferma, piuttosto che la verità del contenuto del discorso. Quindi, secondo i sofisti, l’argomento in questione non è rilevante, e ad avere la priorità è l’arte della persuasione. Secondo Socrate, la retorica è su un piano inferiore rispetto alla filosofia, che insegna la verità (da più importanza all’argomento, al contenuto).
“ Io insegno la filosofia, i sofisti a convincere” (dice Socrate)

EUTIDEMO

L’Eutidemo esamina L’ERISTICA (l’arte di prevalere nella discussione). Il dialogo si trasforma da una critica ad una esortazione alla filosofia. Il compito della filosofia, secondo Platone è l’uso del sapere a vantaggio dell’uomo e una delle sue maggiori esortazioni si trova nell’Ortensio di Cicerone (modello a cui si ispirerà la letteratura latina e medievale).

 

SCRITTI DELLA MATURITA’

Platone qui delinea il suo pensiero. Lui era un antidemocratico, poiché i democratici avevano condannato a morte il suo grande maestro. In queste sue opere (in particolar modo nella Repubblica) va a delineare una concezione politica, e per sostenerla al meglio introduce la DOTTRINA DELLE IDEE (riguarda la conoscenza dell’uomo, come esso conosce).


DOTTRINA DELLE IDEE

Possiamo per meglio comprenderla citare tre esempi:


I ESEMPIO:

  figura 1

  figura 2


Se a qualcuno venisse chiesto cosa vede nella “Figura 1”, la risposta sarà inevitabilmente: un triangolo; poiché ad ogni figura con tre lati e tre angoli noi attribuiamo questo termine. Ma il problema sta nel fatto che la geometria Euclidea non prevede che un lato abbia uno spessore. La geometria che noi seguiamo, quindi, concepisce il perimetro di una figura come la somma delle lunghezze dei segmenti che la costituiscono (che dovrebbero essere privi di spessore). Per avvicinarsi maggiormente alla definizione si dovrebbe osservare la “Figura 2”, dove il lato è rappresentato dal confine tra la parte colorata (giallo) e lo sfondo bianco e non avrebbe spessore.


II ESEMPIO: secondo la geometria Euclidea le linee dovrebbero essere dritte, ma per quanto noi ci possiamo sforzare, non arriveremo mai alla perfezione.


III ESEMPIO: la somma degli angoli interni di un triangolo è di 180° (secondo quanto necessariamente stabilito da un teorema dimostrato sempre nella geometria Euclidea), ma se noi li misurassimo con molta precisione, dal momento che gli strumenti (goniometro) presentano sempre degli errori, questo non verrà mai praticamente confermato.


Ritornando ora al I ESEMPIO, possiamo sostenere che tra il triangolo della geometria euclidea (Figura 2) e quello disegnato (Figura 1) esista un rapporto: MODELLO-COPIA (ovvero che per quanto io mi sforzi di raffigurarlo allo stesso modo dell’originale, non sarà mai identico). Ne deriva:
LA COPIA E’ UN’IMITAZIONE IMPERFETTA DEL MODELLO ORIGINALE.
Il pensiero di Platone è: le idee sono il modello e le cose ne sono la copia.
LE IDEE SONO IMMUTABILI E PERFETTE.
LE COSE SONO MUTEVOLI E IMPERFETTE.

La realtà sensibile (ciò che percepiamo tramite i cinque sensi) è mutevole, poiché tutto scorre (Eraclito). Platone aveva come obiettivo quello di giungere ad una verità incontrovertibile, quindi non si poteva affidare al regno delle cose (variabile). Così si riferisce al mondo delle idee, da lui definite: immutabili, perfette ed universali.
La prima caratteristica di un’idea è, che è: IMMUTABILE e ETERNA.
Lui sostiene che l’idea di giustizia, di triangolo, di quadrato, di retta non cambino mai.
La prima motivazione che spinge Platone a distinguere le idee dalle cose, è l’immutabilità delle prime (non soggette al tempo, quindi atemporali).
Esempio: le foglie in estate sono verdi, in autunno gialle.
Non vi è garanzia di poter formulare un’affermazione atemporale a partire dalle sensazioni, allora bisogna basarsi su verità salde, le idee. (per esempio: i teoremi di matematica).
La seconda caratteristica di un’idea è, che è: PERFETTA
Le idee non presentano i difetti che hanno le cose (osserviamo il III esempio)

La terza caratteristica di un’idea è, che è: UNIVERSALE
L’idea è universale, le realtà empiriche (cose) sono particolari, perché possiamo vederne un colore, sentirne un odore e quindi delle caratteristiche che le contraddistingue.
Idea di albero generale                         Alberi (cose)

a tanti alberi diversi corrisponde un'unica idea di albero: ognuno di questi è un albero

Universalità significa che l'idea di albero si predica di tutti gli alberi

 

Le idee sono universali (cioè si possono predicare di ogni individuo di quell’insieme), mentre gli alberi (cose) sono particolari (come possiamo vedere ve ne sono una moltitudine diversi).
Ora Platone si domanda:
Come facciamo a conoscere le idee?
Noi percepiamo le cose tramite i cinque sensi che mostrano realtà individuali e particolari.
Qualcuno potrebbe dire che non esiste un’idea di gatto, noi definiamo tali tutti gli animali che presentano determinate caratteristiche, ma così di universale vi sarebbe solo il termine gatto.
Platone riprende ciò che affermava Parmenide (da lui definito padre della filosofia) per la suddivisione della conoscenza umana in: scienza e opinione. La prima interessa le idee, la seconda le cose. Le caratteristiche nell’ambito della scienza sono: immutabilità, certezza e affidabilità.
Lui vuole raggiungere una base di pensiero inconfutabile. Per questo ritiene indispensabile fare distinzione tra scienza e opinione. La scienza è una conoscenza dell'universale, che non possiamo percepire tramite i sensi. Le idee per Platone servono per giudicare le cose, la realtà (metodo di misura, criterio di valutazione).
La risposta al quesito precedentemente posto viene rimandata al Menone. E in conclusione sostiene il DUALISMO (ovvero ci sono due principi opposti che spiegano la realtà):
Ontologico (cose/idee);
Conoscitivo o Gnoseologico (opinione/scienza);
Antropologico (corpo/anima).

REPUBBLICA

La Repubblica è riconosciuto come lo scritto più importante di Platone, è suddiviso in dieci libri, che trattano della natura, dello stato (di quale fosse la città giusta) e in particolar modo nel V, VI e VII della dottrina delle idee. Qui, comincerà la spiegazione che poi nel Menone ci porterà alla risposta alla domanda precedentemente posta. Prima si serve però di sue esempi:

IL MITO DELLA CAVERNA (o spelonca);
METAFORA DEL SEGMENTO QUADRIPARTITO.

