mercoledì 9 novembre 2011, ore 20.30

 Auditorium Centro civico di Castegnato (BS)

Incontri d'autunno promossi dall'Assessorato alla Cultura del Comune di Castegnato

 

 Tradizione e tradizionalismo

prof. Franco Manni, docente di filosofia al Liceo Leonardo di Brescia.

 

 

 

 

“Diceva Bernardo di Chartres che noi siamo quasi come nani sulle spalle di giganti, sì che possiamo veder di più e più lontano di essi, non per merito dell'acutezza della nostra vista nè per la prestanza del corpo,ma perchè siamo sorretti ed innalzati dalla grandezza dei giganti”

Giovanni di Salisbury, XII secolo

 

 

introduzione

 

                                                                                                                            

 

  • Breve definizione di “Tradizione” : essa è la Vita, è il flusso della linfa vitale, cioè della Civiltà umana attraverso la staffetta tra le generazioni precedenti e quelle successive... ogni nuova generazione non ricomincia con la Clava del Paleolitico, non ricomincia con il Cannibalismo e l'Incesto dell'Orda Primordiale! Non lo fa se la trasmissione delle  Tradizioni ha avuto una almeno sufficiente riuscita...

  • Breve definizione di “Tradizionalismo”: esso è una forma subdola di Uccisione della Vita (mentre l'Antitradizionalismo Utopico ne è la forma aperta, non-subdola), esso interrompe il flusso, non lo fa più procedere oltre, impedisce la sostituzione di ciò che obsoleto con ciò che può funzionare ora,  non arricchisce con nuovi nutrimenti e nuovi presidî prima non conosciuti, esso col pretesto di conservarlo e santificarlo, imbalsama il corpo vivente : “sit divus, ne sit vivus!

 

  • Le considerazioni di Lucio Russo in Segmenti  e bastoncini (Feltrinelli, 1998) sulla trasmissione dell’insegnamento :

-          la trasmissione della conoscenza ha vari scopi, uno dei quali è il permettere la “Innovazione”

-          ma questo scopo particolare può sembrare l’unico, può esser idealizzato , e allora si arriva al comportamento di darsi alle mode , alla innovazione di facciata e , come dice Lucio Russo, è più spesso consumo della innovazione che produzione di essa, in quanto le abilità necessarie alla produzione non sono state esercitate

-          Si pensa che il non aggiornamento sia il vizio più grave, ma guardiamo i difetti di questa impostazione nell’insegnamento della  Fisica (pp. 33-34-35-36-37)  e possibili terapie da adottare nella scuola (pp. 106-107 e 115)

 

Le Tradizioni: i soggetti in gioco : giovani, non giovani, generazioni, maestri

 

  • Il grande storico francese Marc Bloch visse l’ora suprema della storia europea del XX secolo : il 1940, la caduta della Francia e il dominio di Hitler in Europa (in condominio con Stalin). Nel libro da lui scritto in cui narra questi fatti, a un certo punto scrive (Una strana disfatta, p. 158) : i giovani si ribellano alla tradizione perché i presunti apostoli della tradizione la presentano in maniera deformata ; ma i giovani dovrebbero non allontanarsi in generale dalla tradizione: in essa ci sono anche cose buone che i tradizionalisti occultano. Cosa significa questa frase di  Bloch ? :

 

    1. che la “tradizione” è un concetto da analizzare in parti “buone” e in parti “cattive”

    2. che le parti buone sono da conservare, e le altre no

    3. che diventa possibile innovare (progredire) solo se si conservano solamente le parti buone, mentre non è possibile sia se si conservano quelle cattive sia se non si conserva niente

    4. dunque è per il progresso è necessaria una “continuità storica” col passato

 

  • Facciamo un esempio, quello tratto proprio dalla esperienza storica della Francia tra Anni Trenta e Anni Quaranta, nell’ultima parte della vita di Marc Bloch :

A.     Per i giovani di quegli anni le parti cattive erano: i privilegi socio-economici, il militarismo, il nazionalismo, l’autoritarismo, il bigottismo religioso, il basso livello di istruzione, il mondo contadino con le sue chiusure interpersonali, la struttura patriarcale della  famiglia. Le parti buone erano : il liberalismo, il coraggio, l’amore per il proprio popolo, la obbedienza, i valori religiosi, le creazioni letterarie e filosofiche francesi, il cosmopolitismo francese, la solidarietà sindacale e socialista, l’amore per la famiglia.

