Franco Manni

 

 

La mente interpersonale

 

 

 

 

 

 

Iperuranio, Spirito Assoluto, Mondo Tre, Noosfera:

 una rivisitazione contemporanea dell'Idealismo : Platone, Averroè,  Hegel, Mazzini, De Saussure, Freud, Popper, McCabe

 

Introduzione

 

Ma fra tanta ciurma semimorta si erge in alto qualche fronte che sembra illuminarsi d'una luce sovrumana: dinanzi a questa il cinico va balbettando confuse parole; ma non può impedire che non gli tremoli in cuore o speranza o spavento d'una vita futura. - Quale? chiedono i filosofi. - Non chiedetelo a me, se sventura vuole che non vi faccia contenti quella sapienza secolare che si è condensata nella fede. Chiedetelo a voi stessi. - Ma certo se la materia organica anche sciolta la compagine umana seguita a fermentare ed a vivere materialmente nel grembo della terra, lo spirito pensante dovrà agitarsi tuttavia e vivere spiritualmente nel pelago dei pensieri. Il moto, che non si arresta mai nel congegno affaticato delle vene e dei nervi, potrà retrocedere o acquietarsi nell'instancabile e sottile elemento delle idee?

Ippolito Nievo

 

No one can have my sensations; everyone can have my thoughts, If they could not they would not be thoughts. You do not have a similar meaning for a word to the one that I have (as your sensations might be similar to mine). You have the identical idea I have

Herbet McCabe

  • perchè questo corso?  :

1) oggi  alcune persone di una certa età pensano che la politica tipo sessantotto sia tramontata ma ne sentono la mancanza... senza malinconici rimpianti bisognerebbe vedere se oggi la istanza “politica” che era legata troppo alla assunzione o sostituzione “rivoluzionaria” del Potere (come si è anche visto) potrebbe essere vista diversamente, cioè come una comunicazione consapevole dei pensieri e delle esperienze libera da aspirazioni al potere , più vasta nella sfera degli interlocutori possibili, non soffocata da una ideologia come marxismo (potere, rivoluzione, dittatura, violenza, filosofia della storia) 

2) contrastare la malinconia della “tenda pasoliniana” (brano da Pierpaolo Pasolini, Lettere Luterane, Einaudi, 1975, pp. 34-37) : vedere cioè come il pensiero è libero e vivo e non siamo schiavi delle cose... riflessioni sulla libertà di McCabe: una tendenzialmente infinita molteplicità di punti di vista (idee) sulle “cose”

3) contrastare l'attuale  ricatto superegoico della “socializzazione” con la “interiorizzazione” della istanza che sembra non solo provenire dall'esterno essere separata nell'esterno... contro la idea delle altre persone come sostanze esterne...

4) complementarmente, contrastare la residuale eredità romantica del Genio come Io-Monade che porta in pratica a sottomettersi a verità altrui per es degli “esperti”, e anche a pensare del “genio” o dello “esperto” il  sit divus ne sit vivus” e a sviluppare – dunque e di fatto -  una misologia pratica anche se non dichiarata... Popper – per es. - spinge invece sempre al “dibattito critico”...

5) esortare alla conoscenza storica e cioè alla consapevolezza della origine di molte idee nelle menti delle persone passate... il che sia porta allo spirito critico, sia alla umiltà e gratitudine, sia al principio di economia (non correre sul posto e di utilizzare i Classici senza perdersi dietro la falsa novità delle mode...

6) come nel primo punto, alcune riflessioni sul senso della vita che non è individualistico quale che esso sia... e dunque sulla “escatologia  comunitaria” laica o confessionale che essa sia 

7) svecchiare a concezione dal Sé … per es dal modello positivistico delle pulsioni a quello delle relazioni oggettuali... il che per es. impedisce il “devastante confronto con gli altri” perchè le relazioni oggettuali sono uniche e tendenzialmente infinite, mentre le pulsioni sono poche e fisse e standard per tutti...

8) cautela: esser consapevoli che gli Altri influiscono su di noi... esempi attuali ( “tutto bene?” ; la “eccellenza del privato”)

9) criticando la biologizzazione della mente è possibile una apertura fiduciosa al futuro,  al cosmopolitismo, alla  “diversità”.... senza rassegnarsi a sottomettersi alle presunte fatalità “caratteriali” della famiglia e della nazione proprie  del mondo conservatore-spaventato...

  • per trovare  però un fulcro dominante alla base delle molteplici motivazioni sopra dette,  e anche una certa qual “urgenza problematica”, partirei da una mia esperienza personale: con le lunghe pratiche della psicanalisi e del diario quotidiano  ho come impiantato una  abitudine a pensare come parlando ad altre persone... per me questo è stato una cosa molto buona... la cessazione della psicanalisi  potrebbe coincidere col  “camminare con le proprie  gambe”... cioè col rendere stabile la abitudine a parlare con gli Altri dentro di Sè ...  il diventare abituato a “pensare”... Dove è però la “urgenza problematica”?  forse per es. nello scansare i momenti di deriva superba che uccidono questo dialogo... forse nel cercare ora  di scassinare dei chiavistelli mentali  che mi sbarrano il dialogo  con persone (dimenticate) del mio passato e con persone (atipiche) del mio futuro …

  • le ideologie da combattere: Individualismo e Materialismo... sono ideologie distinte:  ci possono essere individualismi  materialisti (l'egoismo “borghese”) e individualismi  spiritualisti (la ascesi cattolica pre-conciliare del “salvare la propria anima”),  come anche materialismi collettivisti (il marxismo) ...

  • Collocazione nelle “discipline filosofiche”: Questo corso è al confine o crocevia tra Antropologia, Gnoseologia e Metafisica ed Etica...

  • Percorso storico degli autori: Platone, Averroè, Hegel, Mazzini,De Saussure, Freud, Popper, McCabe

  • problemi: solitudine e compagnia; la  divulgazione scientifica;  la informazione sul presente e la tradizione del passato 

 

Iperuranio

 

  • cosa significa? La metafora “sopra-cielo” indica una dimensione non fisica , quella immateriale delle Idee: entità “comuni” e “pubbliche” ed “oggettive”...  e non “soggettive”, “individuali”, “private”.

 

TESTI PLATONICI

  • Platone : Fedro: Proprio a questo punto l' anima si trova a dover affrontare la fatica e la lotta suprema . Infatti , le anime chiamate immortali , una volta giunte sulla sommità e uscite all' esterno , si fermano ritte sulla volta del cielo e , in questa posizione , il movimento circolare le fa girare ed esse contemplano ciò che si trova all' esterno del cielo . Nessuno dei poeti di quaggiù cantò nè canterà mai degnamente la regione sovraceleste (“Iperuranio”). E' così perchè bisogna avere il coraggio di dire la verità , specialmente quando si parla di verità . Infatti , la realtà vera , che non ha colore nè forma e non si può toccare , che può essere contemplata soltanto dal nocchiero dell' anima , cioè l' intelletto , e su cui verte la vera scienza , occupa questa regione . Dunque la mente divina , dal momento che , come quella di ogni anima che stia per accogliere ciò che le conviene , si nutre di intelligenza e di scienza pura , gioisce quando dopo un certo tempo vede l' essere , e trae nutrimento e beneficio dalla contemplazione della verità , fino a che il movimento circolare non l' abbia riportata al punto di partenza . Durante la rotazione essa contempla la giustizia in sè , contempla la saggezza , contempla la scienza , ma non quella soggetta al divenire e neppure quella che muta a seconda che si occupi dell' uno o dell' altro dei cosiddetti esseri , bensì quella che é la vera scienza del vero essere . E allo stesso modo , dopo aver contemplato gli altri veri esseri fino ad essere sazia , si tuffa di nuovo nel cielo e ritorna alla sua dimora . Una volta che essa vi abbia fatto ritorno , l' auriga , posti i cavalli davanti alla mangiatoia , getta loro l' ambrosia e , dopo questa , dà loro da bere il nettare . Questa é la vita degli dei . Quanto alle altre anime , quella che segue il Dio nel modo migliore e gli rassomiglia , fa alzare la testa dell'auriga verso la regione che si trova all'esterno del cielo e viene trasportata nel moto circolare , ma essendo disturbata dai cavalli riesce a stento a contemplare i veri esseri.

                A questo punto , un' anima umana può passare anche in una vita di bestia , e chi era stato una volta uomo può tornare  ancora una volta da animale ad essere uomo . In effetti , l' anima che non ha mai contemplato la verità  non potrà mai  giungere alla forma di uomo . Bisogna infatti che l' uomo comprenda in funzione di quella che   viene chiamata Idea , procedendo da una molteplicità di sensazioni ad una unità colta con il pensiero . E questa é una reminiscenza di quelle cose che un tempo la nostra anima ha visto quando procedeva al seguito di un dio e guardava dall'alto le cose che      diciamo che sono essere , alzando la testa verso quello che é veramente essere .

 

     Platone, Fedone : «Dunque, se noi, prima di nascere, possedevamo questa conoscenza e, con la nascita, ne potemmo disporre, ne consegue che già prima e, poi, una volta nati, noi avevamo non solo il concetto di Eguale in sé e quello di Maggiore e di Minore, ma anche tutte le altre Idee. Perché il nostro discorso, ora, non vale solo per l'Eguale in sé ma anche per il Bello, per il Buono, per il Giusto, per il Santo, insomma per tutto ciò che noi, parlando, definiamo coi termine di ‹realtà in sé›, sia nelle questioni che poniamo che nelle risposte che diamo. Dunque, necessariamente, di tutte queste realtà, noi dobbiamo averne avuto conoscenza prima di nascere.»

                «È così.»

                «E se una volta acquistata, noi non perdessimo con la nascita, questa conoscenza, nasceremmo sempre sapienti e tali saremmo  per tutta la vita. Esser sapienti, infatti, significa aver acquistato conoscenza di qualcosa e conservarla, non perderla; perché forse, dimenticanza non è, Simmia, perdita di conoscenza?»

                «Senza dubbio, Socrate.»

                «Al contrario, se dopo aver perduto con la nascita questa conoscenza precedentemente acquisita, in seguito, con l'uso delle  sensazioni, noi veniamo riacquistando le cognizioni che un tempo avevamo, ciò che noi chiamiamo imparare non consiste forse in un riacquisto di quel sapere che era già nostro? E se questo noi chiamiamo ‹reminiscenza›, non diciamo bene?»

                «Sì, certo.»

                «Infatti, si è dimostrato, che, percependo noi una data cosa con la vista o l'udito o con qualche altro organo di senso, ci si  presenta alla mente un'altra cosa, che avevamo dimenticato, ma che ha una relazione con la prima, che può assomigliarle o  meno. Da qui, una delle due: o siamo nati con la conoscenza, ripeto, delle realtà in sé e continuiamo ad averla per tutta la vita,  oppure, quelli che noi diciamo che imparano dopo non fanno che ricordarsi e, in tal caso, la sapienza non è che reminiscenza.»

                «Effettivamente è così, Socrate.»

Platone, Menone: “E però gli vien fatto d'avere scienza, sí veramente che gli si domandi; e, niuno insegnando, quella trae fuori da entro di sé medesimo.

MENONE Sí.

SOCRATE E cotesto trarre fuori la scienza da entro di sé medesimo, non è rimemorare?

MENONE Per certo.

SOCRATE E cotesta scienza, la quale presentemente egli ha, ovvero la ricevette alcuna volta, o ebbela sempre?

MENONE Sí.

SOCRATE E se ebbela sempre, fu sempre sciente; se la ricevette poi alcuna volta, non la ricevette già in questa vita. O l'ammaestrò della geometria alcuno? E da poi che di cotali prove farebbe egli nella geometria tutta e in ogni disciplina, di': alcuno è che abbia insegnato a lui ogni cosa? bene l'hai a sapere tu, se egli ti è nato e cresciuto in casa.

MENONE Io so che non gli ha insegnato mai niuno.

SOCRATE Ma le ha coteste notizie, o non le ha egli?

MENONE Le ha, sí.

SOCRATE E se le ha, senza che avessele apprese in questa vita, è cosa chiara che l'ebbe e le apprese egli in alcuno altro tempo.

MENONE Chiara.

SOCRATE E questo tempo non è quello, nel quale egli non era peranco uomo?

MENONE Sí.

SOCRATE Se adunque sono in lui vere opinioni sino da quando era uomo egli, e sin da quando non era ancora uomo, le quali, deste per virtú d'interrogazioni, si fanno scienza; non ne seguita che ebbe sempre quelle opinioni l'anima sua, da poi ch'egli fu sempre o come uomo, o come non ancora uomo?

MENONE Manifestamente.

SOCRATE E però è sempre nella nostra anima la verità degli enti; e immortale è l'anima. Onde, preso ardire, conviene che tu veda di ridurre alla memoria quello che presentemente non sai, cioè quello che non ricordi.

MENONE Non so, ma e' mi par che tu dica bene.

SOCRATE Par anche a me: certo è ch'io non mi metterei a fare battaglia per niun'altra cosa al mondo, ma per sostenere che, se noi credessimo s'ha a cercare quello che non si sa, piú buoni ne diverremmo e piú forti e piú vigili che se credessimo che né trovar si può, né cercare si dee quello che non si sa; battaglierei, potendo, con lingua e con mani per cotesto.

MENONE E, anche in ciò, pare a me che tu dica bene.