IL MITO DELLA CAVERNA

Narrazione: c’erano degli schiavi incatenati sin dalla nascita in una caverna buia, alla cui entrata vi era un muretto che non permetteva loro di vedere oltre. Lungo il muretto vi era una stradina dove passavano gli schiavi con dei vassoi sulla testa che contenevano degli oggetti. Gli schiavi incatenati vedevano solo le ombre degli oggetti sulla parete di fondo della caverna. Un giorno però uno di loro riesce a liberarsi da quella prigionia, e scappando dalla caverna, inizialmente non riuscì a vedere nulla (accecato dal bagliore del sole, a cui i suoi occhi non erano abituati), poi pian piano aprì gli occhi e si trovò davanti una pozzanghera/laghetto, dove vede gli oggetti che lo circondano riflessi nell’acqua. Cose di cui non conosceva l’esistenza: case, montagne, ecc… A quel punto decide di rientrare nella caverna per informare i compagni dell’accaduto e per liberarli. Quest’ultimi però immaginavano che l’unica realtà esistente fossero le ombre che vedevano riflesse nella caverna, così non gli credettero. Lui allora insistette e gli altri schiavi stufi di sentirlo lo uccisero (non si sa come).
Interpretazioni del mito:
Possiamo riconoscere Socrate nel personaggio dello schiavo che si liberò, poiché anche lui aveva cercato di convincere i giovani (l’umanità) delle sue idee. E anche nel suo caso, la causa della morte fu questa sua convinzione nel sostenere la sua dottrina, non apprezzata e non ritenuta corretta;
La seconda interpretazione riguarda la dottrina delle idee, infatti si possono riconoscere gli schiavi come l’umanità, le ombre proiettate nella caverna come le realtà che si percepiscono tramite i cinque sensi (cose), il mondo esterno come la realtà e gli oggetti riflessi nella pozzanghera come le concezioni matematiche, che risultano essere lo specchio della realtà. Gli schiavi, quindi, cadono in errore credendo che l’unica realtà sia quella sensibile, quindi le ombre; sbagliano esattamente come gli uomini che ritengono che l’unica conoscenza che si possa conseguire è quella che deriva dall’esperienza (che si acquisisce tramite i cinque sensi), quindi dall’opinione.

SEGMENTO QUADRIPARTITO

 

Socrate dice a Glaucone (suo discepolo) di dividere un segmento in due parti disuguali, e lui successivamente suddivide gli stessi segmenti seguendo una proporzionalità. Il segmento rappresenta i generi della conoscenza e la loro lunghezza è direttamente proporzionale alla validità della conoscenza in questione. ( se C è il punto di separazione tra opinione e scienza, e H e K gli ulteriori punti di separazione, abbiamo AH:CK=HC:KB; ad es. 2:8=8:32). Vedremo che il segmento AC rappresenta l’opinione (10) e CB la scienza (40). (AH:CK=AC:CB; 2:8=10:40)
IMMAGINAZIONE (eikasia): (AH) conoscenza che permette di avere rappresentazioni mentali. Per Platone le immagini sono frutto dei ricordi o della fantasia. In entrambi i casi è inaffidabile e imprecisa, per questo è il segmento più corto, ma comunque non inutile;
CREDENZA (pistis): (HC) conoscenza ottenuta per mezzo dei cinque sensi (esempio: io vedo un gesso bianco, credo che sia bianco). La sensazione in atto è normalmente fonte di credenza. Quest’ultima è più dettagliata e precisa dell’immaginazione.
L’insieme di immaginazione e credenza sostituisce la conoscenza sensibile, ne consegue che l’opinione è una conoscenza mutevole ed incerta.
DIANOESI(dianoia): (CK) o pensiero dimostrativo (dianoetico), è la capacità della nostra ragione di dimostrare delle conseguenze premettendo alcune ipotesi.
NOESI(noesis): (KB) anche nota come “comprensione mentale o intellezione”, deriva da noùs, ovvero intelletto. E’ un atto tramite il quale un uomo conosce un’idea. La definizione potrebbe apparire qualcosa di immediato, ma se fosse così non sarebbe più importante della dianoesi; invece Platone sottolinea che è quella conoscenza che non ha bisogno del ricorso alla conoscenza sensibile per essere dimostrata. (Esempio: un teorema di matematica lo dimostro solo se ho un ausilio, anche solo del disegno). E’ una conoscenza puramente intellettiva, è la vera conoscenza dell’uomo (si muove nel piano delle idee).
La dianoesi e la noesi costituiscono la scienza, ovvero sono conoscenze certe. Però la conoscenza dimostrata non è autentica, in quanto fa ricorso a immagini sensibili.

Come si conoscono, quindi le idee?
Le vere idee ci sono solo in un IPERURANIO: mondo non percettibile con i sensi. Il problema nasce dal fatto che tutta la conoscenza pare provenga dall’esperienza (conoscenza sensibile), la quale però ci fornisce solo dati particolari. Si hanno così dati individuali, ma con idee universali. Sembra ormai evidente che le idee non sono tratte dalla conoscenza sensibile. L’induzione riguarda il passaggio da particolare ad universale, ma interessa affermazioni e leggi. In greco il termine epagogè significa sia astrazione che induzione. La prima è la facoltà della mente umana che permette di possedere e formulare idee universali. Se non si possono trarre dall’esperienza, allora da dove derivano le idee? Per rispondere facciamo riferimento ad un dialogo: il Menone.

MENONE

Questo dialogo (contemporaneo alla Repubblica) avviene tra Socrate e l’amico Menone, aristocratico che possedeva molti schiavi. A quel punto Socrate, si fece portare uno schiavo che non aveva mai ricevuto un’istruzione. Nel frattempo, disegnò un quadrato in terra, e giunto lo schiavo, gli chiese di rappresentarne uno di area doppia rispetto a quello esistente. Dopo una serie di tentativi, ponendogli domande (che suggerivano, ma non davano la risposta), sfruttando il metodo della MAIEUTICA, fa capire allo schiavo che se lui prendesse come lati del nuovo quadrato le diagonali del precedente, può raggiungere la soluzione. Socrate trae che nonostante lo schiavo fosse analfabeta, era riuscito a giungere alla risoluzione del problema da solo. Esistono delle conoscenze innate che non derivano dall’esperienza, ma la conoscenza sensibile è necessaria solo per farle emergere. Queste conoscenze non sappiamo di possederle, le ricordiamo pian piano (ricordo, reminiscenza). Questo fenomeno è noto come ANAMNESI. Per spiegare che l’uomo possiede già le idee indipendentemente dall’esperienza, Platone usa una spiegazione psicologica:
L’ANIMA DELL’UOMO PRIMA DI INCARNARSI IN UN CORPO (Platone sostiene come i pitagorici la reincarnazione dell’anima) AVEVA GIA’ VISSUTO NELL’IPERURANIO (mondo trascendente) E LI’ AVEVA APPRESO LE IDEE (l’anima non ricorda le vite precedenti). POI REINCARNANDOSI NEL CORPO LE IDEE VENGONO DIMENTICATE.
L’esperienza fornisce lo stimolo per ricordare le idee. I greci con il termine psiche indicavano: mente e anima.
Per loro, quindi, la reincarnazione dell’anima non era una concezione religiosa. Platone nel dire che le idee sono esterne a noi, vuole sottintendere che le verità le scopriamo, non le inventiamo.
E’ una tesi opposta a quella dei sofisti, poiché Protagora diceva:
“L’uomo è misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono.” Di conseguenza secondo lui, l’uomo creava la verità. Per questo il platonismo era diffuso tra i matematici che ritenevano che le verità matematiche esistessero indipendentemente dall’uomo. Poiché tutti possono conoscere le idee, questo va contro anche la distinzione tra SVEGLI e DORMIENTI, pensata da Eraclito, e contro i pregiudizi verso la donna (vista come il sesso inferiore). Platone dal punto di vista conoscitivo, è democratico, ma politicamente parlando è antidemocratico.
L’esperienza riveste solo il ruolo di stimolo.