B.     che le parti buone sono da conservare, e le altre no : ma non lo fecero e caddero in due errori simmetrici : i comunisti abbandonarono sia le parti buone sia quelle cattive, e gli altri – i qualunquisti, i sottomessi, i collaborazionisti - con il governo fantoccio di Vichy mantennero solo quelle cattive

C.     il progresso avvenne con Charles De Gaulle e la quarta e quinta repubblica francese dopo la seconda guerra mondiale : patriottismo ma non nazionalismo, libertà ma non anarchia, maggiore uguaglianza ma non uniformità, coraggio ma non beau gestes autodistruttivi (tipo il cosiddetto – pseudoeroico e in realtà criminale -  élan vital predicato dai generali della Prima Guerra Mondiale come Pétain), ordinata disciplina ma non servilismo, famiglia ma non patriarcalismo, cosmopolitismo ma non internazionalismo , solidarietà sociale ma non abolizione della proprietà, etc.

D.     dunque la continuità storica fu preservata da persone come De Gaulle le quali non dimenticarono il proprio passato, ma  neanche lo imbalsamarono.

 

  • I maestri : certamente esistono quelli buoni e quelli cattivi, e quelli buoni come Benedetto Croce e Norberto Bobbio sono tessitori di memoria

 

  • ma ricordiamo  il cardinale Carlo Maria Martini in Itinerari educativi e le sue osservazioni sul necessario fallimento educativo dovuto alla libertà umana, o più esattamente - fuor di retorica -  dovuta alla individualità degli individui

 

  • Sono i giovani a dimenticare ? No, sono le persone che durante la  loro giovinezza non ricevono il testimone della staffetta e poi per tutta la vita si creano altre situazioni che impediscono l’apprendimento

 

 

Le Tradizioni: la difficoltà nel mantenerle vive

·         Direi che il ricordo del passato,  sia del male sia del bene, almeno in certe sfere della vita mi sembra problematico, difficile, latitante. Ora non voglio indagare la “vita privata”: credo che anche in essa la memoria sia difficile e l’oblio o i falsi ricordi costituiscano un costante problema. In questo mio intervento di ora però mi limito al problema della memoria nella cosiddetta “vita pubblica”: sociale, politica, culturale.

·         La grande maggioranza delle persone non ha memoria dei fatti della vita pubblica sia vecchi sia recenti sia, spesso, recentissimi. Il fatto che esistano dei gruppetti che parlano e scrivono tipo le associazioni dei partigiani o gli storici può confondere le idee e far credere che la memoria sia diffusa. Non è così : quei piccoli gruppetti parlano e fanno bene a parlare, ma la grande massa delle persone o non ascolta o, se ascolta, rimane indifferente. Anche le tradizioni famigliari sono insufficienti in questo campo (la vita pubblica), è molto infrequente che il nonno o il padre prendano i loro discendenti per raccontare loro le ideologie, le istituzioni, i comportamenti della società passata. E, così, infrequenti sono le domande dei nipoti rivolte al nonno (eri fascista? Eri partigiano? Eri – come è più probabile-  un imboscato?), o le domande dei figli fatte al padre sul PCI o la DC o il Sessantotto o gli anni di piombo.  Lo scenario in cui queste domande vengono fatte mi sembra uno scenario da film edificante, nella realtà quasi mai vengono fatte e, se vengono fatte, ricevono risposte evasive nella grande maggioranza dei casi. Le poche eccezioni - che pure esistono - non cambiano in maniera significativa il quadro generale che sto descrivendo.

·         Ci si dovrebbe chiedere : si ricorda la liberazione dal nazifascismo e la nuova libertà della stampa e dei partiti venuta dopo di allora? Si ricorda la lunga pace venuta dopo la prima metà del XX secolo funestata da guerre per l’Italia (continuazione della guerra di Libia, prima guerra mondiale, guerra di Etiopia, Seconda guerra mondiale, guerra civile)? Si ricorda la ricostruzione e il boom economico? Si ricorda l’espansione di massa della istruzione attraverso la scuola pubblica?  Si ricordano le conquiste dei lavoratori? Le conquiste delle donne per la parità giuridica e sociale? L’espansione dei servizi sociali per le categorie deboli? Queste cose ora ci sono, ma non ci sono sempre state: sono venute dopo lotte, dibattiti e lungo impegno.