 

  • Platone:  Repubblica: «Ora», seguitai, «paragona la nostra natura, per quanto concerne l'educazione e la mancanza di educazione, a un caso di questo genere.(1) Pensa a uomini chiusi in una specie di caverna sotterranea, che abbia l'ingresso aperto alla luce per tutta la lunghezza dell'antro; essi vi stanno fin da bambini incatenati alle gambe e al collo, così da restare immobili e  guardare solo in avanti, non potendo ruotare il capo per via della catena. Dietro di loro, alta e lontana, brilla la luce di un fuoco, e tra il fuoco e i prigionieri corre una strada in salita, lungo la quale immagina che sia stato costruito un muricciolo,  come i paraventi sopra i quali i burattinai, celati al pubblico, mettono in scena i loro spettacoli».
    «Li vedo», disse.
    «Immagina allora degli uomini che portano lungo questo muricciolo oggetti d'ogni genere sporgenti dal margine, e  statue e altre immagini in pietra e in legno delle più diverse fogge; alcuni portatori, com'è naturale, parlano, altri tacciono».
    «Che strana visione», esclamò, «e che strani prigionieri!».
    «Simili a noi», replicai: «innanzitutto credi che tali uomini abbiano visto di se stessi e dei compagni qualcos'altro che  le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna di fronte a loro?» «E come potrebbero», rispose, «se sono stati costretti per tutta la vita a tenere il capo immobile?» «E per gli oggetti trasportati non è la stessa cosa?» «Sicuro!».
    «Se dunque potessero parlare tra loro, non pensi che prenderebbero per reali le cose che vedono?» «è inevitabile».
    «E se nel carcere ci fosse anche un'eco proveniente dalla parete opposta? Ogni volta che uno dei passanti si mettesse a parlare, non credi che essi attribuirebbero quelle parole all'ombra che passa?» «Certo, per Zeus!».
    «Allora», aggiunsi, «per questi uomini la verità non può essere altro che le ombre degli oggetti».
    «è del tutto inevitabile», disse.
    «Considera dunque», ripresi, «come potrebbero liberarsi e guarire dalle catene e dall'ignoranza, se capitasse loro naturalmente un caso come questo: qualora un prigioniero venisse liberato e costretto d'un tratto ad alzarsi, volgere il collo, camminare e guardare verso la luce, e nel fare tutto ciò soffrisse e per l'abbaglio fosse incapace di scorgere quelle cose di cui prima vedeva le ombre, come credi che reagirebbe se uno gli dicesse che prima vedeva vane apparenze,
    mentre ora vede qualcosa di più vicino alla realtà e di più vero, perché il suo sguardo è rivolto a oggetti più reali, e inoltre, mostrandogli ciascuno degli oggetti che passano, lo costringesse con alcune domande a rispondere che cos'è? Non credi che si troverebbe in difficoltà e riterrebbe le cose viste prima più vere di quelle che gli vengono mostrate adesso?» «E di molto!», esclamò.
    «E se fosse costretto a guardare proprio verso la luce, non gli farebbero male gli occhi e non fuggirebbe, voltandosi indietro verso gli oggetti che può vedere e considerandoli realmente più chiari di quelli che gli vengono mostrati?» «è così », rispose.
    «E se qualcuno», proseguii, «lo trascinasse a forza da lì su per la salita aspra e ripida e non lo lasciasse prima di averlo condotto alla luce del sole, proverebbe dolore e rabbia a essere trascinato, e una volta giunto alla luce, con gli occhi accecati dal bagliore, non potrebbe vedere neppure uno degli oggetti che ora chiamiamo veri?» «No, non potrebbe, almeno tutto a un tratto», rispose.
    «Se volesse vedere gli oggetti che stanno di sopra avrebbe bisogno di abituarvisi, credo. Innanzitutto discernerebbe con la massima facilità le ombre, poi le immagini degli uomini e degli altri oggetti riflesse nell'acqua, infine le cose reali; in seguito gli sarebbe più facile osservare di notte i corpi celesti e il cielo, alla luce delle stelle e della luna, che di giorno il sole e la luce solare».
    «Come no? » «Per ultimo, credo, potrebbe contemplare il sole, non la sua immagine riflessa nell'acqua o in una superficie non propria, ma così com'è nella sua realtà e nella sua sede».
    «Per forza», disse.
    «In seguito potrebbe dedurre che è il sole a regolare le stagioni e gli anni e a governare tutto quanto è nel mondo visibile, e he in qualche modo esso è causa di tutto ciò che i prigionieri vedevano».
    «è chiaro», disse, «che dopo quelle esperienze arriverà a queste conclusioni».
    «E allora? Credi che lui, ricordandosi della sua prima dimora, della sapienza di laggiù e dei vecchi compagni di prigionia, non si riterrebbe fortunato per il mutamento di condizione e non avrebbe compassione di loro?» «Certamente».
    «E se allora si scambiavano onori, elogi e premi, riservati a chi discernesse più acutamente gli oggetti che passavano e si ricordasse meglio quali di loro erano soliti venire per primi, quali per ultimi e quali assieme, e in base a ciò indovinasse con la più grande abilità quello che stava per arrivare, ti sembra che egli ne proverebbe desiderio e invidierebbe chi tra loro fosse onorato e potente, o si troverebbe nella condizione descritta da Omero e vorrebbe ardentemente "lavorare a salario per un altro, pur senza risorse"(2) e patire qualsiasi sofferenza piuttosto che fissarsi in quelle congetture e vivere in quel modo?» «Io penso», rispose, «che accetterebbe di patire ogni genere di sofferenze piuttosto che vivere in quel modo».
    «E considera anche questo», aggiunsi: «se quell'uomo scendesse di nuovo a sedersi al suo posto, i suoi occhi non sarebbero pieni di oscurità, arrivando all'improvviso dal sole?» «Certamente», rispose.
    «E se dovesse di nuovo valutare quelle ombre e gareggiare con i compagni rimasti sempre prigionieri prima che i suoi occhi, ancora deboli, si ristabiliscano, e gli occorresse non poco tempo per riacquistare l'abitudine, non farebbe ridere e non si direbbe di lui che torna dalla sua ascesa con gli occhi rovinati e che non vale neanche la pena di provare a salire? E non ucciderebbero chi tentasse di liberarli e di condurli su, se mai potessero averlo tra le mani e ucciderlo?»(3) «E come!», esclamò.
    «Questa similitudine», proseguii, «caro Glaucone, dev'essere interamente applicata a quanto detto prima: il mondo che ci appare attraverso la vista va paragonato alla dimora del carcere, la luce del fuoco che qui risplende all'azione del sole; se poi consideri la salita e la contemplazione delle realtà superiori come l'ascesa dell'anima verso il mondo intellegibile non ti discosterai molto dalla mia opinione, dal momento che desideri conoscerla.
    Lo saprà un dio se essa è vera. Questo è dunque il mio parere: l'idea del bene è il limite estremo del mondo
    intellegibile e si discerne a fatica, ma quando la si è vista bisogna dedurre che essa è per tutti causa di tutto ciò che è giusto e bello: nel mondo visibile ha generato la luce e il suo signore, in quello intelligibile essa stessa, da sovrana, elargisce verità e intelletto, e chi vuole avere una condotta saggia sia in privato sia in pubblico deve contemplare questa idea».

 

COMMENTO

 

·        Stanford Encyclopedia of Philosophy: Many people associate Plato with a few central doctrines that are advocated in his writings: The world that appears to our senses is in some way defective and filled with error, but there is a more real and perfect realm, populated by entities (called “forms” or “ideas”) that are eternal, changeless, and in some sense paradigmatic for the structure and character of our world. Among the most important of these abstract objects (as they are now called, because they are not located in space or time) are goodness, beauty, equality, bigness, likeness, unity, being, sameness, difference, change, and changelessness.  The most fundamental distinction in Plato's philosophy is between the many observable objects that appear beautiful (good, just, unified, equal, big) and the one object that is what beauty (goodness, justice, unity) really is, from which those many beautiful (good, just, unified, equal, big) things receive their names and their corresponding characteristics. Nearly every major work of Plato is, in some way, devoted to or dependent on this distinction.  Many of them explore the ethical and practical consequences of conceiving of reality in this bifurcated way. We are urged to transform our values by taking to heart the greater reality of the forms and the defectiveness of the corporeal world. .

·         Nel Fedro tutte le anime vedono le Idee: c'è una oggettività basata su una esperienza comune originaria. Poi, con la “caduta”, l'individuo è sviato soggettivamente ... Nella Repubblica si descrive come si crea una nuova e sviata intersoggettività attraverso il confronto degli sviamenti soggettivi. Allora la verità viene basata sull'individuo fortunato, e non più sul gruppo... se la verità è oggettività essa è individuale e non interpersonale... l'individuo fortunato (e raro) arriva alle idee cioè a qualcosa di più chiaro e più stabile delle “ombre” 

Averroè e altri commentatori aristotelici

 

  • Aristotele ( 383-322 a. C.) e i passi controverso del De Anima: Nel De anima Aristotele lascia irrisolte alcune questioni fondamentali concernenti l'immortalità dell'anima. Per lo Stagirita l'anima, nel suo complesso d'intelletto passivo (noùs pathetikós) e attivo (noùs poietikós), non può sopravvivere alla corruzione del corpo; dunque possiamo dedurne la sopravvivenza del solo intelletto attivo. Ma l'intelletto attivo, che in quanto immutabile ed eterno pensa le forme separate dalla materia, in che rapporti è con la mente divina di cui si tratta nella Metafisica? Aristotele non lo spiega, né chiarisce se l'intelletto attivo sia individuale, e quindi se una parte dell'anima di ogni uomo sia immortale: il De anima, su questo, è ambiguo.

·         De anima, II, 1   413a 5-10, p.119: «E’ quindi manifesto che l’anima (od alcune sue parti, se per sua natura è divisibile in parti) non è separabile dal corpo, giacché l’attività di alcune sue parti è l’atto delle corrispondenti parti del corpo. Ciononostante nulla impedisce che almeno alcune parti siano separabili, in quanto non sono atto di nessun corpo».

 

·         De anima, III, 4   429a 24-27, p. 213: «(…) Perciò non è ragionevole ammettere che [l’intelletto] sia mescolato al corpo, perché assumerebbe una data qualità e sarebbe freddo o caldo, ed anche avrebbe un organo come la facoltà sensitiva, mentre non ne ha alcuno».

 

·         De anima, I, 4, 408b 25-30, p. 93-5: «Il pensiero quindi, e l’attività intellettiva, viene meno qualora un organo interno si corrompa, ma in se stesso è impassibile. Pensare, amare od odiare non sono proprietà dell’intelletto, ma di questo determinato soggetto che lo possiede, in quanto lo possiede. Perciò, quando questo soggetto si corrompe, l’intelletto non ricorda né ama, poiché queste funzioni non erano sue, ma del composto che è perito. L’intelletto invece è forse qualcosa di più divino e impassibile»

·         De anima, III, 5  430a 14-2: “C'è pertanto un intelletto analogo alla materia perchè diventa tutte le cose e un altro alla causa agente perchè le produce tutte [...]e questo intelletto è separato, immisto ed impassivo, per sua essenza atto: e infatti l'agente è sempre più eccellente del paziente, e il principio della materia. Ora la scienza in atto è identica al suo oggetto; la scienza in potenza è anteriore nel tempo in un individuo, ma, - assolutamente parlando – non è anteriore nel tempo: pertanto non si può credere che questo intelletto talora pensi, talora non pensi. Separato, esso è solo quel che realmente è, e questo solo è immortale ed terno. E noi non ricordiamo perchè è impassivo, mentre l'intelletto che può essere impressionato è corruttibile, e senza questo non pensa niente”.

 

 

·        il “karaoke” lungo  1500 anni tra pagani, ebrei, islamici, cristiani

·     Stanford Encyclopedia of Philosophy: The impression that, from very early on, the interpreters were struggling to understand Aristotle is confirmed by the commentary tradition on the De anima. Consider, for example, De anima 3.5. Here Aristotle famously argues for the existence of an intellect that is separate, unaffected, and unmixed (430 a 17-18). In antiquity commentators traditionally referred to this intellect as the active (or productive) intellect, nous poiêtikos. Discussion on how exactly this intellect is to be understood started very early. There is evidence that already Theophrastus puzzled over it (Themistius, In DA 110.18-28). Among other things, it is not obvious what sort of thing the active intellect is supposed to be. More directly, it is not clear whether it is a human or a divine intellect. What Aristotle says outside of the De anima is equally perplexing. In the Generation of animals Aristotle speaks of an intellect that enters “from without” (GA 736 b 27). But it is not at all clear how the comment that Aristotle makes in this context is to be understood. What exactly is the status of this enigmatic intellect? How does it fit with the discussion offered in the De anima?

 

 

·        Alessandro di Afrodisia ( fine II – inizio III sec. d. C.) e il suo commento

·        Per Alessandro d'Afrodisia l'intelletto attivo è immortale, in quanto è la mente divina: esso sovrasta l'anima individuale senza farne parte, dunque l'anima umana è senz'altro "mortale".

·        Come si sa, nella sua interpretazione egli mette insieme tre testi: An. III 4 sgg., Metafisica Λ e De gen. anim. II 3, 736b 27- 29, dove Aristotele accenna alla possibilità che il solo νοῦς, a differenza delle facoltà vegetativa e sensitiva veicolate dal seme paterno, si introduca dall'esterno (θύραθεν) e che sia il solo ad essere divino

·             SEP: Alexander of Aphrodisias developed a line of interpretation that made the active intellect a non-human intellect and identified it with God. His commentary on the De anima is lost. Instead we have the De anima that he wrote following the principles that Aristotle had established in his own De anima. There, Alexander identifies the active intellect with “the first cause, which is the cause and principle of existence to all the other things” (Alexander, DA 89. 9-10). The intellect so understood is not only the cause of human thought; it is also the cause of the existence of everything that there is in the universe.

·             SEP: Another text that has important implications for the reception of Aristotle's treatment of the intellect is the paraphrase of the De anima that Themistius wrote around 350 AC. There, Themistius argues that the active intellect is the most accurate specification of the human form (In DA 100.35-36). Put differently, our essence as human beings is the active intellect (In DA 100.36-101.1). Although Themistius does not name names, he is clearly reacting against the reading advanced by Alexander of Aphrodisias. For Themistius the active intellect is not God or the supreme principle upon which everything depends for its existence. For him, the active intellect is an integral part of the human soul: “the active intellect is in the soul and it is like the most honourable part of the human soul” (In DA 103.4-5). Although the active intellect so understood is a human intellect, it is emphatically not conceived of as a personal intellect.  What is perishable is only the common or passive intellect, koinon or pathêtikos nous. This intellect is mixed with the body and its fate is to perish along with the body (In DA 105.28-29; 106.14-15).

 

 

·        Averroè  (Abu’l-Walîd Muhammad b. Ahmad ben Rushd, 1126-1198d. C.) e il suo commento

·           la paradossale vicenda di Averroè nella storia del pensiero (Augusto Illuminati, Averroè e l'intelletto pubblico, Manifesto Libri, Roma, 1996, p.7)

·           nel 1270 in un memoriale inviato a Alberto Magno leggiamo le tesi averroiste diffuse a Parigi; le prime due sono: 1) l'intelletto umano è solo e identico per tutti; 2) è falsa e impropria la proposizione: questo uomo intende.

·           gli intellegibili sono eterni in assoluto (intelletto agente) , si attualizzano individualmente solo per brevi momenti (attività di pensiero della singola persona) , ma sono memorizzati nella cultura della specie (intelletto potenziale unico)  (Illuminati 73)

·           quando tutti gli intellegibili saranno in atto nell'intelletto potenziale, allora l'intelletto agente si unirà all'umanità in atto; al punto culminante “l'uomo sarà simile a Dio” (36simo commento al De Anima)

·           competenza linguistica di una persona  e codice linguistico si relazionano reciprocamente, senza che vi sia innatismo nella prima e trascendenza nel secondo. Sono le due facce dell'intelletto, secondo la definizione di Averroè nel Commento Medio al De Anima (Illuminati, 88)

·           Per Averroè l'intelletto attivo è intermedio tra la mente divina e l'uomo, è "comune" agli uomini e implicato nell'anima individuale: quella parte dell'anima, che ascendendo all'intelletto attivo passa dall'individualità alla collettività (consentendo all'uomo di pensare alle nozioni comuni), è dunque "immortale". Attraverso Sigieri di Brabante questa lettura giunge sino a Dante, suo grande estimatore, che la traduce nel primato della forma politica comunitaria (l'Impero) come garanzia della pace tra gli uomini.