FEDONE

Fedone era un discepolo di Socrate e un amico di Platone. In questo testo, viene narrato l'ultimo giorno di vita del grande maestro, che trascorrerà in compagnia dei suoi discepoli, discutendo di filosofia. Questo dialogo non presenta discorsi diretti, poiché Platone immaginava che Fedone, una volta morto Socrate, intraprendesse un viaggio verso il Peloponneso, e che facesse sosta a Fliunte (città tra Sparta e Atene). Si fermò, proprio lì, dove vi era una famosa scuola pitagorica, il cui tema principale era: L'IMMORTALITA' DELL'ANIMA.
Ma come mai questo argomento stette così a cuore a Platone?
Si dice che quando i discepoli di Socrate entrarono nella cella in cui quest'ultimo era rinchiuso; si aspettavano di trovarlo affranto per la triste sorte che lo attendeva. In realtà, lui era tranquillo e disse loro che quando berrà la cicuta il suo corpo morirà, ma la sua anima continuerà ad esistere, non riducendo le sue funzioni vitali, ma vivendo più serenamente perchè liberata dalla vera prigionia: il corpo. Ciò si opponeva all'idea greca dell'aldilà in cui le anime vagavano infelici. Non convince, però i suoi più assidui seguaci, così esporrà tre prove a sostegno della sua tesi:
I prova: argomento dei contrari e della reminiscenza;
II prova: argomento della semplicità
obiezioni di Simmia, risposta di Socrate, obiezioni di Cebete e risposta di Socrate;
III prova.
Importante dire che non si è certi che questo sia il vero discorso che tenne Socrate, poiché Platone utilizza talvolta il suo personaggio per esprimere concetti di cui lui è autore.

I PROVA

Platone interroga i suoi discepoli partendo da un argomento tipicamente di Eraclito: L'ARGOMENTO DEI CONTRARI.
Esempio: prima si svegliarsi, si dorme, altrimenti non ci sveglieremmo se non stessimo prima dormendo. Quindi l'azione di svegliarsi preclude prima quella di dormire. Quindi noi percepiamo il divenire come una serie di passaggi, un susseguirsi di contrari.
Noi possediamo un'anima e un corpo, e se ponessimo ciò su una linea del tempo potremmo osservare che vi è un istante in cui si nasce e uno in cui si muore. In questo periodo vi è la vita, prima e dopo vi è la non vita di quell'individuo. Il principio vitale, ovvero ciò che rende vivo un corpo è L'ANIMA. Ne consegue che noi potremmo avere due interpretazioni di questa situazione:

 (1) L'anima prima della nascita non esiste, poi esiste, e successivamente non esiste dopo la morte del corpo;
 (2) Prima della nascita l'anima è separata dal corpo, durante la vita è unita, dopo la morte si assiste ad una nuova separazione (sonno/sveglio/sonno).
In entrambe le interpretazioni il contrario che si suppone prima della nascita è congruente a quello dopo la morte. Quindi quale delle due ipotesi è corretta? Bisogna ricorrere all'argomento della reminiscenza (ricordo), poiché se esistesse solo la dottrina di Eraclito, entrambe sarebbero accettabili. Dal momento che, nel Menone, abbiamo visto che l'anima per conoscere le idee non può fare ricorso all'esperienza, ma deve basarsi solo sul ricordo; la reminiscenza presupponeva che l'anima esistesse, anche prima di unirsi al corpo (poiché le idee sono atemporali). Ne deriva che la tesi corretta è la seconda. E l'anima ovviamente prima della vita conosce le idee, le conoscerà anche dopo la morte. Dallla prima prova possiamo trarre che:
L'anima prima della nascita risulta essere separata dal corpo, durante la vita è unita e dopo la morte si assisterà ad una nuova separazione.

II PROVA (prova della somiglianza o della semplicità)
Platone sostiene che se noi osservassimo la realtà, noteremmo che ci sono: realtà materiali e realtà non-materiali. Le prime occupano uno spazio, sono misurabili, scomponibili e possono iniziare e cessare di esistere. Esempio: compro un bicchiere, lo getto in terra, si scompone e si rompe (cessa di esistere).
LE REALTA' NON MATERIALI, COME LE IDEE, SONO SEMPLICI, NON OCCUPANO UNO SPAZIO E NON SONO SCOMPONIBILI.
La materia è divisibile quindi ha un inizio e una fine nel tempo (contingente). Invece le realtà non materiali non sono contingenti. L'anima è più simile alle idee, poiché abbiamo precedentemente detto che non è materiale, però non è nemmeno identica a quelle perchè è mutevole. In conclusione:
L'ANIMA NON PUO' CESSARE DI ESISTERE IN QUANTO NON SIA MATERIALE.