·         Nonni e padri magari parlano della società del passato (del loro passato), ma quando lo fanno spesso intonano la “laus temporis acti”, questa è una forma della memoria del bene – sì -  ma una memoria deformata e non un vero ricordo, inquinata da ideologie e da inconsce proiezioni psicologiche.  I “lodatori del tempo che fu” (loquaci e schifiltosi, come diceva Orazio)  sostengono che oggi le leggi, la scienza e la complessità sociale avrebbero reso gli uomini più infelici e più cattivi che nel passato. Per loro, oggi la vita sarebbe grigia, nevrotica, stancante, pericolosa e violenta, superficiale, solitaria, disonesta, corrotta, quando invece ieri essa sarebbe stata semplice, emozionante, sana, riposante, sicura e pacifica, profonda, conviviale, onesta, pura. Quante esagerazioni! e quante vere e proprie falsificazioni in questa lode del tempo che fu!

·         Dunque, come fare a tramandare la memoria e a mantenerla e ad approfondirla?  A questo compito la famiglia avrebbe il potere di dare il nucleo principale, ma, come già ho accennato, se va bene riesce a tramandare gli aspetti privati della tradizione familiare (se va bene!), l’ideologia della famiglia reale italiana è ben lontana da quello che Mazzini, Carducci e De Amicis descrivevano in maniera idealizzata come cellula della educazione alla storia patria e ai suoi valori. Poi c’è la scuola soprattutto nei suoi insegnamenti storico-umanistici. Ma essa non basta perché le ore di insegnamento sono troppo poche e il coinvolgimento emotivo troppo spesso è basso. La televisione non aiuta molto perché essa è troppo volta ad altri interessi di spettacolo, di pubblicità commerciale, di propaganda politica. La stampa in Italia è pochissimo letta. La partecipazione agli incontri dei partiti politici e delle associazioni sindacali nei nostri anni è in calo e, quando c’è, essa è tutta volta ai problemi pratici contingenti. Ci sono, certo, numerose iniziative culturali di Fondazioni, Associazioni ed Enti Locali esplicitamente indirizzate alla memoria del passato; ma quello che io vedo, avendo partecipato spesso a tali iniziative, è che, per un motivo o per un altro, di fatto queste conferenze o convegni o cineforum o tavole rotonde sono seguiti da un ristrettissimo gruppo di persone.

·         Ecco, vorrei citare una frase di Alexis de Tocqueville: “Quando un popolo raggiunge la prosperità materiale troppo velocemente rispetto alla sua maturazione morale e intellettuale e alla sua abitudine alle regole della civile convivenza, questo popolo tenderà a svalutare e a dimenticare l’importanza della libertà ed è pronto a cadere sotto il giogo della tirannia”.  Non credo che però ci sia bisogno di essere pessimisti. Questo è sempre accaduto anche nel passato, e a questo proposito vorrei citare il discorso pubblico di Esdra e dei leviti fatto al popolo di Israele tornato a Gerusalemme - in patria - dopo la cattività di Babilonia (Neemia, 8-9) : il popolo insuperbisce, pecca e dimentica e ricorda solo in alcuni rari momenti, quando la drammaticità di certi eventi collettivi lo costringe a ricordare.