·           SEP:  Averroes held to the view of the Agent Intellect as a form of forms throughout his life

·           SEP:  he presents  the Material Intellect as a disposition in the body or imaginative faculty; and then, to guarantee its immaterial objectivity, as a substance essentially outside the soul.The Material Intellect is is our “first perfection,” while the Agent Intellect represents an ultimate perfection, or “final form” for us. Averroes retains the separate, i.e., immaterial yet substantial nature of the Material and Agent Intellects, and their relation of potential to actual intelligibility. However, he treats them as two separate substances, not two aspects of the same intelligence. The material intellect is thus hypostatized.

·           SEP:  Averroes involves the Material Intellect, and even the Agent Intellect, with a person's intellectual development. Their presence is essential to the individual striving for rational perfection, however non-essential from the standpoint of the universal substances themselves. The location of these immaterial substances in the soul is nowhere explicit, but their function and internal dynamic is similarly presented. While the internal senses, as of course the external senses, have physical locations in the organs of the body, the rational faculty has not. The individual perfects his/her intellect, and the more it is perfected, i.e., the more abstract truths accumulate, the less particular and individual it is, the less it “belongs” to that person.

·          Averroè, Lungo Commento al De Anima: Stando le cose cosí, mi parve che da parte mia meritasse lo scrivere su ciò quanto io ne pensai; e se quanto io sento su questa questione non sarà soddisfacente ed esatto, io scongiuro i miei fratelli che leggeranno questi miei scritti che scrivano anche essi le loro opinioni; che forse si troverà la verità su questo affare se ancora io non l’ho trovata. E se l’ho trovata, come penso, con i loro dubbi resterà confermata e manifestata. La verità infatti, come dice Aristotele, corrisponde a se stessa ed in ogni senso offre testimonianza di sé. […] Ma poiché da quanto sopra siamo indotti a ritenere che l’Intelletto Materiale è uno in tutti gli individui […] Perciò l'Intelletto Materiale non avrà nessuna generazione e corruzione se non in ragione della molteplicità contingente agli individui, non già in ragione dell’essere essi uno solo in esso. 

 

·        Alessandrismo e Averroismo nel Rinascimento italiano del XVI secolo :

·           Tra il XV e il XVI secolo il dibattito sull'anima diventa il tema dominante nell'aristotelica, ma non dogmatica, università di Padova, a partire dalla nuova traduzione latina dei commenti al De anima di Averroè (1472) e del De anima di Alessandro d'Afrodisia (1495). Il "partito" averroista (Nifo, Achillini, Zimara) si fa talmente agguerrito da essere minacciato di scomunica dal vescovo di Padova (1489) nel caso dibatta la questione al di fuori dell'università. Ma cresce anche la fazione degli "alessandristi" (nelle cui fila Nifo, ora loro acerrimo awersario, ha brevemente militato), alla cui testa sono De Vio e Pomponazzi.

·           Già Marsilio Ficino nel Proemio al commento di Plotino puntualizzava la differenza tra Alessandristi ed Averroisti: “I primi ritengono che il nostro intelletto è mortale, gli altri sostengono che è unico in tutti gli uomini, gli uni e gli altri distruggono dalle fondamenta ogni religione, specialmente perché negano l'azione della provvidenza divina sugli uomini, e gli uni e gli altri sono infedeli allo stesso loro Aristotele.” (in Plotin., pr.)

 

·        Tommaso d'Aquino ( 1225-1274 d. C.) versus Averroè:

·           il De Unitate Intellectus contra Averroistas: qui lui dice che Averroè sbaglia a porre un unico Intelletto (possibile) per tutti gli uomini... altrimenti non vi sarebbe più responsabilità morale del singolo e non avrebbero funzione le punizioni e i premi...

·           l'intelletto è quella parte dell'anima che è priva di un  organo del corpo (mentre li hanno le parti vegetativa e sensitiva) e, però, è “forma del corpo fisico” … Come è possibile? Dice: non è difficile a capire perchè succede anche in altre cose, dove vediamo che una forma è atto di un corpo fatto da varie componenti ma essa ha un potere che non è proprio di nessuno degli elementi componenti il corpo; questo succede per esempio nel “magnete” in esso la forma struttura le parti del ferro che compongono il corpo del magnete ma il poter di attrarre non deriva da queste parti bensì da un principio superiore. Secondo la scienza dei tempi di Tommaso tale principio erano gli astri, secondo la nostra è il campo elettro-magnetico che “orienta”i domini delle molecole di ferro

·           l'intelletto è dunque (come il potere magnetico del magnete) separabile perchè è una capacità non presente nel corpo (in un organo) ma è  una capacità presente nell'anima razionale nel suo complesso , e questa anima nel suo complesso è la forma del corpo  umano

·           l'intelletto solo per accidente ha bisogno di un organo corporeo perchè il suo oggetto da cui astrae gli universali (i concetti) sono le “immagini sensibili” che hanno bisogno di un organo corporeo (il cervello)

·           Averroè – secondo Tommaso sbagliandosi – pensava che l'Intelletto Agente Unico astrae i concetti dalle immagini sensibili che gli vengono fornite dai singoli uomini e attua l'Intelletto Possibile Unico... Cosa significa?

·           Anche l'Intelletto Agente per Tommaso non è unico: infatti mentre Platone lo paragona al sole che è unico per tutti gli uomini, Aristotele lo paragona ai raggi di luce che sono molti per molti uomini

·           per Herbert McCabe (On Aquinas, p. 140) l'intelletto possibile è la capacità umana di avere un linguaggio, mentre l'intelletto agente è la capacità umana di creare un linguaggio, cioè stabilire regole convenzionali di comunicazione 

 

Lo Spirito Assoluto

Hegel (n. 1770 – m. 1831)

 

  • Hegel vive durante l'intero grande ciclo storico della Rivoluzione Francese, Napoleone, Restaurazione...

  • pnèuma ( ma anche noùs, lògos)/psichè;  spiritus/anima, geist/seele;   mind/soul : la differenza tra un primo elemento che ha a che fare con la verità oggettiva e con il collettivo, e un secondo elemento che ha a che fare con la coscienza soggettiva e con l'individualità

  • Hegel pensa un “sistema” filosofico di tre parti : Idea ( le leggi logiche), Natura (fisica, chimica, biologia), Spirito: cosa è questa terza parte? Leggiamo Hegel (Enciclopedia delle scienze filosofiche p. 371):

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  • per Hegel lo Spirito è lo “Assoluto” cioè Dio. Per così dire l'hegelismo è un “immanentismo”, un “umanesimo ateo”... è una specie di sintesi tra Alessandro di Afrodisia (l'intelletto agente è Dio) e quella di Averroè (l'intelletto possibile è l'umanità)... per Hegel la Umanità (non il singolo uomo!) è Dio... non a caso tra i suoi primi e più importanti discepoli troviamo Ludwig Feuerbach e Karl Marx, considerati fondatori dell'ateismo moderno. Leggiamo Hegel (Enciclopedia, p. 375)

 

 

 

 

   

 

  • ma se l'hegelismo è una filosofia “umanista”, esso è anche una filosofia “culturalista”. Infatti egli divide a sua volta la “filosofia dello spirito” in tre parti: Spirito Soggettivo (psicologia), Spirito Oggettivo ( etica e politica) , Spirito Assoluto (arte, religione, filosofia) … cioè se l'umanità è Dio, essa lo è soprattutto non per i propri vissuti sentimentali, né per le proprie virtù morali, né per le proprie istituzioni politiche, ma lo è in primo luogo per le proprie realizzazioni culturali

  • come a dire che che l'uomo è soprattutto “divino” (attributo problematico...cosa vuol dire? “autarchico”? O invece “padrone di sé stesso”?) non in quel che sente né in quel che fa ma in quel che conosce. Si tratta certo di conoscenza della Umanità: collettiva , interpersonale, quella che è raccontata nelle storie dell'arte, delle religioni e della filosofia... dove individui, gruppi e generazioni si incontrano, si scontrano e dialogano tra loro per formare un corpo di conoscenze sempre più ampio e profondo

 

Giuseppe Mazzini e i quattro livelli dei “doveri dell'uomo”

 

  • Mazzini  (n. 1805 – m. 1872) vive il periodo della Restaurazione e delle grandi lotte liberali del XIX secolo, soprattutto il Risorgimento italiano...

 

Il Dovere non contro i Diritti, ma prima e al di là dei Diritti

·          Perché vi parlo io dei vostri doveri prima di parlarvi dei vostri diritti?

·         Certo esistono diritti; ma dove i diritti di un individuo vengono a contrasto con quelli di un altro, come sperare di conciliarli, di metterli in armonia, senza ricorrere a qualche cosa superiore a tutti i diritti

·         la differenza tra gli uomini dei diritti e quei del Dovere. Ai primi la conquista dei loro diritti individuali, togliendo ogni stimolo, basta perché s'arrestino: il lavoro dei secondi non s'arresta qui in terra che colla vita.

·          Come e in nome di chi convincerli che i pericoli e le delusioni devono farli più forti, che hanno a combattere non per alcuni anni, ma per tutta la loro vita? Chi può dire ad un uomo: segui a lottare per i tuoi diritti, quando lottare per essi gli costa più caro che non l'abbandonarli?

·         E chi può, anche in una società costituita su basi più giuste che non le attuali, convincere un uomo fondato unicamente sulla teoria dei diritti, ch'egli ha da mantenersi sulla via comune e occuparsi di dare sviluppo al pensiero sociale?

·         Si tratta dunque di trovare un principio educatore superiore a siffatta teoria, che guidi gli uomini al meglio, che insegni loro la costanza nel sacrificio, che li vincoli a' loro fratelli senza farli dipendenti dall'idea d'un solo o dalla forza di tutti. E questo principio è il DOVERE. Bisogna convincere gli uomini ch'essi, figli d'un solo Dio, hanno ad essere qui in terra esecutori d'una sola legge - che ognuno d'essi deve vivere, non per sé, ma per gli altri ‑ che lo scopo della loro vita non è quello d'essere più o meno felici, ma di rendere sé stessi e gli altri migliori - che il combattere l'ingiustizia e l'errore a benefizio dei loro fratelli e dovunque si trova, è non solamente diritto, ma dovere: dovere da non negligersi senza colpa ‑ dovere di tutta la vita.

·         Quand'io dico, che la conoscenza dei loro diritti non basta agli uomini per operare un miglioramento importante e durevole, non chiedo che rinunzino a questi diritti; dico soltanto che non sono se non una conseguenza di doveri adempiti e che bisogna cominciare da questi per giungere a quelli. E quand'io dico, che proponendo come scopo alla vita il benessere, interessi materiali, corriamo rischio di creare egoisti, non intendo che non dobbiate occuparvene; dico che gli interessi materiali, cercati soli, proposti non come mezzi ma come fine, conducono sempre a quel tristissimo risultato.

·         Dio v'ha dato il consenso dei vostri fratelli e la vostra coscienza, come due ale per innalzarvi quanto è possibile sino a lui. Perché v'ostinate a troncarne una? Perché isolarvi, assorbirvi nel mondo? Perché voler soffocare la voce del genere umano? Ambe sono sacre: Dio parla in ambe. Dovunque s'incontrano, dovunque il grido della vostra coscienza è ratificato dal consenso dell'Umanità, ivi è Dio, ivi siete certi di avere in pugno la verità: l'uno è la verificazione dell'altro.

·         Perché fra dieci individui appartenenti in sostanza alla stessa credenza, quella che impone lo sviluppo e il progresso della razza umana, troviamo dieci convinzioni diverse sui modi d'applicare la credenza alle azioni, cioè sui doveri? Evidentemente, il grido della coscienza dell'individuo non basta, in ogni stato di cose e senz'altra norma, a rivelargli la Legge. La coscienza basta solo a insegnarvi che una legge esiste, non quali sono questi doveri. Per questo il martirio non s'è mai, e comunque l'egoismo predominasse, esiliato dall'Umanità; ma quanti martiri non sacrificarono l'esistenza per presunti doveri, a beneficio d'errori oggi patenti a ciascuno!

·         V'è dunque bisogno d'una scorta alla vostra coscienza, d'un lume che le rompa d'intorno la tenebra, d'una norma che ne verifichi e ne diriga gl'istinti. E questa norma è l'Intelletto e l'Umanità.

·         Dio ha dato intelletto a ciascun di voi, perché lo educhiate a conoscere la sua Legge. Oggi, la miseria, gli errori inveterati da secoli e la volontà dei vostri padroni, vi contrastano fin la possibilità d'educarlo; e per questo v'è necessario rovesciare quegli ostacoli colla forza. Ma quand'anche gli ostacoli saranno tolti di mezzo, l'intelletto di ciascun di voi sarà insufficiente a conoscere la legge di Dio, se non appoggiandosi all'intelletto dell'umanità. La vostra vita è breve: le vostre facoltà individuali sono deboli, incerte, e abbisognano d'un punto d'appoggio. Or Dio v'ha messo vicino un essere la cui vita è continua, e le cui facoltà sono la somma di tutte le facoltà individuali che si sono, da forse quattrocento secoli, esercitate; un essere che attraverso gli errori e le colpe degli individui migliora sempre in sapienza e moralità: un essere nel cui sviluppo Dio ha scritto e scrive ad ogni epoca una linea della sua Legge. Quest'essere è l'Umanità.

·         L'Umanità, ha detto un pensatore del secolo scorso, è un uomo che impara sempre. Gl'individui muoiono; ma quel tanto di vero che essi hanno pensato, quel tanto di buono ch'essi hanno operato non va perduto con essi: l'Umanità lo raccoglie e gli uomini che passeggiano sulla loro sepoltura ne fanno lor pro. Ognuno di noi nasce in oggi in una atmosfera d'idee e di credenze elaborata da tutta l'Umanità anteriore: ognuno di noi porta, senza pur saperlo, un elemento più o meno importante alla vita dell'Umanità successiva.

·         Dio s'incarna successivamente nell'umanità. La legge di Dio è una, sì come è Dio; ma noi lo scopriamo articolo per articolo, linea per linea, quanto più s'accumula l'esperienza educatrice delle generazioni che precedono, quanto più cresce in ampiezza e in intensità l'associazione fra le razze, fra i popoli, fra gl'individui. Nessun uomo, nessun popolo, nessun secolo può presumere di scoprirla intera: la legge morale, la legge di vita dell'umanità tutta quanta raccolta in associazione, quando tutte le forze, tutte le facoltà che costituiscono l'umana natura saranno sviluppate e in azione. Ma intanto, quella parte dell'Umanità ch'è più inoltrata nell'educazione c'insegna col suo sviluppo parte della legge che noi cerchiamo. Nella sua storia leggiamo il disegno di Dio; ne' suoi bisogni i nostri doveri: doveri che mutano o per dir meglio crescono coi bisogni, perché il nostro primo dovere sta nel concorrere a che l'Umanità salga prontamente quel grado di miglioramento e di educazione al quale Dio e i tempi l'hanno preparata. Voi dunque, a conoscere la legge di Dio, avete bisogno d'interrogare non solamente la vostra coscienza, ma la coscienza, il consenso dell'Umanità; a conoscere i vostri doveri, avete bisogno d'interrogare i bisogni attuali dell'Umanità.