OBIEZIONE DI SIMMIA
Questa obiezione probabilmente non fu posta da Simmia, ma Platone la attribuì a questo discepolo, poiché rifletteva una teoria della II generazione dei pitagorici molto diffusa all'epoca. Platone immagina quindi, che Fedone sia giunto a Fliunte, nell'illustre scuola.
ARGOMENTO: i pitagorici insegnano che l'anima può essere intesa come armonia, come un principio vitale. Se ciò fosse vero si andrebbe contro la teoria dell'immortalità dell'anima. Esempio: Se io avessi una chitarra e poi la rompo, la sua armonia è terminata, poiché quest'ultima presuppone l'esistenza dello strumento. Se noi paragonassimo l'anima all'armonia, allora dovremmo paragonare il corpo allo strumento. Simmia, su queste basi affermerà:
Se distruggo uno strumento non c'è più armonia, quindi se un corpo muore l'anima a sua volta cessa di esistere. (corpo: anima= strumento: armonia)
RISPOSTA DI SOCRATE
Per rispondere, e dimostrare la sua tesi, apporterà due argomentazioni:
1) Esordisce dicendo che la proporzione è inesatta. Infatti noi sappiamo che l'anima governa il corpo e non viceversa; ovvero prima stabiliamo con la mente (anima=psiche) cosa fare, poi lo eseguiamo. Invece nel caso della chitarra, non è l'armonia che permette il funzionamento dello strumento. Di conseguenza, non vi è corrispondenza, i rapporti sono errati e la scorrettezza della proporzione è dimostrata.
2) Ora dimostra che la metafora è contraddittoria, affermando ciò: seguendo l'esperienza, esistono anime armoniche (anime di persone che sono coerenti con loro stesse) e anime disarmoniche (anime di coloro che non coordinano le azioni intelligentemente al fine che si pongono). Quindi dato che l'anima è paragonata all'armonia, vorrebbe dire che esistono armonie armoniche e non armoniche (ma secondo il principio di non contraddizione: l'essere è e non può non essere).
Siccome la metafora secondo cui l'anima è simile all'armonia non regge, allora si può confutare l'intera obiezione.

OBIEZIONE DI CEBETE
“L'anima si reincarna pur non essendo eterna”
Premettendo che gli antichi si lavavano molto poco (e anche il re Luigi XIV vantava di farlo due volte l'anno) e che mentre gli aristocratici possedevano diverse tuniche, gli appartenenti alla classe inferiore, più povera, ne possedevano solo una.
Raccontiamo ora una breve storiella: c'era una volta un sarto che si cucì una tunica che mantenne per diversi anni, finchè questa non si consumò. A quel punto decide di crearne una nuova che andasse a sostituire la precedente, poi pure questa si rovinò, ne realizzò una terza, poi una quarta, e così via... Interrompendo la narrazione Cebete dice: “Arriverà un giorno in cui anche il sarto morirà, e non potrà più cucire tuniche”.
Anche qui, si può paragonare l'anima al sarto e il corpo alla tunica. Cebete sostiene:
L'ANIMA SI REINCARNA PRIMA IN UN CORPO, POI QUESTO INVECCHA E SI CONSUMA, MENTRE L'ANIMA SARA' ANCORA VIGOROSA IN UN SECONDO, IN UN TERZO, IN UN QUARTO, IN UN QUINTO, E COSI' VIA... MA SI GIUNGERA' AD UN PUNTO IN CUI ANCHE L'ANIMA (COME IL SARTO) SI CONSUMERA' E MORIRA'.
Lui dice a Socrate: come puoi essere sicuro che stasera quando berrai la cicuta e morirai, la tua anima continuerà ad esistere e a reincarnarsi, potrebbe essere giunta alla fine del suo ciclo vitale. Esattamente come per il sarto (l'anima), che ha visto consumarsi moltissime tuniche (corpi), ma prima o poi giungerà anche la sua ora e l'ultimo vestito continuerà ad esistere, anche dopo la morte del sarto, finchè non giungerà anche la sua ora.
Con questo Cebete vuole dire che la METEPSICOSI (la tesi della trasmigrazione dell'anima, reincarnazione) non implica l'immortalità dell'anima, infatti quest'ultima potrebbe reincarnarsi senza essere eterna.

RISPOSTA DI SOCRATE
Platone (Socrate), per rispondere all'obiezione posta da Cebete introduce due argomenti. I greci chiamavano, infatti:
I navigazione: quando un'imbarcazione navigava a vele spiegate (velocemente);
II navigazione: quando la nave per approdare, si avvicinava lentamente al porto o alla costa e gli schiavi la facevano avanzare remando.
Possiamo riconoscere nel pensiero di Platone diversi maestri ispiratori: Parmenide, per la divisione tra opinione e scienza, Eraclito per la dottrina dei contrari, o Anassagora che formulò l'idea del noùs (il primo ad immaginare che vi potesse essere un ente spirituale e trascendente ad ordinare il cosmo, e non una semplice forza come l'amore e l'odio per Empedocle o il meccanicismo per Democrito). Platone risulterà, comunque, molto deluso nell'approfondire la teoria di Anassagora, scoprendo che quel nous che tanto lo aveva affascinato, in realtà, serviva solo per far ruotare vorticosamente dei semi, e per questo, sarebbe stata sufficiente una forza fisica, non era necessaria una mente divina ordinatrice. Lui vorrebbe concludere dicendo che a spiegare i nostri comportamenti non sono delle cause meccaniche, ma finali (ciò che noi vogliamo fare, ciò che pensiamo sia giusto fare). Ritiene che Anassagora non abbia tratto tutte le conseguenze derivanti dall'esistenza del mondo, così lui per mostrare come la filosofia può intraprendere diverse strade, introduce il discorso della seconda navigazione. Talvolta anche in filosofia bisogna procedere più lentamente, in maniera più complicata, meno immediata, ma più sicura...
Fa ricorso, quindi, alla dottrina delle idee, riconosciuta come unica strada che porta alla verità (Esempio: tre è dispari, non può essere divisibile per 2, non è pari perchè è dispari). Ora bisogna solo applicare questo ragionamento alla situazione specifica della dimostrazione dell'immortalità dell'anima. Si può osservare che se una certa entità è caratterizzata da un'idea, nel contempo non può essere caratterizzata dall'idea opposta (tre è associato all'idea di dispari, non può essere pari). Applicando questa relazione tra le idee e le cose al concetto di anima: la sua caratteristica essenziale è l'idea di vita, quindi non può partecipare all'idea opposta: idea di morte.
L'IDEA DI ANIMA E' CARATTERIZZATA DALL'IDEA DI VITA, QUINDI NON Può ESSERE NEL CONTEMPO CARATTERIZZATA DALL'IDEA DI MORTE. Questa prova di Socrate però è vera solo con la SUBCONDIZIONE CHE LA VITA SIA LA CARATTERISTICA ESSENZIALE DELL'ANIMA.
L'anima abbiamo precedentemente affermato essere la caratteristica essenziale della vita, quindi non può partecipare all'idea di morte.
Sfogliando la Repubblica, il Menone e il Fedone potremo trovare dei legami tra idee e cose.

MIMESI: significa imitare, le cose imitano le idee (SENTENZA GIUSTA IMITA L'IDEA DI GIUSTIZIA).
PARUSIA: (il termine si usa anche in teologia, la parusia dello spirito santo) significa presenza reale, le idee sono presenti nelle cose (IN UNA SENTENZA GIUSTA E' PRESENTE L'IDEA DI GIUSTIZIA).
METESSI: significa partecipazione, le cose partecipano alle idee (UNA SENTENZA GIUSTA PARTECIPA ALL'IDEA DI GIUSTIZIA).