·         Ma questa drammaticità e questo ricordare  succedono raramente, gli eventi collettivi che fanno sorgere la coscienza e la memoria collettive sono rari, credo che in Italia ne abbiamo avuto uno dal 1941 al 1945 quando i morti in Russia, i razionamenti alimentari, i bombardamenti sulle città, la guerra civile e gli eserciti stranieri sul suolo patrio hanno posto gli Italiani di fronte alle proprie colpe di avere supportato il fascismo, il suo regime illiberale e la sua politica aggressiva e guerrafondaia. Momento – però -  presto finito anche perché i partiti della nuova Repubblica hanno diffuso il mito di un popolo italiano non responsabile della dittatura e della guerra e, incredibilmente (ma fu creduto), addirittura “antifascista”. Il mito di un popolo soggiogato “suo malgrado” dalla dittatura, un popolo senza responsabilità e innocente : “Italiani brava gente”. Dopo la liberazione avvenuta per mano non nostra ma degli Anglo-Americani (nobile fu certamente fu la testimonianza dei “partigiani”, ma fu  fatta da un’esigua minoranza e fu irrilevante agli effetti militari) una sbagliata pedagogia politica repubblicana per decenni ha dislocato altrove le responsabilità del dramma vissuto e dunque non ha aiutato il popolo italiano ad assumersi tali responsabilità. Quando leggo i recenti discorsi fatti della cancelliera della Repubblica Federale Tedesca Angela Merkel, che con grande chiarezza ed asprezza riconosce le gravi responsabilità storiche del popolo tedesco, sento una certa invidia, e non riesco a non pensare a come nessun uomo politico italiano di oggi (ma anche, a mia conoscenza, del passato) sia di “destra” sia di “sinistra” abbia avuto tale coraggio morale e onestà intellettuale. La colpa era sempre dei “nazisti” o dei “fascisti”, mai del popolo italiano,  quasi il popolo italiano non fosse stato fascista e alleato dei nazisti. Oggi poi – addirittura -  si evita anche di parlare dei “fascisti”.

·         Cioè: il compito della memoria dei beni ricevuti e, specificamente nel mio discorso, dei beni “pubblici”, quelli della comunità, normalmente è adempiuto solo da piccole minoranze di persone. Minoranze però fluide di cui ciascuno di noi può, secondo i casi della vita, far parte. Quando ne farà parte? Quando io ne farò parte? Credo: quando la mia storia singola in qualche modo diventa problematica, difficile, sofferente. Allora emerge una chance di cercare di dare un senso alla mia storia singola, e di cercare di capire come e perché essa si è formata e quali sono state le risorse buone in essa e quali gli influssi cattivi. Allora il mio sguardo ha una chance di allargarsi perché sono alla ricerca di quelle idee o ideali, di quei valori, di quelle persone, di quelle comunità, di quelle consuetudini, di quelle norme, di quelle istituzioni che hanno favorito nel passato il crescere e il rafforzarsi della mia vita; e - ora e domani -  se io le riconosco, se le mantengo in mente, se agisco e magari mi sacrifico in loro favore, potranno o potrebbero ancora dare del bene a me e a altre e nuove persone. Dico “una chance”, non un automatismo. Se però ho la fortuna di cogliere questa chance , grazie alle risorse mie interne e a quelle dei miei amici, la mia memoria, credo, si scongela, resuscita. Così in qualche misura posso riconoscere la  mia singola storia all’interno della Storia. 

 

 

Le Tradizioni: le dinamiche della Dimenticanza e della Memoria

 

Dinamiche della dimenticanza :

 

-          presunzione (gli Illuministi, cioè gli intellettuali del XVIII, tanto orgogliosi (ma anche, almeno in parte, boriosi) per i tempi vissuti da loro stessi (ah! la Lumière de la Raison!),  credevano che l’antico Aristarco di Samo fosse solo un “precursore” del moderno  Copernico),

-          pregiudizi : pregiudizio  praticistico (aneddoto di Vespasiano riportato da Lucio Russo[1] e il luogo comune sulla natura ludica” delle macchine di Erone[2]) ; pregiudizio etnocentrico (la Mesopotamia e le migliaia di tavolette cuneiformi non ancora tradotte, diversamente dalle lapidi greche  e latine: sono arabi inferiori!) ; pregiudizio ideologico (filosofia medievale in massima parte ancora non tradotta : ah ! il Medio Evo!... sono “secolo bui”!);

-          mancanza di un linguaggio condiviso (citazione di Stephen J. Gould in The Dinosaur in the Haystack a p. 86, in cui egli deplora che non si conoscano più Shakespeare e la Bibbia, e l’unico patrimonio di citazioni condiviso è quello della musica rock che però cambia velocemente e allora nascono nuove barriere di intelligibilità tra le generazioni ; esempio delle divisioni politiche che portano in Italia a non avere un patrimonio condiviso sul Risorgimento e la Resistenza diversamente che in USA e in Francia); 