·         Chi può impedirvi, solo che voi vogliate, di ricevere alcuno degli scritti che i vostri fratelli stampano qui nell'esilio per voi? Leggeteli e ardeteli, sì che il giorno dopo, l'inquisizione dei vostri padroni non li trovi fra le vostre mani e non ne faccia argomento di colpa alle vostre famiglie; ma pur leggeteli e ripetete, quel tanto che avrete potuto serbare a mente, ai più fidati dei vostri amici. Aiutateci colle offerte ad allargare la sfera dell'Apostolato, a compilare, a stampare per voi manuali di storia generale e di storia patria. Aiutateci, moltiplicando le comunicazioni, a diffonderli. Convincetevi che senza istruzione, voi non potete conoscere i vostri doveri: convincetevi che dove la Società vi contende ogni insegnamento, la responsabilità d'ogni colpa è non vostra, ma sua: la vostra incomincia dal giorno in cui una via qualunque allo insegnamento v'è aperta, e la negligete: dal giorno in cui vi si mostrano mezzi per mutare una società che vi condanna all'ignoranza, e voi non pensate ad usarne. Non siete colpevoli perché ignorate; siete colpevoli perché vi rassegnate a ignorare ‑ perché mentre la vostra coscienza v'avverte che Dio non v'ha dato facoltà senza imporvi di svilupparle, voi lasciate dormire nell'anima vostra tutte le facoltà del pensiero ‑ perché, mentre pur sapete che Dio non può avervi dato l'amore del vero senza darvi i mezzi di conseguirlo, voi, disperando, rinunziate a farne ricerca e accettate, senza esame, per verità l'affermazione del potente e del sacerdote venduto al potente.

 

Doveri verso la Umanità

·          I vostri primi doveri, primi non per tempo ma per importanza e perché senza intendere quelli non potete compiere se non imperfettamente gli altri, sono verso l'Umanità. Avete doveri di cittadini, di figli, di sposi e di padri, doveri santi, inviolabili, dei quali vi parlerò a lungo tra poco; ma ciò che fa santi e inviolabili quei doveri, è la missione, il Dovere che la vostra natura d'uomini vi comanda. Siete padre per educare uomini al culto e allo sviluppo della Legge di Dio. Siete cittadini, avete una Patria, per potere facilmente, in una sfera limitata, con concorso di gente già stretta a voi per lingua, per tendenze, per abitudini, operare, a beneficio degli uomini quanti sono e saranno, ciò che mal potreste operare perduti, voi soli e deboli, nell'immenso numero dei vostri simili. Quei che v'insegnano morale, limitando la nozione dei vostri doveri alla famiglia o alla patria, v'insegnano, più o meno ristretto, l'egoismo, e vi conducono al male per gli altri e per voi medesimi. Patria e Famiglia son come due circoli segnati dentro un circolo maggiore che li contiene; come due gradini d'una scala senza i quali non potreste salire più in alto, ma sui quali non è permesso arrestarvi. Siete uomini: cioè creature ragionevoli, socievoli e capaci, per mezzo unicamente dell'associazione, d'un progresso, a cui nessuno può assegnar limiti: e questo è quel tanto che oggi sappiamo dalla Legge di vita data all'Umanità. Questi caratteri costituiscono la umana natura, che vi distingue dagli altri esseri che vi circondano e che è fidata a ciascuno di voi come un seme da far fruttare. Tutta la vostra vita deve tendere all'esercizio e allo sviluppo ordinario di queste facoltà fondamentali della vostra natura. Qualunque volta voi sopprimete o lasciate sopprimere, in tutto o in parte, una di queste facoltà, voi scadete dal rango d'uomini fra gli animali inferiori o violate la legge della vostra vita

·         Poco importa che voi possiate dirvi puri: quando anche poteste, isolandovi, rimanervi tali, se avete a due passi la corruzione e non cercate combatterla, tradite i vostri doveri. Poco importa che adoriate nell'anima vostra la Verità: se l'errore governa i vostri fratelli in un altro angolo di questa terra che ci è madre comune, e voi non desiderate e non tentate, per quanto le forze vostre vel concedono, rovesciarlo, tradite i vostri doveri.

·         Ma nel vostro cuore è una voce che grida: “Quegli uomini di due mila anni addietro, quelle popolazioni ch'oggi combattono lontane da voi, quel martire per le idee del quale voi non morreste, furono, sono fratelli vostri: fratelli non solo per comunioni di origine e di natura, ma per comunione di lavoro e di scopo. Quei Greci antichi passarono; ma l'opera loro non passò, e senza quella voi non avreste oggi quel grado di sviluppo intellettuale e morale che avete raggiunto. Quelle popolazioni consacrarono col loro sangue una idea di libertà nazionale per la quale voi combattete. Quel martire insegnava morendo che l'uomo deve sacrificare ogni cosa e, occorrendo, la vita a quel che egli crede essere la Verità.  Importa che, fortificata dagli esempi, la natura umana migliori e verifichi più sempre il disegno di Dio sulla terra. E in qualunque luogo la natura migliori, in qualunque luogo si conquisti una verità, in qualunque parte si mova un passo sulla via dell'educazione, del progresso, della morale, è passo, è conquista che frutterà presto o tardi a tutta quanta l'Umanità. Siete tutti soldati d'un esercito che move per vie diverse, diviso in nuclei diversi, alla conquista d'un solo intento

·         Una nazione straniera che impoverisca, nella quale diminuisca la cifra dei consumatori, è un mercato di meno per voi. Un commercio straniero che, in conseguenza dei cattivi ordinamenti, soggiaccia a crisi o a rovina, produce crisi o rovina nel vostro. I fallimenti d'Inghilterra o d'America trascinano fallimenti Italiani. Il credito è in oggi istituzione non nazionale, ma Europea. E inoltre, ogni tentativo di miglioramento nazionale che voi farete avrà nemici, in virtù delle Leghe contratte dai principi, primi ad accorgersi che la quistione è in oggi generale, di tutti i governi. Né v'è speranza per voi se non nel miglioramento universale, nella fratellanza fra tutti i popoli dell'Europa e, per l'Europa, dell'umanità.

·         Amate l'Umanità. Ad ogni opera vostra nel cerchio della Patria o della Famiglia, chiedete a voi stessi: se questo ch'io fo fosse fatto da tutti e per tutti, gioverebbe o nuocerebbe all'Umanità? e se la coscienza vi risponde: nuocerebbe, desistete, desistete quand'anche vi sembri che dall'azione vostra escirebbe un vantaggio immediato per la Patria e per la Famiglia.

 

Doveri verso la Patria

·          Ma che cosa può ciascuno di voi, colle sue forze isolate, fare pel miglioramento morale, pel progresso dell'Umanità?

·         La parola della fede avvenire è l'associazione, la cooperazione fraterna verso un intento comune, tanto superiore alla carità, quanto l'opera di molti fra voi che s'uniscono a inalzare concordi un edifizio per abitarvi insieme è superiore a quella che compireste innalzando ciascuno una casupola separata e limitandovi a ricambiarvi gli uni cogli altri aiuto di pietre, di mattoni, di calce. Ma quest'opera comune voi, divisi di lingua, di tendenze, d'abitudini, di facoltà, non potete tentarla.

·         Oh miei fratelli! amate la Patria. La Patria è la nostra casa: la casa che Dio ci ha data, ponendovi dentro una numerosa famiglia, che ci ama e che noi amiamo, colla quale possiamo intenderci meglio e più rapidamente che non con altri, e che per la concentrazione sopra un dato terreno e per la natura omogenea degli elementi che essa possiede, è chiamata a un genere speciale d'azione

·         La Patria è il segno della missione che Dio v'ha dato da compiere nell'umanità. Le facoltà, le forze di tutti i suoi figli devono associarsi pel compimento di quella missione. Una certa somma di doveri e di diritti comuni spetta ad ogni uomo che risponde al chi sei? degli altri popoli: sono Italiano

·         Non vi seduca l'idea di migliorare, senza sciogliere prima la questione Nazionale, le vostre condizioni materiali: non potrete riuscirvi. Le vostre associazioni industriali, le consorterie di mutuo soccorso son buone com'opera educatrice, come fatto economico: rimarranno sterili finché non abbiate un'Italia.

·         La Patria è la nostra casa: la casa che Dio ci ha data, ponendovi dentro una numerosa famiglia, che ci ama e che noi amiamo, colla quale possiamo intenderci meglio e più rapidamente che non con altri, e che per la concentrazione sopra un dato terreno e per la natura omogenea degli elementi che essa possiede, è chiamata a un genere speciale d'azione. La Patria è la nostra lavoreria; i prodotti della nostra attività devono stendersi da quella a beneficio di tutta la terra; ma gli istrumenti del lavoro che noi possiamo meglio e più efficacemente trattare, stanno in quella e noi non possiamo rinunziarvi senza tradire l'intenzione di Dio e senza diminuire le nostre forze. Lavorando, secondo i veri principii per la Patria, noi lavoriamo per l'Umanità

·         Non v'è dunque veramente Patria senza un Diritto uniforme. Non v'è Patria dove l'uniformità di quel Diritto è violata dall'esistenza di caste, di privilegi, d'ineguaglianze

 

Doveri verso la famiglia

ñ      La famiglia è la Patria del core. V'è un Angiolo nella Famiglia che rende, con una misteriosa influenza di grazie, di dolcezza e d'amore, il compimento dei doveri meno arido, i dolori meno amari. La famiglia ha in sé un elemento di bene raro a trovarsi altrove, la durata. Gli affetti, in essa, vi si stendono intorno lenti, inavvertiti, ma tenaci e durevoli siccome l'ellera intorno alla pianta

·         Ciò che la Patria è per l'umanità, la Famiglia deve esserlo per la Patria. Come io v'ho detto che la parte della Patria è quella d'educare gli uomini, così la parte della Famiglia è quella di educare i cittadini

·         In una società nella quale il merito è pericoloso, e la ricchezza è la sola base della potenza, della sicurezza, della difesa contro la persecuzione e il sopruso, il padre è trascinato dall'affetto a dire al giovane anelante la Verità: bada! la ricchezza è la tua tutela: la Verità sola non può esserti scudo contro l'altrui forza, contro l'altrui corruttela

·         mate, rispettate la donna. Non cercate in essa solamente un conforto, ma una forza, una ispirazione, un raddoppiamento delle vostre facoltà intellettuali e morali. Cancellate dalla vostra mente ogni idea di superiorità: non ne avete alcuna.

·         Amate i figli che la Provvidenza vi manda; ma amateli di vero, profondo, severo amore; non dell'amore snervato, irragionevole, cieco, ch'è egoismo per voi, rovina per essi.

·         poche madri, pochi padri pensano che le molte vittime, le lotte incessanti e il lungo martirio dei nostri tempi son frutto in gran parte dell'egoismo innestato trenta anni addietro nell'animo da madri deboli o da padri incauti, i quali lasciarono che i loro figli s'avvezzassero a considerare la vita non come dovere e missione, ma come ricerca di piacere e studio del proprio benessere

·          Infondete nelle tenere menti, insieme ai germi della ribellione contro ogni autorità usurpata e sostenuta dalla forza, la riverenza alla vera, all'unica Autorità, l'autorità della Virtù coronata dal Genio

 

Doveri verso se stesso

·         Tutti i sofismi d'una misera filosofia, che vorrebbe sostituire una dottrina di non so quale fatalismo al grido della coscienza umana, non valgono a cancellare due testimonianze invincibili a favore della libertà: il rimorso e il martirio. Voi siete liberi e quindi responsabili. Da questa libertà morale scende il vostro diritto alla libertà politica, il vostro dovere di conquistarvela e mantenerla inviolata, il dovere altrui di non menomarla.

·         Voi siete educabili. Esiste in ciascun di voi una somma di facoltà, di capacità intellettuali, di tendenze morali, alle quali l'educazione sola può dar moto e vita, e che, senza quella, giacerebbero sterili, inerti, non rivelandosi che a lampi, senza regolare sviluppo.

·         L'educazione è il pane dell'anima. Come la vita fisica, organica, non può crescere e svolgersi senza alimenti, così la vita morale, intellettuale, ha bisogno per ampliarsi e manifestarsi, delle influenze esterne e d'assimilarsi parte almeno delle idee, degli effetti, delle altrui tendenze. L'individuo è un rampollo dell'UMANITÀ e alimenta e rinnova le proprie forze nelle sue. Quest'opera alimentatrice, rinnovatrice, si compie coll'Educazione che trasmette direttamente o indirettamente all'individuo i risultati dei progressi di tutto quanto il genere umano. È dunque non solamente come necessità della vostra vita, ma come una santa comunione con tutti i vostri fratelli, con tutte le generazioni che vissero: cioè pensarono ed operarono prima della vostra, che voi dovete conquistarvi, nei limiti del possibile, educazione: educazione morale ed intellettuale, che abbracci e fecondi tutte le facoltà che Dio vi dava siccome deposito da far fruttare, e che istituisca e mantenga un legame tra la vostra vita individuale e quella dell'Umanità collettiva.

·         Dio v'ha fatto esseri essenzialmente sociali. Ogni essere al disotto di voi può vivere da per sé, senz'altra comunione che colla natura, cogli elementi del mondo fisico: voi nol potete. Avete a ogni passo necessità dei vostri fratelli e non potete soddisfare ai più semplici bisogni della vita senza giovarvi dell'opera loro.

·         Voi siete, finalmente, esseri progressivi. Questa parola PROGRESSO, ignota all'antichità, sarà d'ora innanzi una parola sacra per l'Umanità. Essa racchiude tutta una trasformazione sociale, politica, religiosa.

* * *

mio commento:

la vita stessa di Mazzini (centinaia di migliaia di lettere....) e queste sue idee sul “dovere” (“debito”) fuori e dentro noi stessi ci danno un forte messaggio: la inconsistenza e degradazione della vita Individualistica e la ricchezza e progressività della vita Interpersonale 

 

Ferdinand De Saussure e la Linguistica

 

ñ                 nato nel  1857 a Ginevra e a Ginevra morto nel 1923. E' il fondatore della linguistica del XX secolo. Dopo aver dato prova di sè nella linguistica storico-comparativa (Mémoire sur le système primitif des voyelles dans les langues indo-européennes, 1879), si dedicò all'insegnamento prima a Parigi e poi a Ginevra e a una ricerca fortemente teoretica sulla natura stessa del Linguaggio. Dopo la sua morte, i discepoli con gli appunti delle lezioni composero il Cours de linguistique générale (1916), classico fondamentale,  a cui è affidata la sua fama.

ñ                  Il linguaggio è l'aspetto sociale dei discorsi individuali, al di là dell'individuo che non può modificarlo.  Esiste solo per una specie di contratto tar i membri di una comunità. L'individuo per appropriarsene ha bisogno  di un intenso e graduale apprendistato.