FEDRO

Introduciamo un'idea tratta dal Fedro: MITO DELLA BIGA ALATA. Il mito narra di un carro guidato da un auriga e trainato da due cavalli: uno bianco (bello, sano e obbediente all'auriga) e uno nero (disobbediente. lento e pigro). Per Platone questi tre elementi rappresentano le tre funzioni dell'anima:
AURIGA (ANIMA RAZIONALE): è la ragione che nell'uomo gestisce i comportamenti, frena gli istinti. La ragione che decide come agire.
CAVALLO BIANCO (ANIMA IRASCIBILE): rappresenta i sentimenti. L'ira noi la vediamo in modo negativo, la definiamo come un difetto (una persona saggia non è irascibile). L'irascibilità è positiva, in realtà, anche se è possibile che produca desideri che possono sfuggire di mano; può essere intesa come”grinta”, determinazione, volitività, entusiasmo; l'anima irascibile può essere governata dalla ragione, come il cavallo bianco.
CAVALLO NERO (ANIMA CONCUPISCENTE): rappresenta gli istinti, i desideri meno governabili dalla ragione (come la fame, la sete, il sonno e gli istinti sessuali).
Si può concludere dicendo: l'uomo saggio è colui che governa le passioni con la ragione, ma riconosce che le passioni sono fondamentali.
Vediamo, inoltre, che l'anima è unica, ma possiede tre funzioni. Esistono tre corrispondenti generi diversi di uomini, chi ha più:
RAGIONE: le anime auree (intellettuali, filosofi)
CORAGGIO: le anime argentee (soldati)
DESIDERIO: le anime bronzee (produttori che producono ciò che desiderano).
Secondo Platone, la democrazia è una forma di governo errata, perchè le decisioni le dovrebbero prendere solo i sofisti e gli intellettuali. Lui immagina la società divisa in tre classi non ereditarie, ma dove ognuno svolge il compito che meglio gli riesce (lo afferma nella Repubblica). Come si possono selezionare le persone che appartengono alle varie categorie? Attraverso L'EDUCAZIONE.

 

CAVALLO NERO

CAVALLO BIANCO

AURIGA

TIPO DI ANIMA

Concupiscente

Irascibile

Razionale (sapere dimostrativo)

TIPO DI VIRTU'

Temperanza: consiste nel moderare i desideri

Coraggio

Saggezza: capacità di scegliere i mezzi per raggiungere un fine

CLASSI SOCIALI di eguale importanza

Produttori: producono i beni necessari per la sopravvivenza della società (fabbri, sarti, artigiani)

Guerrieri/soldati: difendono la città

Governanti: coloro che governano (sono i filosofi). Gli unici che conoscono il bene. Platone è ANTIDEMOCRATICO




Lui voleva realizzare una città utopica: basata sull'utopia (ideale di perfezione che non verrà mai realizzato), sebbene la si prenda come modello. Le classi non possono essere ereditarie, ognuno dovrebbe poter scegliere cosa fare, ma da qui nascevano alcuni problemi:
Rischio di non avere un'equa distribuzione delle cariche;
Rischio che si perpetuassero le classi (ogni padre privilegia il proprio figlio).
Lo stato, quindi, selezionava i ragazzi in base all'educazione, e per fare ciò si doveva eliminare la famiglia: dopo aver terminato l'allattamento, i bambini venivano allontanati da casa per intraprendere il percorso di formazione previsto dallo stato. Divenuti adolescenti, dovevano seguire una scuola, e praticare intensa attività fisica; chi era ritenuto adeguato e capace poteva intraprendere la carriera militare, chi invece, non mostrava spiccate doti atletiche si dedicava alla produzione di beni di prima necessità (faceva il produttore). Coloro che, invece, si distinguevano per le capacità matematiche divenivano governatori:
Dai 25 ai 30 anni studiavano filosofia;
Dai 30 ai 50 si affiancavano ai governatori in carica per apprendere i segreti del mestiere;
Dai 50 anni in poi, potevo iniziare a praticare la loro professione.
Seguendo il cosiddetto COMUNISMO PLATONICO, non esisteva la proprietà privata ed era obbligatoria la comunanza dei beni e delle donne per la classe dirigente. Voleva togliere la ricchezza dalle mani dei governatori, così che non si limitassero a fare i loro interessi, ma si sarebbero preoccupati del bene comune.


SIMPOSIO

Il termine Simposio deriva dal greco e significa: incontro per feste, raduno o banchetto. In questo dialogo, si tratta del tema dell'amore e tra i miti più importanti riconosciamo: il mito di Aristofane e degli Androgini. Quest'ultimo è narrato da Aristofane. Una volta esistevano questi essere chiamati androgini, alcuni formati da due parti maschili, alcuni da due parti femminili e alcuni da una maschile e una femminile, che gli dei successivamente divisero. Dopo la scissione, questi desideravano ricongiungersi con la metà perduta. Di conseguenza, chi era stato originato da un essere primitivo formato da due parti eterogenee sarebbe stato un eterosessuale (III gruppo), invece chi era nato da due parti congruenti (I e II gruppo) era omosessuale (gay o lesbiche). Da questo scritto possiamo osservare che i greci ritenevano le donne unicamente come strumento per la riproduzione. Era deriso chi si innamorava di una donna, poiché quest'ultima era ritenuta come un essere inferiore, piuttosto gli uomini adulti frequentavano ragazzi più giovani (pederastia). Ciò accadeva soprattutto tra le famiglie nobili, poiché i figli, sin da piccoli, venivano lasciati in affidamento a un maestro che li ospitava nella propria dimora e approfittava di loro (era un accompagnamento verso l'età adulta). Inoltre, secondo i greci, non vi era una scelta sessuale naturale, tutto era concesso. La concezione platonica dell'amore consisteva in: l'uomo necessita un qualcuno da amare, non può restare solo (poiché gli androgini furono divisi in due ed esattamente come loro avevano il bisogno di riconciliarsi; allo stesso modo l'uomo deve trovare la sua metà, che sia maschio o femmina). Quindi, l'amore nasce da una mancanza. Ora, è importante fare distinzione tra:
EROS: l'amore in senso fisico, carnale, corporale;
AGAPE: amore sentimentale, unione;
Per Platone, l'amore variava in una scala con 4 gradini: l'amore del corpo, dell'anima, delle leggi e delle scienze. Questi gradi sono posti in ordine dal meno puro, a quello perfetto. Infatti sappiamo che l'amore platonico disprezza il corpo, poiché è un amore spirituale. Per divenire filosofo bisogna percorrere questo percorso amoroso, subendo così una maturazione psicologica e non solo cognitiva.