-          sistema scolastico soggetto alle mode (Plinio non riesce a capire i tecnicismi di Archimede, oggi gli studenti di ingegneria non riescono a dimostrare i teoremi di Euclide),

-          mancanza di professionalità negli insegnanti (l’aristotelismo accademico e ripetitivo criticato da Galilei ;  l’analogia odierna è la rigidità dell’insegnamento “libresco” per cui i manuali copiano altri manuali : esempio di Gould per cui il mito – falso - che i medievali pensassero che la Terra fosse piatta comincia con le opere di John Draper del 1874 e di Andrew White del 1896 ;  e – esempio  più grave -  l’insegnamento della teoria dell’evoluzione di Darwin come se essa fosse un progresso finalistico verso la “perfezione” delle specie viventi)

-          barriere culturali : i 238 manoscritti bizantini portati da Giovanni Aurispa dal suo viaggio del 1423, solo per paura della caduta imminente di Costantinopoli... prima la barriera di ostilità tra Bizantini e Latini era troppo radicata ; oggi le scuole di pensiero nazionali ( per esempio il pensiero del Risorgimento e il neoidealismo di Benedetto Croce) e l’esempio della funzione del del PCI e del PSI  marxismo  citato da Bobbio per l’oscuramento del pensiero liberale di John Stuart Mill dagli Anni Cinquanta agli Anni Ottanta a causa dei pregiudizi degli intellettuali comunisti e sessantottini;

-          traumi e sensi di colpa (la mancata trasmissione delle esperienze del fascismo e della guerra civile a figli e nipoti da parte di chi in Italia le aveva vissute, cioè dei padri e dei nonni),

-          miti ed idealizzazioni (la condotta dalla guerra da parte dell’esercito del Kaiser durante la prima guerra mondiale e il mito della pugnalata alla schiena riportato da William Shirer nella Storia del Terzo Reich; i racconti delle esperienze belliche precedenti abbellite dai menestrelli durante la Guerra dei Cento Anni raccontato da Barbara Tuchman nel suo libro sul XIV secolo, A Distant Mirror) ;

-          ribellione generazionale (i giovani fascisti rispetto alla “italietta” della età Giolittiana ; i sessantottini rispetto al boom economico e alle abitudini “borghesi” dell'Italia degasperiana e di centrosinistra).

-          Ma soprattutto: il bisogno di vivere ed imparare in prima persona coi propri errori e le proprie sofferenze e le proprie responsabilità : questa è l'unica dinamica fisiologica (e dunque inevitabile) e non patologica come le altre sopraelencate: citazione dal libro del cardinal Martini pp. 14, 16 sull'inevitabilità dei “fallimenti educativi” a causa della libertà dell'educando quale che sia il valore dell'educatore; esempio del liberalismo per i sessantottini che hanno dovuto – nel mentre via via invecchiavano – progressivamente imparare l’importanza delle istituzioni del Liberalismo che da giovani con arrogante sufficienza disprezzavano)

 

Dinamiche della memoria

 

-          inquietudine per insoddisfazione della propria vita ( la propria ideologia affetta dall’oblio non è capace di spiegare perchè le acquisizioni della vita presente non soddisfano, e allora si può indagare la propria vita passata alla ricerca di esperienze che spieghino cioè rendano consapevoli quei desideri che rendono insoddisfatti) ;

-          fallimenti esistenziali ( nella vita affettiva, nel lavoro, nelle scelte politiche, nelle scelte filosofico-religiose : allora si ricerca nel passato personale gli insegnamenti dimenticati e le cause dimenticate del costruirsi della propria ideologia)  ;

-          crollo di miti (per esempio il crollo del comunismo storico che ha messo in moto la riscoperta del liberalismo da parte della sinistra) ;

-          umiltà ( solo se viene raggiunta ci si accorge che – come diceva Bernardo di Chartres morto nel 1124 – “ siamo dei nani sulle spalle dei giganti”, Norberto Bobbio preferiva la metafora – presa dalle escursioni in montagna coi propri bambini – “siamo portati a spalla dai giganti”, perchè non era sicuro che noi vedessimo più in là dei grandi classici del passato) ;