ñ                 È concepibile una scienza che studi la vita dei Segni in una società, essa sarebbe parte della psicologia sociale e quindi della psicologia generale. La chiamerò semiologia. Di essa la linguistica è la parte più importante.

ñ                 Il segno è sociale ma non va enfatizzato il ruolo dei suoi rapporti con altre istituzioni sociali come quelle giuridiche, familiari, etc. La sua caratteristica distintiva è che esso elude sia la volontà individuale sia quella sociale.

                   La parola ha due facce: da una parte, dipendendo dal linguaggio che è sociale e non individuale, è esclusivamente mentale, dall'altra – quella che concerne l'atto individuale del parlare – è psicofisica. Certo, i due aspetti sono strettamente collegati: è necessario il linguaggio affinché il parlare possa essere intelligibile e comunicativo,  ma il parlare è necessario per costruire il linguaggio e cronologicamente sempre viene prima. Noi infatti impariamo il linguaggio ascoltando le altre persone; inoltre è il parlare che fa evolvere il linguaggio. Ma la interdipendenza di questi due aspetti non impedisce che essi debbano esser assolutamente distinti. 

                   Il linguaggio esiste come somma di impressioni depositate nella mente di ciascun membro di una comunità come un dizionario distribuito in tot copie per ciascuno di tot individui. Il parlare invece esiste come combinazioni individuali di parole dovute alla volontà del parlante. Esso dunque non è uno strumento collettivo, le sue manifestazioni sono individuali e momentanee

ñ                 il linguaggio è comunque collegato al parlare e non allo scrivere. Pensare diversamente sarebbe come credere – grottescamente – di poter imparare di più su una persona guardando la sua fotografia e che guardandola in carne e ossa.

ñ                 Il linguaggio non è un processo di attribuzione di nomi alle cose. Ciò infatti presupporrebbe una cosa falsa: che vi siano Idee già pronte prima delle Parole

ñ                 la parola non unisce un nome a una cosa, ma una immagine uditiva a un concetto. La immagine non è solamente fisica ma è l'impressione psicologica del suono, la chiamiamo “materiale” solo perchè deriva dalle sensazioni, e per distinguerla dal concetto che di essa è “meno materiale”. Che l'immagine uditiva sia psicologica lo vediamo quando osserviamo il nostro stesso parlare: senza muovere le labbra o la lingua, possiamo parlare a noi stessi o recitare mentalmente una sequenza di versi .

ñ                 La parola è dunque una entità psicologica che ha due facce o componenti: il significante (l'immagine uditiva) e il significato (il concetto o idea)

ñ                 Primo Principio: il legame tra significante e significato è arbitrario. Infatti ogni mezzo di comunicazione usato in una società è per definizione basato sul comportamento collettivo o – che è la stessa cosa – su convenzioni. Anche i segni “non arbitrari” (esempio del giungere le mani dei Cinesi) sono in realtà soprattutto convenzionali e quando i segni sono totalmente arbitrari (parole) essi raggiungono assai meglio lo scopo della comunicazione sociale.

ñ                 Secondo Principio: la natura del significante – essendo uditivo e dunque temporale - è lineare. Questa è la relazione sintagmatica tra le parole, diversa dalla relazione associativa (immagine della colonna del tempio greco)

ñ                 sembra che il significante sia scelto liberamente per collegarlo al significato. In realtà esso è fissato e non libero, nei confronti della comunità che lo usa. Questo fatto, che sembra contraddittorio, ci dice: “scegli!”, ma anche aggiunge: “devi scegliere questa parola e non un'altra!”. Né l'individuo può modificare, anche volendolo, la scelta, e, cosa più notevole, neanche può farlo la comunità, essendo essa legata al linguaggio esistente

ñ                 quindi il linguaggio non è un semplice contratto. Ecco perchè il linguaggio è interessante; infatti ci mostra con più evidenza come la “legge” accettata da una comunità è una cosa che è tollerata e non una regola cui tutti liberamente consentano. Nessuna società infatti ha mai conosciuto un linguaggio che non fosse un prodotto ereditato dalle generazioni precedenti e da accettare come tale. Ecco perchè non è un problema teorico importante  la cosiddetta “origine del linguaggio”. Anzi non val la pena neanche domandarselo. L'unico problema di studio della linguistica è la normale vita di un linguaggio già esistente.

ñ                 Nel linguaggio la trasmissione storica domina completamente e proibisce qualsiasi cambiamento vasto e repentino. Sia perchè le generazioni tra di loro non sono sovrapposte come dei cassetti, ma si fondono e interpenetrano, perchè ciascuna generazione abbraccia individui di tutte le età. Inoltre se osserviamo la grande fatica che ci vuole per imparare la lingua madre possiamo vedere come una cambiamento generale sia impossibile. Inoltre la grande maggioranza dei parlanti è inconsapevole delle leggi del linguaggio, e dunque come potrebbero modificarle? E anche se fossero consapevoli molto raramente vorrebbero cambiarle perchè sono soddisfatte dell'esistente.

ñ                 Ma soprattutto dobbiamo considerare delle cause più basilari: 1) la natura arbitraria del segno lo protegge dal tentativo di modifica. Per modificarlo bisognerebbe discuterlo: ma mentre avrebbe senso discutere se sia migliore la monogamia o la poligamia, e anche discutere un sistema di simboli (il simbolo – la croce, la falce e martello, etc. - infatti non è arbitrario), non ha senso discutere qualcosa di arbitrario, manca la base stessa per discutere. Non c'è alcun motivo per preferire “sister” a “soeur”.  2) il numero delle parole è troppo grande e troppo complesso il sistema delle regole: non solo per le masse ma anche per gli specialisti di grammatica che a volte hanno provato.  3) l'inerzia della collettività verso al innovazione : infatti il linguaggio è di continua e massima importanza quotidiana per ognuno, coinvolge tutti e lo fa contemporaneamente come nessuna altra istituzione sociale fa ; questo rende impossibile una rivoluzione

ñ                 d'altra parte possiamo parlare sia della immutabilità sia della mutabilità del segno e che i due fatti siano interdipendenti: il segno è esposto al cambiamento proprio perchè perpetua sé stesso

ñ                 tutti i cambiamenti linguistici consistono in uno spostamento del rapporto tra significante e significato. E, siccome, il loro rapporto è arbitrario, il linguaggio è completamente indifeso dal mutamento, menre non lo sono le altre istituzioni sociali che – più o meno – hanno un qualche rapporto di relazione con le cose e con gli scopi che abbiamo verso le cose.

ñ                 La cosa che più colpisce il linguista storico (“diacronico”) è che dal punto di vista dell'individuo parlante non esiste il cambiamento, egli parla solo avendo in mente un codice, cioè un sistema statico (“sincronico”)

ñ                 i fatti diacronici non sono finalizzati a cambiare il sistema: i parlanti non vogliono cambiare il codice , anche se di fatto cambiano dei singoli elementi e, di conseguenza, il sistema cambia. Il sistema (il linguaggio)  non è mai modificato  direttamente, in sé stesso, come sistema, è immutabile.

ñ                 Ogni singolo stato del linguaggio è del tutto fortuito, e questa è una prova che il linguaggio non è un meccanismo creato allo scopo di comunicare dei concetti già formati. Non c'è nulla di più importante dal punto di vista filosofico.

ñ                 Il cambiamento è del tutto non intenzionale (non significativo) mentre il fatto sincronico è sempre significativo. Per es. in tedesco non è Gaste che significa da solo il plurale ma lo è la opposizione Gaste/Gast. Invece il fatto diacronico è lo opposto: affinché apparisse Gaste è dovuto scomparire Gasti.

ñ                 Il linguaggio [io tradurrei: il pensiero!] è un sistema le cui parti devono sempre essere considerate nella loro solidarietà sincronica

ñ                 la migliore analogia per il linguaggio (naturale) è col gioco degli scacchi (artificiale), entrambi sistemi di valori con le loro modificazioni osservabili : 1) ogni tato della scacchiera corrisponde a uno stato del linguaggio, il valore di ciascun pezzo dipende dalla sua posizione nella scacchiera come il valore di ciascuna parola dipende dalla sua opposizione a tutte le altre, 2) inoltre il sistema è sempre momentaneo, esso varia da una fase a quella successiva; 3) come negli scacchi vi sono regole generali della linguistica che sono immutabili; 4) per passare da uno stato a un altro solo un pezzo deve esser mosso , non c'è un movimento generale, proprio come nel cambiamento linguistico. Ma una volta che un elemento è stato mosso tutto il sistema ha delle ripercussioni, di importanza varia a secondo delle circostanze, più o meno grave; 5) ogni mutamento (mossa)  è assolutamente distinto sia dal precedente sia dal successivo stato di equilibrio. Il cambiamento non appartiene a nessuno degli stati. Nel gioco ciascuna posizione di un pezzo ha la caratteristica di essere libera dalle posizioni antecedenti : il percorso usato per arrivarci non fa alcuna differenza: chi ha seguito l'intera partita non ha nessun vantaggio rispetto al curioso che dà uno sguardo dopo ore dall'inizio: per descrivere la situazione è irrilevante sapere cosa sia successo 10 secondi prima; 6) in un solo punto la analogia non tiene: negli scacchi la mossa è fatta intenzionalmente, nel linguaggio il cambiamento di un elemento non lo è.

ñ                 Dunque abbiamo due biforcazioni. La prima è tra linguaggio (langue) e discorsi parlati (parole) . La seconda è tra sincronia e diacronia. Ecco che ora possiamo affermare che il linguaggio è diacronico (esiste una storia delle lingue) solo a causa del discorso parlato, è in questo ultimo che ogni cambiamento risiede

ñ                 ecco allora uno schema:

 

                        attività umana del linguaggio [pensiero] :                 - codice linguistico [cultura, sistema delle idee]:

                                                                                                                       - sincronia

                                                                                                - diacronia 

                                                           - atto individuale di parlare [pensare]

  

ñ      la linguistica sincronica tratta le relazioni logiche e psicologiche che legano assieme parole coesistenti e formano un sistema nella mente collettiva dei parlanti. La linguistica diacronica invece tratta le relazioni che legano parole derivanti una dall'altra e non percepite dalla mente collettiva dei parlanti

ñ      la linguistica  diacronica è più facile perchè i suoi fatti sono evidenti e anche “divertenti”, invece penetrare le relazioni tra i valori delle parole coesistenti è molto più sottile e difficile

ñ      un segno è sempre significato + significante: le entità mentali “casa”, “bianco” (significato) etc considerate senza la loro associazione con le immagini uditive sono solo immagini, anche se di  altro tipo, diventano concetti solo se associate e segmentate con le immagini uditive dei suoni

ñ      gli esempi delle associazioni sia semantiche sia foniche tra le parole: esempio della parola francese  enseignement

ñ      le parole nel sistema sincronico hanno una identità di “valore” e non “materiale” (paragone con l'espresso Parigi-Ginevra delle 8.25 e un singola strada nel tempo) . Anche qui vale la analogia con gli scacchi : un cavallo del gioco ha un valore indipendentemente dalla sua materia e figura , ma per il suo ruolo.

ñ      Il nostro pensiero se no è espresso in parole è solo una massa indistinta ed informe, una vaga nebulosa. Prima della espressione linguistica non ci sono idee preesistenti. Lo stesso vale per i suoni che senza la associazione ai significati  sarebbero una catena senza delimitazioni e senza scopo.

ñ      Il ruolo caratteristico del linguaggio verso il pensiero NON è di cercare dei mezzi fonici materiali per esprimere delle idee, MA per fornire un legame tra suoni e indistinta attività mentale [io così interpreterei,  siccome il linguaggio esiste solo come comunicazione interpersonale: “l'importanza della  comunicazione interpersonale rispetto al vissuto mentale dell'animale razionale non è quello di fornire uno strumento per per far sì che l'Animale Razionale dia agli altri Animali Razionali quello che nella sua mente già ha (cioè le cosiddette sue Idee), ma è quello di permettere che l'animale razionale colleghi (unisca)  (qui ho difficoltà a capire ).... l'indistinto mentale... l'onirico marasma delle immagini sensibili , della memoria sensitiva aristotelico-tomista (cioè la persistenza delle passate esperienze di “virtus aestimativa” verso beni e mali particolari), … lo unisca all'azione corporea (sensi esterni e facoltà motrice) presente, e – in tale modo – si formi una qualcosa da dare agli altri animali razionali, un qualcosa che si forma ora e non c'era 'già prima'...”.]

ñ      La natura arbitraria del segno spiega perchè la socialità da sola può creare un sistema linguistico: le parole sono valori di scambio e l'individuo da solo è incapace di fissare un singolo valore di scambio

ñ      vediamo che i valori delle  parole non provengono da “Idee” preesistenti, ma dal sistema linguistico, cioè dal rapporto con tutte le altre parole. Esse non sono relazionate ai ”concetti” se non in quanto i “concetti” sono formati e definiti (e non indefiniti ed informi)  non dal loro contenuto positivo, ma negativamente dalle relazioni con gli altri termini, la loro principale caratteristica è di essere ciò che non sono gli altri !

…...* ….................................. * ….....

 

 

ñ      forse: una analisi fenomenologica della attuale scomparsa del congiuntivo in Italia: la mente interpersonale forse sta obliterando la idea del dubbio e della ipotesi, della  incertezza..

 

Mondo Tre

 

Sir Karl Raymund Popper (n. 1902 in Austria – m. 1994 a Londra), è il maggiore epistemologo del XX secolo: da La logica della scoperta scientifica (1936) in poi con molte opere fondò il “falsificazionismo” e il “razionalismo critico”, andando contro il neo-positivismo logico di Wittgenstein  e del Circolo di Vienna. Per sfuggire al Nazismo scappò prima in Inghilterra e poi in Nuova Zelanda, dove scrisse il suo fondamentale libro sul liberalismo filosofico : La società aperta e i suoi nemici (1942-1944). 

Peter Skagestad, Making Sense of History (Univeristetsforlaget, Oslo, 1975, p. 57)

 

ñ      Gottlob F. L. Frege riteneva che la Idea  deve esser distinta sia da ciò di cui è la Idea – che Frege chiama “referente” - sia dalla soggettiva attività di pensiero di un individuo umano che pensa quel concetto. Per Frege questa seconda distinzione è non-problematica, perchè a lui sembra ovvia la natura pubblica delle Idee, nella sua differenza dalla natura privata della attività di pensiero (intesa come “combinazione” di Idee): infatti lui scrive che è innegabile che la Umanità abbia un magazzino di Idee che è trasmesso da una generazione all'altra. Invece per Frege è problematica la distinzione tra una Idea e il suo referente (cioè la cosiddetta Cosa). Questo schema a tre uscite (fondamentale per la logica e per la linguistica del XX sec.) è un  contributo originale di Frege, al quale si ispirò poi Karl R. Popper per la sua teoria dei Tre Mondi.