LA CONCEZIONE PLATONICA DELL'ARTE

Analizziamo ora la concezione che Platone aveva dell'arte. Una tesi afferma che un buon politico deve mettere da parte tutta l'arte, tranne la musica (perchè basata su rapporti matematici) e dato che il vero sapiente deve conoscere tutto ciò che riguarda la matematica, era necessario lo studio anche di questa disciplina. Invece, la pittura, la scultura e la poesia distolgono l'uomo da una formazione razionale. Questo perchè se io decidessi di raffigurare un corpo sulla tela, vorrebbe dire che copio come quel corpo si trova nella realtà, e visto che abbiamo precedentemente dimostrato che le cose percepite per mezzo della conoscenza sensibile sono, a loro volta, una copia delle idee; allora un dipinto risulterà essere una copia della copia dell'idea di quel corpo.
Quando noi rappresentiamo un albero su un foglio, per quanto possiamo essere capaci e precisi, non sarà mai perfettamente congruente al corrispondente nella realtà, sarà una sua imitazione. Per la mimesi sappiamo che le cose imitano le idee, poiché l'albero nella realtà è un particolare, mentre l'idea di albero è generale. Riassumendo: l'arte imita le cose... le cose imitano le idee... quindi, l'arte allontana l'uomo dalla vera conoscenza.

PERIODO DELLA VECCHIAIA


Platone in questo periodo scrive molti dialoghi, e anche se Socrate è ancora presente, non sarà più il protagonista e lo specchio dei suoi pensieri, anzi spesso verranno criticati. Sembra che applichi un'autocritica, una revisione delle sue idee, schierandosi anche contro al suo maestro. Gli studiosi si dividono in due categorie:
SCUOLA di TUBINGA: è una scuola di pensiero che ritiene che per comprendere le idee di Platone sia necessario fare riferimento alle dottrine non scritte (a Tubinga, Kramer e Gaiser catalogarono gli scritti e i commenti di Platone). Sostengono che il filosofo avesse elaborato delle dottrine comunicate solo oralmente ai suoi discepoli. Ne conosciamo il contenuto, grazie alle critiche che gli vennero poste dai filosofi successivi. Per gli studiosi di Tubinga gli scritti della vecchiaia non rappresentano un pensiero molto diverso da quelli della maturità, ma hanno più riferimenti alle dottrine non scritte.
TRADIZIONALISTI: parte degli studiosi che ritengono che le dottrine non scritte non siano importanti per l'interpretazione degli scritti della vecchiaia, ma che quest'ultimi siano semplicemente un'evoluzione del suo pensiero, con forti momenti di autocritica rispetto alle idee precedenti.


TEETETO

L'argomento principalmente trattato nel dialogo è la conoscenza. Il giovane Teeteto (in accordo con gli eraclitei) sostiene che la conoscenza sia sensazione. Ma se si ammettesse che ciò che ciascuno percepisce in un determinato momento sia vero, allora la verità dovrebbe essere soggettiva, mutevole oppure dovrebbe stare nella maggioranza. Questo ragionamento sarebbe stato accettato dai sofisti, promotori del relativismo conoscitivo ed etico. Platone, invece, non era soddisfatto della conclusione, così inizia a sostenere che debba esistere un vero in sé, che non dipenda dal giudizio di ogni singolo individuo, ma che rifletta le cose come sono per natura, per la loro essenza. Di conseguenza, lui definisce la materia come oggetto percepito tramite la conoscenza sensibile, e le affezioni come le modifiche che vengono riportate a quest'ultima dal mondo esterno. Ne deriva che l'esperienza non è autentica conoscenza, ma i sensi sono lo strumento mediante cui l'anima conosce la realtà. Nasce così la questione della verità e della possibilità dell'errore.
Nel Teeteto il vero non è definito direttamente, ma come opposizione a ciò che è falso. E il falso sembra coincidere con un errore nella coordinazione degli elementi, ma dove ha origine questo errore? Una possibile risposta riguarda i limiti della reminiscenza umana: nel formulare i giudizi, la conoscenza si serve della memoria (poiché conoscere significa collegare dati empirici attualmente presenti, con dati passati), ma è possibile avere un ricordo errato. Alla fine, tutto riporta alla questione iniziale, ovvero che finchè io non definisco in cosa consiste la verità, è impossibile comprendere dove sia l'errore.


PARMENIDE

Nel Parmenide il filosofo si interroga auto-criticamente sulla consistenza della teoria delle idee. Inizialmente si scaglia contro la metessi, ovvero si domanda come l'idea (intesa come unità) possa essere “partecipata” dalle cose (che sono molte), senza risultarne divisa o moltiplicata. In questo caso perderebbe la sua unicità. Successivamente introduce l'argomento del terzo uomo che consiste in una critica alla mimesi: se due cose sono simili tra loro perchè imitano la stessa idea, per stabilire la somiglianza tra una cosa e la sua idea è richiesta una seconda idea che entrambe imitano; e sua volta quest'idea 2, se è simile alla prima ci porterà ad un'idea 3, e così via discorrendo. Si andrebbe incontro ad un regresso infinito. Addentrandosi nell'opera, però si giunge al problema fondamentale che emerge nel Parmenide che è lo scontro con Parmenide (che poi sfocerà nel sofista con un parmenicidio o parricidio). Questo perchè Platone si rende conto che il principio di non contraddizione dell'esponente della scuola di Elea decretava la morte della sua dottrina delle idee, poiché lui aveva sostenuto che le idee fossero molteplici e Parmenide dice: l'essere è e non può non essere, il non essere non è e non può essere; di conseguenza affermava che l'essere è unico. L'inesistenza assoluta di ogni forma di non essere, infatti pregiudicherebbe inevitabilmente la molteplicità delle idee, poiché ogni idea non essendo l'altra, implicherebbe l'illogica ammissione del non essere. Nel sofista, quindi, sarà costretto a riformulare il principio di non contraddizione.