-          autoanalisi (la lezione di Sigmund Freud e la lotta contro la rimozione)

-          l’amore per nuove persone e nuove attività (per esempio uno si innamora, si iscrive a un partito politico, comincia un nuovo lavoro, partecipa a una associazione di volontariato e allora gli si apre un mondo – che già esisteva – che lo spinge a conoscere le proprie ignote radici, conoscere una storia che lo ha costruito, e allora si dice : “ah! Ecco cosa significavano quelle parole che ho sentito, quei fatti a cui ho assistito!”) ;

-          una buona scuola ( qui ecco cosa dice Lucio Russo : essa sia nella cultura generale sia nelle discipline speciali è buona quando parte dalle basi e non dalla fine , e quando  entra nel merito  del processo inventivo dell’intellettuale e abilita a verificare di persona e a cercare di persona , Umberto Eco scriveva (in Come si fa una tesi di laurea)  che nessuna buona scuola può insegnarti tutto, ma una buona scuola può insegnarti a cercare e trovare quello che ti serve quando esso ti serve) ;

-          l’approccio storico a tutte le conoscenze (ciò abilita a essere libero e non schiavo dalle teorie del momento perchè si vede come si sono formate e contro quali altre teorie  erano - e sono ancora oggi - in competizione) ;

-          la lotta per la libertà (generazionale dei figli verso i padri non solo biologici ma anche politici e culturali : si va “ a vivere da soli” e ciò costringe a recuperare le abilità delegate ai Padri e Capi) ;

-          movimenti collettivi (come nel risorgimento e nella resistenza essi portavano le persone a ricercare le radici passate della propria lotta)

 

 

Il Tradizionalismo: la Laus Temporis Acti

 

            Una condotta viziosa  è quella di coloro che fanno l’elogio del passato, la cosiddetta «laus temporis acti»[3], e contemporaneamente disprezzano il presente, intonando i lamentosi «o tempora! o mores!»[4] e «ubi sunt?» [5]. Questi tali sostengono che oggi scienza e complessità sociale avrebbero reso gli uomini più infelici e più cattivi che nel passato. Per loro, oggi la vita sarebbe grigia, nevrotica, stancante, pericolosa e violenta, superficiale, solitaria, disonesta, corrotta, quando invece ieri essa sarebbe stata semplice, emozionante, sana, riposante, sicura e pacifica, profonda, conviviale, onesta, pura.

            Siccome è vero il contrario, mi chiedo come sia potuta nascere un’idea tanto falsa. C’è un Motivo Psicologico che è – in generale – un’oscura invidia e un oscuro senso di colpa che questi tali hanno verso i propri «genitori» (ed è giusto, quindi, l’aforisma di Erasmo da Rotterdam : «Quis patrem laudet, nisi proles indigna laudis?»[6]).

            C’è poi un Motivo Intellettuale, e cioè una grave ignoranza della storia.

Infatti, in realtà, ieri la vita era più «grigia» di oggi, la grande maggioranza della gente era fatta da contadini che vivevano sempre nello stesso posto, facendo sempre le stesse cose e vedendo sempre le stesse persone.

La vita era anche più «nevrotica», solo che allora coloro che si ammalavano per traumi psicologici, anziché essere curati, venivano incanalati in tunnel distruttivi e, a seconda delle classi sociali, venivano chiamati aristocratici «viziosi» o almeno «originali», artisti «decadenti» e «maudit», «streghe», «indemoniati», criminali per «tare ereditarie», o «scemi del villaggio» dileggiati, sfruttati e abbandonanti in sostanziale solitudine.

La vita, inoltre, era più «stancante», nei campi si lavorava dal buio prima dell’alba al buio dopo il tramonto, senza macchine e spezzandosi la schiena, nelle fabbriche lavoravano anche i piccoli bambini, anche di notte, per 12-14-16 ore al giorno, con tassi di inquinamento dei luoghi di lavoro inimmaginabili oggi.