 

 

K. R Popper, Objective Knowledge (1972)

 

ñ      i tre Mondi: Mondo 1 (gli oggetti fisici), Mondo 2 (gli stati mentali soggettivi delle singole persone, sentimenti, ricordi, pensiero pensante), Mondo 3 (le idee, cioè i pensieri pensati, patrimonio comune comunicabile interpersonalmente)

ñ      per vedere la autonomia di Mondo 3 propongo due esperimenti mentali (pp. 151-2)

ñ      critica a Platone: egli scoprì il Mondo 3 e la sua influenza sulle nostre menti umane, ma per lui esso era “divino” cioè: A. mai generato, B. immutabile, C. vero. Invece per Popper esso è: A. fatto dall'uomo, B. mutevole, C. contiene non solo teorie vere ma anche teorie false

ñ       il Mondo 3 non solo è non-padroneggiabile da un singolo uomo, ma anche da tutta la umanità, come mostra l'esistenza di problemi insolubili (p. 217) [e questa - aggiungo io -  è una bella differenza tra il Mondo 3 di Popper e lo Spirito Assoluto di Hegel!]

ñ      il confronto col re-enactment di Robin G. Collingwood: questi ha ragione a dire che per  capire un autore del passato si deve ricostruire la situazione problematica affrontata dalla sua mente. Ma ha torto a richiedere che si ripercorrano gli atti mentali individuali e soggettivi di quella persona, sia perchè è spesso impossibile sia perchè è sempre inutile. (pp. 244-245)

 

 

K R Popper, Unended quest (1974)

ñ       

ñ      il Mondo 1 e il Mondo 2 possono interagire , e così anche il Mondo 2 e il Mondo 3; ma il Mondo 1 e il Mondo 3 non possono interagire direttamente senza la mediazione del Mondo 2.

ñ      collegato alla sua relativa autonomia è la sua relativa atemporalità: le relazioni del teorema di Pitagora, per es. sono vere quando le stabilì Pitagora e sono vere ora come sempre erano vere anche prima

ñ      ma Popper diversamente da Platone penso che il Mondo 3 sia il prodotto della Mente Umana, la quale crea i suoi oggetti, e questi oggetti hanno delle leggi interne ed autonome che creano delle non intese e non previste conseguenze … e questa è solo un caso della più generale regola, che tutte le nostre azioni hanno delle conseguenze...

ñ      ci sono due tipi di valori : 1) quelli creati dalla vita, da problemi inconsci; 2) e valori cercati dalla mente umana, sulla base di previe soluzioni, nel tentativo di risolvere dei problemi che possono - più o meno -  esser capiti. Ecco perchè per Popper i valori sono dei “fatti”, fatti del Mondo 3 perchè creati dalla mente umana, e non del Mondo 1.

ñ      ma il nucleo più intimo di Mondo 3 è fatto dai problemi teorici, dalle  teorie, e dalle loro discussioni critiche . E un valore domina questo nucleo: il valore della “verità oggettiva” e della sua “crescita”. Ci sono anche altri valori nel Mondo 3, ma questo è il più importante: infatti per qualsiasi altro valore sorge questa domanda: “è vero che X è un valore?”

ñ      Ma il Mondo 3 include anche i miti, le arti, le tradizioni (p. 228)... un difetto di tanta filosofia contemporanea è di non capire che  questi Enti -  benché  siano prodotti della nostra mente, e sebbene  poggino su delle esperienze soggettive - essi hanno anche un lato oggettivo. Una maniera di vivere può essere incompatibile con un'altra maniera di vivere proprio come una teoria è logicamente  incompatibile con un'altra teoria: e queste incompatibilità esistono oggettivamente, anche se ne siamo inconsapevoli!

ñ      Senza il Mondo 3 le nostre menti non possono esistere! Esse sono ancorate al Mondo 3. Noi dobbiamo alla interazione col Mondo 3 la nostra stessa razionalità.

 

 

K. R. Popper, The Self and its Brain (1977)

 

 

ñ      Vi sono oggetti di Mondo 3 incorporei cioè non incarnati in libri, dischi etc, né esistenti come ricordi o intenzioni di Mondo 2 ? Sì! Per esempio la serie dei numeri primi esiste incorporea anche prima della sua scoperta da parte della mente umana.

ñ      Sembra che Platone per primo abbia distinto i tre Mondi (p. 60)  però Popper diversamente da Platone pensa che noi comprendiamo gli oggetti di Mondo 3 producendoli o ri-producendoli e non “contemplandoli” (p 62)

ñ      gli oggetti di Mondo 3 hanno effetti su quelli di Mondo 1 solo grazie alla attività mentale umana, al loro essere “afferrati”, e questo è un processo di Mondo 2. Dobbiamo ammettere – anche se questo è sgradito al Materialismo – che gli oggetti di Mondo 3 e di Mondo 2 esistono!

ñ      Il Mondo 2 è attivo nel selezionare gli oggetti di Mondo 1 così come quelli di Mondo 3 . Esso non è un recipiente passivo, ma è attivo, proprio come pensava Kant.

ñ      L'uomo costruisce oggetti fisici ma nessuno, neanche il bastone, è predeterminato geneticamente... l'unico ad esserlo è il linguaggio o meglio la capacità linguistica. Anche se esistono i parlanti questo o quel linguaggio, il bisogno di linguaggio è più importante! È un bisogno impellente, vedi il  caso di Helen Keller (p. 67)

ñ      ogni bambino si impadronisce di una lingua compiendo una gran mole di lavoro con una impresa intellettuale tremenda. E il bambino è, in parte, il prodotto della sua impresa, è in qualche modo un prodotto di Mondo 3.

ñ      Popper ritiene erronea la concezione per cui le nostre percezioni ci vengano “date”: esse invece sono “fatte” dal nostro lavoro attivo. Lo stesso “cogito ergo sum” di Cartesio presuppone il linguaggio e la capacità di usare il pronome.

ñ      Le nostre personalità, i nostri Io sono ancorate a tutti e tre i mondi ma specialmente al Mondo 3.

ñ      Come otteniamo la auto-coscienza? Non per auto-osservazione. Una coscienza di sé comincia a svilupparsi attraverso la mediazione delle  altre persone. Nello stesso modo in cui impariamo a vedere noi stessi in uno specchio, così il bambino diventa cosciente di sé stesso riflettendosi nella coscienza che di lui hanno le altre persone.... Il bambino comincia a conoscere il suo ambiente ma l'ambiente principale per lui sono le Persone e mediante loro egli comincia a diventare una Persona.

ñ      Secondo Popper questa è la serie cronologica di esperienze conoscitive del bambino: prima la categoria delle persone, poi la distinzione tra persone e cose, poi la scoperta del proprio corpo, infine la consapevolezza del proprio Io.

ñ      Noi facciamo atti di routine in maniera inconscia. Solo gli atti di confronto con situazioni nuove impongono e creano la coscienza.. essa è necessaria per selezionare criticamente le teorie che servono a risolvere il nuovo problema.

ñ      È solo formulando nel linguaggio le nostre aspettative e le nostre congetture, che esse possono diventare oggetti di analisi

ñ      noi dobbiamo il nostro status di Io al linguaggio, e quindi alle altre persone. Si può dire così: come esseri umani siamo tutti prodotti di Mondo 3, il quale  - a sua volta – è il prodotto di innumerevoli menti umane. Nella misura in cui siano il prodotti di altre menti e delle nostre stesse menti, possiamo dire che noi stessi apparteniamo a Mondo 3.(p. 179) 

 

Herbert McCabe

e i livelli di Integrazione del Significato

 

 

“Il segno linguistico coi suoi due aspetti inseparabili (significante e significato)  è stato spesso paragonato alla persona umana, fatta di 'anima' e di 'corpo'.”

Ferdinand De Saussure

 

“La razionalità non è altro che una speciale maniera di essere in un gruppo.”

Herbert McCabe

 

Herbert McCabe (nato nel 1926 - morto nel 2001) era un domenicano che ha vissuto in Inghilterra, a Oxford, insegnando e scrivendo.  In vita ha pubblicato pochi libri; altri sono stati pubblicati postumi dai suoi amici. Nessuno è tradotto in italiano. È stato definito “one of the outstanding intellectuals of the post-war period” e “a thinker of astonishing originality” sia nel campo della teologia sia in quello della filosofia. Concordo.

 

 

Le Facoltà dell'Animale Umano

  • FWR: noi abbiamo le sensazioni a causa della conformazione materiale del nostro sistema nervoso; invece non concepiamo i significati delle parole a causa della materialità dei loro suoni, ma a causa dell'uso che ne facciamo nell'attività comunicativa interpersonale, quella attività che sta nel cuore della umana società

  • OA: ciò significa che l'animale umano ha una attività vitale che non consiste nella animazione del suo corpo animale, come invece non hanno le “anime” degli altri animali non-linguistici

  • GM: “significato” non vuol dire necessariamente “stare per qualcosa d'altro”. Dire che un qualcosa è un segno – cioè ha un significato – non implica solamente che questa cosa “sta al posto di” qualcosa di altro. Avere un “significato” vuol dire avere un ruolo nelle faccende della vita. Inoltre quando parliamo di “comunicazione” non vogliamo parlare solamente di un “trasferire” messaggi da un posto all'altro. La comunicazione è la condivisione di un comune mondo di significati, e il trasferimento dei messaggi è solo una piccola parte di essa. Inoltre voglio sottolineare l'importanza fondamentale del corpo in qualsiasi comunicazione. Il corpo umano è umano perchè è la “base” di qualsiasi comunicazione umana. Se il corpo fosse solo un “mezzo” di comunicazione, allora bisognerebbe che esso fosse usato da un altro corpo, e questa è appunto una popolare teoria della “anima”, la quale sarebbe una sorta di corpo tenue ed invisibile che  vivrebbe all'interno del corpo visibile e lo userebbe. In realtà non esiste  comunicazione che non sia corporea...

  • GM: il telefono come apparecchio è una parte del mondo attorno a te, puoi spolverarlo etc. Ma quando lo usi per la sua funzione propria ecco che diventa un mezzo di comunicazione verso un'altra persona. Se funziona così esso sparisce come oggetto del mondo attorno a te, e tu non vedi te stesso parlare al telefono. Esso non è un tuo oggetto ma è la maniera con cui stai col tuo oggetto e cioè un'altra persona. Invece col tuo corpo è l'inverso: il telefono per la maggior parte del tempo è un oggetto attorno a te e solo a momenti diventa un medium per comunicare con il mondo; invece il tuo corpo per la maggior parte del tempo è un medium per comunicare col mondo e solo a momenti può diventare un oggetto attorno a te (per pulirlo, medicarlo etc). La maniera ordinaria in cui sei conscio del tuo corpo è la maniera in cui attraverso di esso ti relazioni ad altri oggetti del mondo. Il tuo corpo è il tuo principale  mezzo di comunicazione ed è anche la base degli altri mezzi di comunicazione. Telefoni, libri e satelliti sono mezzi di comunicazione solo perchè sono usati da corpi umani. Invece NULLA usa il corpo (a meno che intendiamo così quando una parte di esso cioè l'organo è usata dall'intero cioè dall'organismo). È per il fatto di essere base primaria della comunicazione che il corpo è vivo, cioè ha una “anima” (principio organizzatore di atti viventi). E poiché questo corpo umano comunica anche attraverso segni convenzionali che non ha ereditato meccanicamente come il DNA ma che  ha prodotto creativamente, ecco che diciamo che esso ha una “anima” umana.

  • OA: la “imaginatio” è una facoltà sensitiva e una operazione del cervello. È un mito di oggi che il cervello sia in qualche maniera lo “organo” del pensiero. Io penso – come Aristotele e Tommaso d'Aquino – che non esista e non possa esistere un “organo” corporeo del pensiero. Il cervello – invece – è , tra le altre cose, anche l'organo dei sensi interni (senso comune, imaginatio, memoria sensitiva, virtus aestimativa), è il centro di una rete di nervi che è la struttura del nostro sistema nervoso che dà significanza  ed attualità alle sensazioni corporee. Con le parole “significanza e attualità” voglio dire che la sensazione è solo una parte delle operazioni del sistema nervoso (ciò vuol dire “significanza”), e che il sistema nervoso nel suo complesso permette in realtà che le sensazioni ci siano, accadano (e questo intendo per “attualità”). E nelle forme più complesse di vita animale (come i mammiferi) il cervello è il centro di questa struttura corporea chiamata “sistema nervoso”.. Il cervello non può essere la sede dell'intelletto (del capire, della conoscenza concettuale) perchè i significati non possono esser cose materiali, individuali, privati – diversamente dai cervelli e dalle loro operazioni – ma appartengono al linguaggio. Ed essi non esistono nel linguaggio nella maniera in cui i suoni speciali delle parole o le forme delle lettere esistono nel linguaggio come parti di ciò che esso è materialmente; i significati (le Idee) esistono nel linguaggio per ciò che esso “esprime interpersonalmente” (comunica).

  • OA: i significati delle parole non possono essere “privati” nella maniera in cui sono mia personale proprietà le sensazioni e i sentimenti miei. È vero che – siccome apparteniamo alla stessa specie biologica  e quindi abbiamo più o meno la stessa anatomia corporea – è verosimile che le tue sensazioni siano somiglianti a quelle che ho io in situazioni simili. Ma tu NON puoi avere le mie sensazioni; puoi avere solo le tue, che sono tua proprietà privata. È molto diverso per i significati del linguaggio. Essi non sono mia proprietà né tua proprietà: non appartengono all'individuo, ma al linguaggio.. Il linguaggio dipende da ciò che trascende la individualità, in maniera tale che ciascuno di noi condivide esattamente lo stesso significato dei segni che usiamo (a meno che – ovviamente – li usiamo scorrettamente , ma la correzione delle scorrettezze è un qualcosa che può essere dibattuto pubblicamente tra noi e non ha niente a che fare con un “significato segreto e privato nella tua testa”)

  • GL: nessun altra persona può avere le mie sensazioni; e invece tutte le persone possono avere i miei pensieri. Se esse non potessero quelli non sarebbero pensieri. Cosa distingue le fantasie privare dai pensieri? Possiamo fare un test: i miei pensieri sono realmente pensieri solo se possono essere condivisi con altre persone. L'uso del linguaggio è ciò che ci libera dall'imprigionamento e dall'isolamento. Usando il vecchio gergo medievale, è la cosiddetta nostra parte “immateriale”. Il tipo più alto di auto-mobilità, di spontaneità che autenticamente è originante da sé, è la auto-trascendenza, è il transcendere la propria soggettività. E  questo è ciò in cui consiste il linguaggio.

  • GL: supporre che ci possa esser un invisibile monologo interno senza che mai ci sia un un dialogo esterno, è tanto impossibile in un leopardo che in un uomo. È vero che nel caso umano possiamo avere a volte dei pensieri che non esprimiamo esternamente, ma questo può accadere solamente perchè in altri e più frequenti momenti noi abbiamo pensieri che esprimiamo esternamente. La musica consiste in parte di pause o silenzi, me se fosse fatta solo di essi non esisterebbe. [mia riflessione sul pensiero silenzioso: .. tante parole non ci appaiono come immagini sonore perchè sono in background come tante altre conoscenze della nostra vita (guidare una auto per es.) ma se le parole sono nuove, inusitate per es. “euforia” visualizziamo le immagini sonora e visiva del significante materiale e dunque vediamo come il significato (pensiero) sia legato al significante (linguaggio)]

  • GL: il linguaggio è il “sistema nervoso” della comunità umana. Come la struttura del sistema nervoso corporeo è il “luogo” delle esperienze sensitive, così il linguaggio è il “luogo” delle idee. La differenza vitale tra i due sistemi è che, sebbene noi umani biologicamente nasciamo con una predisposizione genetica a imparare un linguaggio, però nessuno di noi nasce conoscendo l'Inglese o il Francese.