IL SOFISTA

Platone nel sofista elabora la cosidetta teoria dei “generi sommi”. In quest'opera si tratterà del rapporto tra le idee. Per genere sommo si intendono le idee più generali, quelle che si possono predicare di tutte le altre idee. Queste sono:
ESSERE (esistere);
ESSERE IDENTICO;
ESSERE DIVERSO;
ESSERE IN QUIETE;
ESSERE IN MOTO.
Spieghiamo ora il senso di: essere in moto o in quiete. Questo si potrebbe, infatti, più semplicemente tradurre con la possibilità di ogni idea di essere in relazione (in moto) o non in relazione (in quiete) con altre idee.
Esempio1: la rosa è un fiore. In questa frase l'idea di rosa è in relazione con l'idea di fiore.
Esempio2: la rosa non è un animale. In questa proposizione l'idea di rosa non è in relazione con l'idea di animale.
I generi sommi si possono applicare a tutte le idee, e ne sono le caratteristiche più generali:
L'IDEA E' (la più generale di tutte);
L'IDEA E' UGUALE/IDENTICA A SE STESSA;
OGNI IDEA E' DIVERSA DALLE ALTRE;
OGNI IDEA E' IN RELAZIONE CON UN INSIEME DI IDEE;
OGNI IDEA NON E' IN RELAZIONE CON UN INSIEME DI IDEE.
Se ogni idea è identica a sé, ma distinta dalle altre, significa che essa è diversa dalle altre, per cui sogni idea rientra nel genere del DIVERSO. Da qui riprende la critica a Parmenide. Vedremo che lui non vuole eliminare il principio di non contraddizione, perchè su questo era basata la distinzione tra opinione e scienza (per lui fondamentale), ma voleva solo riformularlo di modo che non andasse contro la sua dottrina delle idee. Per fare ciò distingue i due differenti modi di interpretare il non essere:
1. Si può prendere l'esempio di un ateo che dice: Dio non è, inteso come: Dio non esiste e non conosciamo nessun ente che possieda le sue caratteristiche: potente, onnisciente e infinitamente buono. In questo caso il verbo essere è concepito in modo ASSOLUTO: esistere o non esistere (questo è il modo in cui si intende nel principio formulato da Parmenide);
2. Si può, invece, prendere come esempio, la frase: la rosa non è un animale. Con ciò non si vuole dire che la rosa non esiste, ma che non presenta le stesse caratteristiche di un animale: quindi, non cammina, non fa versi, non corre,... Quando noi usiamo il verbo essere come copula tra un soggetto e un predicato, è concepito in valore RELATIVO: ovvero la rosa è diversa da un animale.
Questo secondo esempio non sarebbe accettato dal principio di non contraddizione di Parmenide, dove il non essere è inteso come valore assoluto, quindi come non esistere. Ma dato che avevamo precedentemente detto (nel Parmenide) che per dimostrare la molteplicità delle idee bisogna supporre l'esistenza del non essere, e l'unico modo è quello di introdurre il concetto dell'essere DIVERSO. Platone lo enuncerà indirettamente, più precisamente lo farà Aristotele nel IV libro della Metafisica:

E' impossibile che lo stesso predicato appartenga e non appartenga, allo stesso tempo, al medesimo soggetto e secondo il medesimo rispetto.

Con ciò vuole dire che non si può affermare contemporaneamente (allo stesso tempo): il gesso è bianco e il gesso non è bianco. É importante anche fare attenzione al passaggio “allo stesso tempo” poiché io potrei dire una foglia è gialla in autunno, ma la stessa foglia non è gialla, ma verde in estate. E secondo il medesimo rispetto significa che io posso dire: 4 è doppio di 2, 4 non è doppio di 3, perchè il significato è diverso, oltre che anche il predicato lo è.
Con questa dottrina, dunque, il filosofo può anche superare anche il problema dell'ERRORE. Gli eristi avevano affermato che l'errore non poteva esistere, perchè voleva dire implicare il nulla, che non è'. Platone a questo punto ribatte sostenendo che l'errore non consiste nel pronunciare il nulla, ma nel dire le cose in modo diverso, da come esse effettivamente stanno. Giustifica così la pluralità delle idee.
Ora, Platone si interroga su cosa sia l'essere. Perviene alla tesi secondo cui l'essere è possibilità:

L'essere è qualunque cosa si trovi in possesso di una qualsiasi possibilità: o di agire o di subire, da parte di qualche altra cosa, anche insignificante, un'azione anche minima e anche solo per una sola volta. (Sofista, 247c)

Secondo lui, qualcosa esiste quando abbiamo la possibilità di entrare in relazione con esso: lo tocchiamo, lo annusiamo,... Anche ciò che non percepiamo tramite i cinque sensi, ma con la ragione possiamo sostenere che esistano. Esempio: la faccia della luna io non la vedo, ma avendo dimostrato che è un corpo sferico, siamo sicuri che la possieda. Esiste tutto ciò che è in grado di entrare in un campo di relazione qualsiasi.
Come ultimo argomento, Platone tratterà della dialettica: è la disciplina che si occupa di dimostrare quali idee si connettono e quali no (l'arte del dialogo). Assistiamo quindi ad una divisione del dialogo:
Determinazione e definizione di una certa idea;
Divisione dell'idea nelle sue articolazioni.
Se tutte le idee comunicassero fra di loro non vi sarebbe più distinzione tra vero e falso. Esempio: la rosa è un fiore e la rosa è un animale. Queste idee non comunicano.
Se nessuna idea comunicasse con le altre, l'unico discorso plausibile sarebbe quello tautologico (sempre vero, ma inutile, esempio: l'uomo è uomo). Alcune idee sono combinabili fra loro, altre no. La tecnica dialettica consisterà, quindi, nel definire un'idea mediante successive identificazioni e diversificazioni attraverso un processo di tipo dicotomico: che avanza dividendo per due un'idea fino a giungere ad una indivisibile.

Con questo metodo possiamo giungere ad una definizione: la filosofia è un'attività intellettuale avente come oggetto le idee valori. DEFINIZIONE: per definire un'idea ci si serve di un'idea più estesa (GENERE) e aggiungervi un oggetto specifico (DIFFERENZA SPECIFICA). L'idea più generale è l'essere (sarebbe la prima verso l'alto) e l'idea più particolare sarebbe il singolo (l'ultima), ma non si giungerà mai al singolo, perchè non è un'idea, ma è un particolare, e tanto meno si arriverà mai all'essere, perchè essendo l'idea più generale, non vi sarà mai un genere più esteso con cui definirlo.