La vita era più «pericolosa» e «violenta», perché su due bambini nati uno moriva, la medicina era impotente verso quasi tutte le malattie, la criminalità era così poco controllata che tra una città e l’altra non si poteva viaggiare di notte, carestie e guerre erano così frequenti che ogni generazione ne vedeva più di una, nei posti di lavoro, in famiglia, nelle osterie, in caserma i conflitti venivano «risolti» non con una discussione ma con le mani e con i bastoni, e anche con i coltelli.

La vita era più «superficiale», perché la mancanza di mobilità sociale e geografica delle persone e la diffusione prevalente dell’analfabetismo costringevano spesso a giudicare la realtà in base solamente all’abitudine, alla tradizione, alla superstizione.

La vita era meno «conviviale», perché, non essendoci mobilità, si conoscevano poche persone, perché c’era troppo lavoro materiale e troppo poco tempo libero, perché i bambini lavoravano da subito e non avevano l’adolescenza libera per il gioco, le discussioni e le amicizie coi coetanei, perché agli uomini veniva sconsigliato di essere affettuosi e spontanei e alle donne di essere intraprendenti e razionali.

La vita era meno «onesta», perché c’erano meno controlli e meno trasparenza, i nobili non venivano tassati e ricchi borghesi venivano sempre preferiti dallo stato per i posti belle varie burocrazie, un povero, allora, non aveva possibilità perché il sistema clientelare «degli amici degli amici» era quasi totalitario; le merci venivano vendute adulterate – in genere ai più poveri – senza controlli statali né possibilità di ricorrere e denunciare, e a prezzi – essendo poca la concorrenza e pochissima la pubblicità – estremamente variabili ed arbitrari.

La vita era anche meno «pura», perché l’incesto era molto diffuso nelle isolate famiglie contadine, perché bambini e bambine erano spesso molestati dagli adulti senza poter far sentire in alcun modo la loro voce di protesta, perché nei collegi e nei vari convitti la moralità era spesso degradata, perché esistevano postriboli addirittura gestiti dallo stato, perché uomini e donne vivevano sempre in sedi e attività separate e, dunque, non conoscendosi, si incontravano più come maschi e femmine che come amici.

Ora, non voglio veramente dirti che la vita oggi sia più felice di ieri: la felicità è un discorso molto complesso, noi abbiamo i nostri guai e questi per noi sono quelli decisivi, perché viviamo una vita sola e questa è oggi. Però chi c’è tra noi che realmente – se potesse – vorrebbe vivere, poniamo, nell’Ottocento o nel Medioevo o nell’antichità greco-romana? Non senti, al solo pensarci, un disgusto immediato, un senso di oppressione soffocante, di  noia e di solitudine invincibili? Bisogna dunque affermare che il passato, preso come ideale del presente, è un’assurdità, è cenere! Se ci pensi, chi oggi loda il passato lo fa perché considera dei piccoli spicchi di realtà – i boschi verdi, il pane fatto in casa, l’onore cavalleresco – e li amplifica molte volte, dimenticando, d’altra parte, tutto quanto è spiacevole: le belve nei boschi, il sudore nel fare il pane e soprattutto il fatto che il pane mancava troppo spesso, la prepotenza feudale e i duelli per «la dritta è mia!».

Questi nostalgici sono simili, in questa loro manipolazione del passato, a chi, avendo paura delle responsabilità e delle libertà adulte, idealizza la propria infanzia, protetta e guidata da genitori presunti onnipotenti e presuntivamente del tutto amorevoli: ricorda tutte le buone esperienze ed ha rimosso tutte le debolezze e le angosce, sia quelle proprie sia quelle dei genitori.

E – inoltre! - è scontento della propria vita: non la vede come dotata di  Senso, ma, al contrario, come un Fallimento. Il Presente lo deprime e rincorre con fantasie nostalgiche il Passato (il suo passato, quando era bambino o giovane!):  quando, per così dire, i giochi della sua vita erano ancora da fare...

Non dico certo che il passato non abbia avuto delle cose buone, ma queste, proprio perché buone, e cioè vitali, sono ancora presenti. Più precisamente: sono la capacità che  il Passato aveva di arrivare a produrre il Presente e di diventare Presente. Le cose cattive sono invece il Passato per quella parte che è stata incapace di sopravvivere ed è divenuta, appunto, Passato.