  • OA: Le nostre esperienze sensibili (che condividiamo per esempio coi mammiferi più evoluti) immagazzinate nella nostra imaginatio, sono, nel caso di noi esseri umani, illuminate dalla mente creativa: questo nella mia terminologia significa che noi creiamo il linguaggio, le parole per comunicare tra  noi la nostra privata esperienza sensibile: noi umani “assumiamo” questa nel linguaggio.

 

 

I Livelli di Integrazione tra gli Enti

  • FWR: la società umana è una struttura in cui le parti sono legate all'intero in maniera diversa da: 1) le parti di una macchina alla macchina, 2) gli organi all'organismo di un individuo vivente; 3) l'individuo vivente ai progenitori della sua specie biologica e ai progenitori della  altre specie precedenti nella evoluzione biologica. Sembra chiaro, invece,  che noi uomini 4) creiamo storicamente la maniera con cui ci relazioniamo interpersonalmente, cioè come persone individuali alle altre persone e alla umanità.

[mia riflessione:

- 4) è diverso da 1) perchè in 1) le parti sono indipendenti, e la macchina è solo un aggregato con una finalità data dall'esterno.

- 4) è diverso da 2) perchè in 2) le parti servono funzionalmente il tutto con scopi già assegnati e immutabili, e non lo trasformano (non cambiano il “progetto” complessivo, cioè il DNA), mentre in 4) esse cambiano da sé gli scopi della loro funzione verso il tutto e inoltre lo trasformano (cambiano il “progetto” complessivo, e cioè i valori morali e culturali comuni. 

- 4) è diverso da 3) perchè in 3) quelle parti che sono i progenitori (fossili) sono il “documento esterno (uso una espressione crociana che devo spiegare) sia del positivo sia del negativo, mentre quelle parti che sono gli individui attuali hanno i sé il documento interno solo del positivo; invece in 4) il documento interno è sia del positivo sia del negativo. Inoltre in 3) quelle parti che sono gli altri individui viventi attualmente nell'ecosistema sono agenti con funzioni predeterminate ed immutabili; invece in 4) quelle parti che sono gli altri individui  viventi attualmente nell'ecosistema sono agenti con funzioni non predeterminate e in continuo mutamento. ]

  • GL: Con gli organismi viventi cominciamo a vedere la emergenza del “significato”. Cosa è il “significato”? È la relazione di una parte alla struttura intera di cui essa è essenzialmente una  parte. Gli organi di un organismo vivente esistono a causa della funzione che hanno per l'intero organismo (diversamente dalle parti di una macchina che esistono indipendentemente, che non sono essenzialmente parti dell'intero): questo è il loro “significato” e  per questo percepiamo la differenza tra un organismo vivente e una macchina. Possiamo descrivere la morfologia di un organo,  ma più fondamentalmente possiamo descriverne la fisiologia e cioè il suo significato, la sua rilevanza verso la struttura intera dell'organismo. È l'intero (gli aristotelici lo chiamano la “sostanza”) che opera, per esempio vede : non è l'occhio che vede, né è il cervello che vede.

  • LLL: l'Umanità in primo luogo è una comunità biologica interfertile che si propaga con la sessualità e in cui per esser un individuo umano  hai bisogno di legami genetici con gli altri. In secondo luogo essa è una comunità linguistica  in cui per esser un individuo umano  hai bisogno di comunicare con segni convenzionali con gli altri. Sono due dunque le vie di comunicazione tra gli individui umani, e se si volesse considerane una sola non saremmo sicuri se stiamo parlando proprio di esseri umani.

  • GL: una comunità linguistica è un tipo speciale di raggruppamento in un senso molto radicale, perchè cambia il significato della parola “raggruppamento”. Sono cambiate le nozioni di “parte” e di “intero”. Una persona non è una parte della società come un carburatore lo è della automobile. L'Individualismo è popolare a causa di questo fraintendimento (per cui una persona viene vista come un ingranaggio di una macchina) e esso è una reazione a tale idea. La visione opposta all'Individualismo è il Totalitarismo, che invece ambisce a una fusione tra le persone e al dismettere la responsabilità individuale a pro della chiesa, del partito, dello stato. Sia l'Individualismo sia il Totalitarismo dipendono dallo stesso errore sul rapporto tra la persona e la comunità. Essi entrambi infatti vedono la relazione tra la parte e il tutto in una maniera pre-linguistica, come se la comunità e la persona fossero non-razionali. Invece in una comunità linguistica (razionale) ciò che la Parte riceve dall'Intero – e cioè il linguaggio e la razionalità, quei mezzi che le permettono di rappresentare sé a sé stessa – è precisamente ciò che dà alla parte (la persona) il suo speciale tipo umano di  “individualità”.

  • GL: così la tensione specifica nella comunità linguistica non può essere capita coi modelli della macchina o dell'organismo biologico. In un organismo animale le parti sono organi cioè strumenti, sono vive assieme all'organismo, occhio e cervello del cane hanno operazioni distinte dal naso e dal cervello del cane, ma entrambi gli organi sono il veder e l'annusare dl cane come intero. L'occhio non vede e il naso non annusa: solo il cane vede e annusa. Questo significa che quel cane è vivo., questo è quel che Aristotele e Tommaso intendono dicendo che l'animale ha una anima.. Questo modello biologico, anche se insufficiente, è però utile per capire la comunità linguistica. Anche qui la parte (la persona) ha una operazione che è assieme la operazione dell'intero. Questa operazione è la creazione di “significati” (concetti, idee), che avviene con l'uso di cose materiali come i suoni, producendo i segni, la parole. Quando io come individuo faccio questa operazione cesso di operare solo come quell'individuo che sono io. Entro nel linguaggio... Una mia affermazione non è solo un pezzo ella mia biografia, ma mi trascende, ha una oggettività. In generale nella frase “io penso che etc etc” la parte “io penso” può esser tralasciata senza perdite.

 

 

Riflessioni sulla Eredità dell'Aristotelismo

  • OA: questo trascendere la individualità è quello che, nel linguaggio medievale di Tommaso d'Aquino, è l'essere “immateriale”, qualità che egli attribuisce allo “intelletto”

  • FWR: Tommaso ritiene uno dei maggiori guadagni della filosofia greca antica di avere distinto l'intelletto dalla immaginazione: io penso che ciò che lui chiama “imaginatio” sia ciò che i filosofi moderni dopo Cartesio chiamano “coscienza”. L'intelletto non è una operazione di organi corporei, anche se non può esistere senza le operazioni di organi corporei (e questo spiega perchè le lesioni cerebrali ostacolino atti del pensiero)

  • OA: Tommaso vuol dunque dire due cose su intelletto e i sensi interni: 1) che essi sono tra loro del tutto distinti, e infatti pensa che la grande acquisizione di Aristotele sia avere chiarito tale distinzione ; 2) ma pensa anche che essi sono inseparabili.
    Io penso qualcosa di diverso da lui su questo secondo punto. Io sono un uomo del XX secolo e penso che la inseparabilità tra pensiero e linguaggio parta  dal linguaggio, mentre lui, uomo del XIII secolo, pensa che partisse  dal pensiero. Per lui è chiaro che ogni pensiero può esser espresso nel linguaggio; ma non diceva invece che il pensiero deve essere espresso dal linguaggio, cioè deve esser un significato espresso da qualche simbolo corporeo, in quanto il pensiero non è altro che la capacità di usare il linguaggio. O – per dirla con alte parole – noi del XX secolo analizziamo la conoscenza intellettuale e il pensiero in termini di comunicazione umana, mentre Tommaso analizzava la comunicazione umana in termini di conoscenza intellettuale e di pensiero.

  • OA: io chiamo “mente recettiva” l'aristotelico intellectus possibilis,  e chiamo “mente creativa” lo intellectus agens . Il nostro avere una mente recettiva non è altro che il nostro essere animali linguistici, il nostro avere una capacità per il linguaggio e dunque per il pensiero. La mente creativa – invece – è la nostra attiva azione di fare un particolare linguaggio, di stabilire per convenzione le regole di uso di certi suoni per comunicare ad altre persone i nostri scopi (significati).

  • GL:  quando creo significati (concetti, idee) cioè usando il linguaggio, la comunicazione, io mi comporto in una maniera tale che non sono semplicemente un individuo. Questo è ciò che Tommaso intendeva dicendo che l'intelletto è “incorporeo” (per lui la materialità è legata alla individualità). Averroè prese molto seriamente questo punto: egli riteneva che non esiste un intelletto individuale. Per lui c'è solo un intelletto (noi potremmo dire: un linguaggio). Per Averroè  ciò che è particolare e proprio di ciascuno di noi come individui non è il nostro comprendere, il nostro conoscere, il nostro intelletto, che è comunitario, ma sono le imagines che formiamo nel mentre pensiamo, queste sono materiali e private. Tommaso scrisse contro di lui un trattato che è un classico del pensiero occidentale: De Unitate Intellectus contra Averroistas, in cui sostiene che certamente nei suoi pensieri un individuo trascende la sua individualità, ma – e io concordo con Tommaso – i pensieri di quell'individuo sono ancora i suoi pensieri e non quelli di un altro individuo. Mi sembra – seguendo Tommaso – che Averroè sia come uno degli strutturalisti nostri contemporanei per i quali i pensieri sono in un Linguaggio che parla attraverso gli Individui, e per i quali la letteratura è il prodotto non di un genio individuale ma della cultura e del linguaggio stessi. Se Tommaso stesse scrivendo oggi, penso che sarebbe impegnato nella critica letteraria, cercando di seguire una via mediana tra la vecchia nozione romantica del Genio individuale (con la “intenzione dell'Autore”) e la scomparsa dell'individuo che fa lo strutturalismo.

  • GL: Per Tommaso lo “spirituale” è il “comune”. Esso è “immateriale”, mentre la materialità è la individualità, la privatezza, la soggettività, l'isolamento.  Questo pone Tommaso dalla parte opposta rispetto a Cartesio il quale pensava che lo “spirituale” è il “privato” (un qualcosa che riguarda la mia coscienza soggettiva) e pensava che il “materiale”, il “corporeo” fosse il “pubblico”. Per Cartesio noi raggiungiamo il nostro autentico “io spirituale” ritirandoci dalla sfera pubblica esterna. Non così per Tommaso. È vero che Tommaso frequentemente usa la metafora di “interno” contro quella di “esterno” quando parla delle attività “spirituali” ed “immateriali”. Era infatti una metafora che egli aveva ereditato da Agostino. Ma mai Tommaso parla della “spiritualità” come “soggettività” o “privatezza”. I miei pensieri sono realmente i miei pensieri, egli insiste contro Averroè: ma essi non sono, e non possono essere, i miei pensieri privati (eccetto che nel senso triviale per cui non sempre sono costretto a parlare o a leggere ad alta voce). Per Tommaso io posso usare il comune e pubblico  linguaggio -  in cui i miei pensieri sono formulati -  sia per parlare silenziosamente a me stesso sia per parlare vocalmente ad altre persone.

 

 

 

Riflessioni sull'Eredità della Linguistica

  • OA: avrete forse notato che dire che l'intelligenza non è una operazione del cervello – cioè non sia una imaginatio – ma che però debba essere sempre accompagnata da imagines, non è diverso dal dire che che il significato di una parola non è una proprietà fisica della parola – come invece lo sono il suono e la lunghezza – ma che,, nondimeno, il significato ha bisogno di una qualche parole dotata di suono e lunghezza per essere sé stesso, cioè il significato di quella parola.. Cioè: parliamo dello stesso problema quando lo vediamo in termini di un materiale ed individuale cervello e le sue relazioni col concetto-idea, o quando lo vediamo in termini di una  materiale ed individuale parola e le sue relazioni col suo significato. Anche se in realtà non sto spiegando nulla di nuovo. È solo una teoria che io in primo luogo  debba avere un cervello fisico, ed è una altra teoria che esso  sia in qualche modo collegato al pensiero (gli scrittori biblici pensavano invece che gli attributi da noi dati al cervello li avesse il cuore). Però il vantaggio di cominciare dal linguaggio è questo: che non è una teoria che io usi le parole per comunicare: è un fatto osservabile! E non è una teoria ma è un fatto osservabile che il valore delle parole nella comunicazione sia dovuto alla sola convenzione e non alla loro costituzione materiale; e le parole sono fatti molto più accessibile ed ovvi di quanto siamo i “fenomeni” che accadono dentro il mio cranio.

  • OA: nessuno ha fornito una soddisfacente spiegazione dell'origine del linguaggio; moltissimo invece è stato scritto sulle sue trasformazioni nel tempo... E in ogni caso tali trasformazioni sono secondo la “storia” e non secondo la “evoluzione” (darwiniana) . Infatti non si può affermare che la invenzione del linguaggio in un individuo desse un “vantaggio evolutivo” rispetto agli individui che non lo avevano ancora inventato.. non è possibile infatti pensare che sia potuto esistere un individui che usasse il linguaggio prima che esistesse una comunità che lo già usava.

  • GM: non diciamo che un segno linguistico  funziona a due livelli perchè oltre ad esser un ente fisico esso ha anche un significato. Piuttosto diciamo che un segno ha un significato perchè funziona a due livelli. Questo è ciò che è la “significatività”. Non esiste di per sé stesso “un significato”: esiste solo il significato di questo segno.. la  capacità di significazione di questo segno, cioè la particolare maniera con cui questa cosa materiale che è questo segno “punta al di là si sé stesso”. Noi siamo costantemente tentati di pensare ai significati (alle Idee) come se essi esistessero per sé stessi in una dimensione a parte rispetto ai segni.... Come se i significati (o Idee) fossero “al di là” del segno “che punta al di là”... Come se - per esempio - fossero “concetti dentro la mia mente”,  pronti ad esser attaccati a segni che li “veicolassero”.
    Invece non esistono affatto le Idee in Sé Stesse: né in un “iperuranio” platonico, né nella “mente” di un uomo. Le uniche cose che esistono sono: 1)  le persone, 2) la maniera con cui le persone sono presenti le une alle altre, 3) i segni coi quali esse stabiliscono tale presenza, 4) i Significati di questi segni, cioè il ruolo che ciascun segno ha nello stabilire questa forma di reciproca presenza tra le persone. Perciò la parola “concetto” dovrebbe essere tradotta con “come questo segno gioca il suo ruolo nel linguaggio”; e la espressione “avere in mente” dovrebbe essere tradotta con “esser capace di esser presente alle altre persone nel linguaggio, non solo per prossimità fisica”.