FILEBO

Questo è un dialogo a cui partecipano Filebo, Socrate e altri discepoli, dove si interrogano su quale sia il sommo bene per l'uomo. Esempio: noi siamo nel deserto, stimo morendo di sete; l'acqua il quel caso per noi rappresenta il sommo bene. Ma dinnanzi a una serie di beni con quale criterio ne prediligiamo uno? Esempio: guardo la televisione, scelgo il canale da guardare in base al film che trasmettono che più mi piace. Ne deriva che il sommo bene consiste nella ricerca del piacere o nell'esercizio dell'intelligenza.
Il criterio del piacere è quello che maggiormente utilizziamo. E' preferibile ciò che è piacevole. Secondo Platone, che non condivide l'edonismo (la tesi secondo la quale il piacere è il bene più importante per l'uomo) il piacere non è il sommo bene. Il piacere, quindi non sempre porta alla felicità per due motivi:
1. Il piacere è instabile, transitorio, sfuggevole. Esempio: io non mangio per due giorni, mi trovo dinnanzi una torta a tre piani e provo un enorme piacere; inizio a mangiarla, ma man mano che la mangio il mio piacere diminuisce, finchè non sarò talmente sazia che proverò addirittura un dispiacere ad assaggiarne ancora.
2. Il piacere può soddisfare i bisogni animali (dormire, mangiare,bere, istinti sessuali) ma non soddisfa per esempio il desiderio di conoscenza dell'uomo, le sue curiosità, poiché anche se dovessero riuscire a chiarirmi dei dubbi, ne sorgerebbero subito altri.
A questo punto si comprende che il piacere non è il sommo bene per l'uomo, così prova con l'esercizio della conoscenza. Sicuramente quest'ultimo è più stabile del precedente, ma se io dovessi esercitare solamente l'esercizio dell'intelligenza, non potrei nemmeno avere il piacere di conoscere. Platone arriva dunque, alla conclusione che il sommo bene doveva essere il GIUSTO MISTO tra la ricerca del piacere e l'esercizio della conoscenza, esattamente come gli ingredienti di una torta che devono essere inseriti seguendo delle giuste quantità e proporzioni. Prima di individuarlo però, è corretto ricordare che i sofisti e dei cirenaici vedevano il piacere come un'assenza di dolore (esempio: bere è un piacere se prima ero assettato). Questi filosofi ritenevano che il piacere e il dolore fossero come degli opposti che si annullano (come +3 e -3), inutile dire che Platone non era d'accordo. Esempio: io sto aspettando degli amici a casa che ho invitato a cena e provo del piacere nel pensare che presto potrò godere della loro compagnia; d'altra parte però provo del dispiacere perchè sono affamato e l'attesa mi turba. Platone ritiene che questo piacere e dispiacere possano essere due entità diverse e che non si annullino vicendevolmente. Così infine, fa una distinzione tra:
PIACERI PURI: quelli non misti/frammisti al dolore;
PIACERI IMPURI: quelli che si collegano al dolore.
Esempio: a uno piace bere il vino, si ubriaca, collassa e finendo all'ospedale si procura un dolore (piacere impuro); invece, il piacere di sapere non causa alcun malessere (piacere puro). Ne consegue che:
Il giusto misto tra la ricerca del piacere e l'esercizio dell'intelligenza sarà quel misto che tende a massimizzare i piaceri puri e a minimizzare quelli impuri.
Inoltre, nel Filebo vi è un riferimento alle dottrine non scritte, poiché Platone nel discutere del misto associa il piacere all'illimitato (perchè in una scala di piacere, si possono assumere tutti i valori) e la conoscenza al limite. Sembrerebbe inoltre che le dottrine non scritte si fondassero sulla protologia (la scienza che studia i primi principi), e si credeva che il limite e l'illimitato fossero la semplificazione di due concetti:
UNO: una sorta di Dio che dà la forma;
DIADE: un qualcosa di materiale, variabile e imprecisato.
Esempio: vi è la materia prima e le idee e il misto dà origine al cosmo. Così tutto ebbe origine con l'uno e la diade, poi la materia prima e le idee e così via... la realtà quindi risulterà essere un misto tra limite e illimitato.

TIMEO

In questo scritto Platone tratta della genesi del cosmo. Nelle pagine iniziali ci svelano quali sono le realtà eterne, quelle quindi che non sono CONTINGENTI (che hanno un inizio e una fine). Queste sono: idee e anime umane (di cui abbiamo già parlato), “materia prima” e il Demiurgo.
“Materia prima” è posto tra virgolette perchè questo termine fu coniato solo successivamente da Aristotele, non da Platone, lui la definiva come: CHORA (estensione), ANANKE (necessità) oppure MATRICE, MADRE DELLE COSE. La materia prima presenta quattro caratteristiche:
ESTENSIONE: la materia occupa uno spazio, un luogo. Ciò che è materiale è esteso (rapporto biunivoco);
CAPACITA' DI MOVIMENTO: ogni oggetto può essere spostato, per esempio quando cade;
NECESSITA': la materia si muove solo per cause efficienti, meccaniche, senza la finalità. Come per esempio gli atomi di Epicuro: sostenitore del meccanicismo, dove ogni particella si muoveva per impulso diretto, per contatto, meccanicamente, non vi era un noùs;
POTENZIALITA': la materia può assumere determinate caratteristiche. Assomiglia all'apeiron di Anassimandro, che non possiede nessun carattere, nessuna forma, ma può acquisirli tutti.
Per comprende invece perchè era chiamata madre delle cose o matrice, è necessario osservare come avveniva, per i greci, la nascita degli animali: presupponendo che loro non conoscevano la biologia, l'esistenza degli spermatozoi, ovuli,... pensavano che l'uomo o gli animali derivassero dal seme maschile e la femmina si limitasse a fornirgli tramite gli alimenti la materia. Nel medioevo, ritenevano che nello sperma vi fosse un homunculus, che incarnandosi nella donna dava origine al bambino. Per questo la materia prima ha quel nome, perchè possiede tutte le caratteristiche sopra elencate, ma non la forma.
Il Demiurgo era ritenuto dai greci come un Dio, ma noi non lo definiremmo così perchè nelle religioni monoteiste un Dio è colui che crea, invece nelle competenze del Demiurgo c'era quella di plasmare. Infatti, quest'ultimo si limita a mescolare le realtà eterne già esistenti, come la materia prima e le idee per dare origine al cosmo. Ricorda il noùs di Anassagora. Secondo Platone il cosmo è ordinato e ben strutturato, poiché vi sono delle leggi che lo governano e regolano. Per queste ragioni il Demiurgo è buono (perchè dispone il massimo ordine nell'universo), intelligente e onnipotente (perchè è in grado di farlo).
Noi non possiamo percepire con i sensi nessuna delle tre realtà, però le idee le possiamo conoscere direttamente tramite l'intelletto, le alte due solo indirettamente. Inoltre Platone sostiene che il Demiurgo abbia creato il tempo, inteso come immagine mobile dell'eternità. Con ciò si può dire che quando vi erano solo le idee (atemporali, immutabili) non c'era il tempo, è nato con la formazione del cosmo. Il tempo può anche essere definito come misura del divenire, poiché se quest'ultimo non ci fosse a mettere ordine nel cosmo, il divenire sarebbe contraddittorio. Esempio senza il tempo: quella foglia è gialla, quella stessa foglia è verde. Queste due proposizioni sarebbero contraddittorie, ma se io le trasformassi in: quella foglia è gialla in autunno, quella stessa foglia è verde in estate, allora sono accettabili.

 

N. B. Gli appunti sono stati presi durante le lezioni e non sono stati rivisti, ne integrati con le spiegazioni del manuale di filosofia in adozione

 

risorse internet su Platone

 

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