Non disprezziamo, dunque, il passato né lo rinneghiamo, ma lo demitizziamo: se la Ragione ci aiuta a demitizzare, cioè a togliere la sottomissione servile e la crudeltà superstiziosa, non per questo ci costringe allo scetticismo, cioè a perdere la fede e l’entusiasmo. Come diceva Cicerone: «Nec vero superstitione tollenda religio tollitur».

I nostalgici, questi «difficiles, queruli laudatores temporis acti»[7], in genere sono anti-liberali, aspirano a un mondo chiuso e immobile e dedito – quasi come una droga – a forti e continue eccitazioni esterne, sommerso nell’ignoranza e comandato da una sapienza per pochi eletti, di provenienza magica, in cui i rapporti umani sono senza amicizia (perché si immaginano ruoli e non conoscono storie personali) e sono sostituiti da un astratto cameratismo. Jünger, Spengler, Rosemberg – scrittori tedeschi di anteguerra – hanno, tra gli altri, descritto, con un tono tra l’eccitato, il languido e il disperato, mondi del genere, e li hanno chiamati, appunto: «Mito del XX Secolo».

 

 

Il Tradizionalismo : un diretto ostacolo alla valorizzazione delle Tradizioni

·            il Tradizionalista non valorizza le Tradizioni perchè non ne capisce la loro vera natura... di essere Organismo Vivente in evoluzione continua... che ha bisogno sia di purificazioni di ciò che oramai è obsoleto, sia di arricchimenti innovativi

·            l'Antitradizionalista non valorizza la Tradizioni perchè – sentendosi disgustato e soffocato  dal Tradizionalismo -  si confonde e crede che il Nuovo nasca dal niente e come “di colpo”... diventa schiavo della Mode e delle Utopie... cade nella superficialità, nello scoprire l'acqua calda, nel velleitarismo, nel delirio di onnipotenza, nella petulanza vuota...

·            … in maniera molto simile al Tradizionalista (“quaerulus” = “petulante”) !  I Vizi comuni a Tradizionalista e Antitradizionalista sono : la Superbia, la Ingratitudine,  la Idealizzazione, il Rifiuto del Pensiero... il rifiuto della difficile ma remunerativa attività del  Pensiero, il quale, con costanza e gradualità, discerne ciò che è vivo da ciò che è morto in una idea e in una abitudine del passato, per lasciare il morto e modificare e migliorare il vivo … per una vita migliore... non Ideale , non Perfetta … ma migliore!

 

Bibliografia

 

Ø       March Bloch, La strana disfatta. Testimonianza del 1940

Ø       Carlo Maria Martini, Itinerari educativi

Ø       Lucio Russo, Segmenti e bastoncini

Ø       Lucio Russo, La rivoluzione dimenticata

Ø       Benedetto Croce, La storia come pensiero e come azione

Ø       Norberto Bobbio, Politica e cultura

Ø       Norberto Bobbio, Liberalismo e democrazia

Ø     Herbert Vorgrimer,  le voci “Tradizione” e “Tradizionalismo” nel Nuovo dizionario teologico, EDB 2004



[1]     Quando all'imperatore Vespasiano fu proposto di usare il paranco idraulico (una delle tecnologie in uso nei regni ellenistici conquistati da Roma), egli rispose di no, per “non togliere lavoro al popolino romano”.

[2]     I  manuali e le storie di scienza e tecnologia, quando parlano (con grande superficialità di cognizione e copiando meccanicamente il giudizio dei manuali precedenti, senza una ricerca propria delle fonti) dei robot e macchine automatiche inventate da Erone, se ne sbarazzano subito dicendo che furono “irrilevanti” per la storia della scienza e della tecnologia perchè “privi di scopi pratici”, erano solo “dei giocattoli”

[3]     Lode del tempo che fu (Orazio)

[4]     Che tempi! Che costumi ! (Cicerone)

[5]     Dove sono andati [sottointeso : quegli Uomini famosi, quei Tempi Meravigliosi] ? (Cicerone)

[6]     Chi starà a lodare continuamente suo padre, se non un figlio indegno lui stesso di lode?

[7]     Schifiltosi e chiacchieroni lodatori dei tempi di una volta (Orazio)

 

Franco Manni indice degli scritti

 

 

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