  • GL: analogamente il significato di una parola è il ruolo che essa gioca nella intera struttura del linguaggio: chiedere il significato di una parola è lo stesso che chiedere quale siano le sue relazioni con le altre parole.

  • GL: il fatto che i significati (le idee) diversamente dalle  sensazioni e dalle imagines non siano proprietà privata di nessuno, significa che quando io e te condividiamo uno stesso linguaggio, tu non hai un significato per una parola che è simile a quello che ho io (proprio come invece le tue  sensazioni potrebbero esser simili alle mie), ma tu hai la identica idea che ho io. Se noi avessimo idee diverse e fossimo in contrasto oppure avessimo la stessa idea e ci stessimo fraintendendo, questo diverrebbe presto evidente e potrebbe facilmente essere corretto.

 

 

Riflessioni sul Problema Politico

  • GL: un argomento centrale è questo: non è la società ad esser il prodotto degli individui, ma sono gli individui ad esserlo della società. C'è almeno una società  famigliare affinché l'individuo nasca, sopravviva e sia allevato umanamente... La teoria del “contratto sociale” del XVII /XVIII secolo suppone – erroneamente – che gli individui potrebbero associarsi per mutuo sostegno e protezione, ma essa  è incoerente perchè suppone che tali individui siano già in possesso di ciò che solo una società umana può dare loro: linguaggio, contrattazione, accordo, etc.. L'emergenza di homo sapiens non può essere stata la evoluzione di individui stranamente talentuosi; deve invece essere stata la evoluzione di nuove forme di raggruppamento animale.. Gruppi animali nuovi in cui si diffondono  abitudini di uso di segni convenzionali invece che di segnali innati. Con l'emergere del linguaggio cominciammo ad esser razionali. La razionalità non è altro che una speciale maniera di essere in un gruppo. È a causa dell'esistenza  di una comunità linguistica che esistono individui razionali o “persone”.

  • GL: per un animale umano avere una “mente” è appartenere in una maniera particolare, in una maniera linguistica, agli altri animali umani. La storia di ciascuna vita animale  è una storia di vita condivisa e ciò che caratterizza l'animale umano è che egli condivide di più rispetto agli altri animali.

  • FWR: mentre la sensazione è determinata dal mondo attorno all'individuo, non lo è così la parola: infatti posso parlare (pensare) del mondo in un indefinito numero di maniere .. qui risiede la nostra libertà...noi siamo liberi perchè non solo sperimentiamo il mondo sensitivamente ma anche concettualizzandolo , e possiamo concettualizzarlo perchè abbiamo un linguaggio,  e cioè perchè abbiamo una comunicazione interpersonale... Il fatto che gli esseri umani comunichino principalmente col linguaggio e il fatto che essi vivano assieme in una unità politica, sono due facce della stessa unica verità, come già vide Aristotele...

  • GM: il “corpo” che comunica non è solamente il corpo con il quale siamo nati, ma è il corpo esteso attraverso il linguaggio che esso ha creato ed appreso. Ne consegue che noi abbiamo il compito di diventare umani. L'umanità nella sua completezza non è un qualcosa che abbiamo già ricevuto, ma è qualcosa che anche siamo chiamati ad acquisire. E, poiché l'acquisizione della umanità significa l'arrivare a un adeguato modo  di comunicazione con gli altri esseri umani, essa non è solo una acquisizione individuale, ma è il problema di come stabilire un certo tipo di società tra gli uomini. Non è solo una questione di Biografia personale, ma anche di Storia interpersonale. La Storia dell'uomo verso l'acquisizione della umanità non è una storia di miglioramenti ma è una storia di Rivoluzioni. Cioè: gli uomini stabiliscono della modalità di comunicazione meno che umane, le quali hanno in sé in vari gradi di non-comunicazione, ed essi si “siedono” in tali modalità, nella routine, nei pregiudizi e nelle esclusioni di stranieri, schiavi, donne, malati, “diversi”, etc... Questo “sedersi” lo possiamo chiamare Idolatria (gli Idoli sono Senza Vita: “hanno occhi ma non vedono, hanno orecchi ma non odono..”). Il Principio Vivente è invece quello che continuamente chiama le persone “fuori dalla propria terra”, le chiama a (dolorosamente) abbandonarla... a camminare verso un Ignoto Futuro... le chiama, le convoca - in effetti - per un cambiamento Rivoluzionario...

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA E LEGENDA

 

10)    Herbert McCabe, On Aquinas, Continuum Books, London,  2008 (OA)

11)    Herbert McCabe, God Matters, Continuum Books, London, 1987 (GM)

12)    Herbert McCabe, The Good Life, Continuum Books, London, 2005 (GL)

13)    Herbert McCabe, Law, Love, Language, Continuum Books, London, 2003 (LLL)

14)    Herbert McCabe, Faith within Reason, Continuum Books, London, 2003 (FWR)

 

 

 


Conclusioni

 

 

Una interpretazione della Storia della Filosofia: la “noosfera” non-divina, ma umana

15)   L'esistenza di una “Noosfera” (uso l'espressione di Teilhard de Chardin, vedi appendice A) non significa affatto che essa sia qualcosa di più del pensiero umano, per quanto interpersonale. Non è qualcosa di “divino”, essa non è come lo “Iperuranio” di Platone, dallo “intelletto Agente” di Alessandro e Averroè, dallo “Spirito Assoluto” di Hegel... Perché? Un primo motivo è questo : perché la “Noosfera” (come la “Langue” di De Saussure, come il “Superio” di Freud, come il “Mondo Tre” di Popper) contiene le teorie vere ma anche quelle false, le idee giuste ma anche quelle perverse...

16)   Un secondo motivo  è questo: come dimostra convincentemente De Saussure riguardo la evoluzione linguistica, e Popper riguardo il progresso scientifico, e Croce nella sua critica alla filosofia della storia di Hegel, la Mente Interpersonale evolve in direzioni e con esiti da essa stessa non previsti, essa è sempre incompleta, ha sempre bisogni, ed evolve sempre, sì …. ma verso l'Ignoto... De Saussure ha sottolineato la inconsapevolezza del Cambiamento, Croce e Popper hanno invece radicalmente distinto il “progetto” (che pur c'è nella Mente Interpersonale) dalla “previsione” (che ritengono non solo assente di fatto,  ma anche impossibile logicamente)

17)   se la comunicazione c'è sempre, però bisogna vedere se e quanto essa sia distorta... Come spiegava Freud in Psicologia delle masse e analisi dell'Io... e come possiamo leggere nelle realistiche e durissime narrazioni di Manzoni sui comportamenti della  “mente collettiva” durante la Peste a Milano (specialmente la resa del medico Tadino!: vedi Appendice C).... e come potremmo osservare in vari di storti e distorcenti Luoghi Comuni circolanti nelle menti degli Italiani di oggi...

18)    Platone e il mito della caverna in La Repubblica: «E se allora si scambiavano onori, elogi e premi, riservati a chi discernesse più acutamente gli oggetti che passavano e si ricordasse meglio quali di loro erano soliti venire per primi, quali per ultimi e quali assieme, e in base a ciò indovinasse con la più grande abilità quello che stava per arrivare, ti sembra che egli ne proverebbe desiderio e invidierebbe chi tra loro fosse onorato e potente, o si troverebbe nella condizione descritta da Omero e vorrebbe ardentemente "lavorare a salario per un altro, pur senza risorse" e patire qualsiasi sofferenza piuttosto che fissarsi in quelle congetture e vivere in quel modo?» «Io penso», rispose, «che accetterebbe di patire ogni genere di sofferenze piuttosto che vivere in quel modo». /.../ «E se dovesse di nuovo valutare quelle ombre e gareggiare con i compagni rimasti sempre prigionieri prima che i suoi occhi, ancora deboli, si ristabiliscano, e gli occorresse non poco tempo per riacquistare l'abitudine, non farebbe ridere e non si direbbe di lui che torna dalla sua ascesa con gli occhi rovinati e che non vale neanche la pena di provare a salire? E non ucciderebbero chi tentasse di liberarli e di condurli su, se mai potessero averlo tra le mani e ucciderlo?» «Certo!», esclamò.

19)   Problema in Platone: Nel Fedro tutte le anime vedono le Idee: c'è una oggettività basata su una esperienza comune originaria. Poi, con la “caduta”, l'individuo è sviato soggettivamente ... Nella Repubblica si descrive come si crea una nuova e sviata intersoggettività attraverso il confronto degli sviamenti soggettivi. Allora la verità viene basata sull'individuo fortunato, e non più sul gruppo... se la verità è oggettività essa è individuale e non interpersonale... Direi che la soluzione di questa problematica diversità  tra i due Dialoghi, sia questa: l'individuo “fortunato” rifiuta la intersoggettività sviata ma non in base a una verità individuale, ma grazie alla verità interpersonale Non-Sviata.. in altre parole: chi è l'individuo “fortunato”? Non colui che trae da dentro di sé dei “tesori” a parte un solo “tesoro”, quello di sapere trarre dalle altre (o almeno da alcune altre) persone i loro “tesori”... è colui che rimane in contatto con le parti veritative delle altre persone e le promuove alla stessa prospettiva di vita!

20)   Esempio di una idea o verità, quella di Mazzini (Italia una, indipendente, etc.) e la sua presenza nella mente interpersonale a vari livelli: quelle idee da tempo sono state realizzate e dunque influenzano almeno nella pratica le nostre vite di Italiani, MA sono anche date per scontate e non vengono più capite col senso che gli dava lui... Infatti ciascuna generazione deve “riappropriasi” (che le  Tradizioni siano tramandate da una generazione all'altra non è per nulla un fatto “automatico”)... Come diceva De Saussure, cambiando diacronicamente un elemento del sistema poi il sistema deve  riorganizzarsi... ma come si riorganizzerà? Non  sempre in maniera veritativa (e questa è la mia critica a Alessandro di Afrodisia...l'Intelletto Umano non è Dio!...e anche ad Averroè: non c'è per forza la progressiva attuazione dell'Intelletto Potenziale della Umanità)... allora il “documento esterno” (i testi di Mazzini ) può diventare eloquente solo se ripesca il “documento interno” …

De Saussure: Ogni singolo stato del linguaggio è del tutto fortuito, e questa è una prova che il linguaggio non è un meccanismo creato allo scopo di comunicare dei concetti già formati. Non c'è nulla di più importante dal punto di vista filosofico. [è la comunicazione interpersonale in cui l'individuo  fa un élan vital per collegarsi alle altre “menti” e così si forma la Mente Interpersonale di cui l'individuo è un “terminale”. Questa frase inoltre distingue l'Intelletto Umano da Dio, diversamente che in Alessandro di Afrodisia, perchè dice che il cambiamento è “fortuito”, cioè NON è voluto e progettato dalla Comunità Linguistica (dalla Umanità)]

De Saussure: “ogni mutamento (mossa)  è assolutamente distinto sia dal precedente sia dal successivo stato di equilibrio. Il cambiamento non appartiene a nessuno degli stati. Nel gioco ciascuna posizione di un pezzo ha la caratteristica di essere libera dalle posizioni antecedenti : il percorso usato per arrivarci non fa alcuna differenza: chi ha seguito l'intera partita non ha nessun vantaggio rispetto al curioso che dà uno sguardo dopo ore dall'inizio: per descrivere la situazione è irrilevante sapere cosa sia successo 10 secondi prima”.  [come se si giustificasse così il classico problema di Etica: come fare  la valutazione del bene e del male per es. nella società antico-romana del primo secolo dopo Cristo con Nerone, Giochi Gladiatori, etc ? E con De Saussure si rispondesse che in ogni singolo sistema la valutazione è relativa solo a quel sistema stesso.... e questo è il bene o male che interessano l'Individuo... mentre la storia o diacronia dei sistemi riguarda il bene e male della Umanità e i piani di Dio]

De Saussure : “in un solo punto la analogia non tiene: negli scacchi la mossa è fatta intenzionalmente, nel linguaggio il cambiamento di un elemento non lo è”. [cioè il cambiamento diacronico non è un piano della Umanità ma lo è di Dio.... e questo sia detto contro Hegel, il suo immanentismo dello Spirito  e qualunque costruttore di Filosofie della Storia]

Mazzini: due testimonianze invincibili a favore della libertà: il Rimorso e il Martirio. Voi siete liberi e quindi responsabili. Da questa libertà morale scende il vostro diritto alla libertà politica, il vostro dovere di conquistarvela e mantenerla inviolata, il dovere altrui di non menomarla /.../ Educazione! Educazione morale ed intellettuale, che abbracci e fecondi tutte le facoltà che Dio vi dava siccome deposito da far fruttare, e che istituisca e mantenga un legame tra la vostra vita individuale e quella dell'Umanità collettiva.

 

Alcuni altri spunti

21)   se rivedo le  “motivazioni di questo corso”  nella Introduzione, penso che quasi tutte esse - dallo sviluppo del Corso - possano essere state “servite”... cioè abbiano potuto dare ispirazioni di pensiero ai Corsisti per progredire nelle  varie situazioni problematiche della vita allora indicate... ( e che invito a rileggere nella prima dispensa)

22)   più in specifico – anche se se solo rapsodicamente – elencherei alcune tra le idee proposte  durante il Corso: 1) la comunicazione umana non è frutto di un Genio Talentuoso ma è frutto di un “democratico” sforzo (vitale, necessario) di tutte le persone per conoscere sé stesse e il mondo; 2) la comunicazione non è solo interpersonale ma è anche intrapersonale: il dottor De Masi mi diceva: “dopo la fine dell'analisi deve riferirsi e parlare a sé stesso”...  3) la ricerca interna delle origini etero-personali ed inter-personali dei propri pensieri intra-personali.... 4) l'incoraggiamento nel pensare i propri pensieri immessi e conservati come esseri viventi nel Mondo Tre.... 5) come dire che l'intelletto e dunque la noosfera sono forma del corpo? Esso è in noi (Tommaso) ma viene dal di fuori (Aristotele, Averroè) … e come plasma i nostri organi? Non direttamente ma attraverso le altre parti della anima,  cioè quelle  sensitiva e vegetativa... esempio degli effetti psicosomatici e della dieta prodotti dai rapporti interpersonali vicini (famiglia, amici) e lontani (la società con le sue varie ideologie ed abitudini).

23)   Tre schemi concettuali: i 4 livelli dei “doveri” interpersonali per Mazzini, e i 4 livelli di McCabe della “organicità dei significati”... propongo di integrarli secondo tre modelli: psiche, etica, trascendenza (vedi tavola)

24)    una distinzione:  due dipendenze mentali interpersonali: quella “intellettuale” e quella “affettiva”. Esse rimandano a due diversi aspetti della vita individuale nel suo bisogno delle altre persone: la prima al bisogno di crescere nella comprensione della realtà; la seconda al bisogno di ricevere e dare solidarietà nelle tristezze e difficoltà della vita

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

è stata già  - parte dopo parte - riportata nelle dispense relative ai vari Autori e temi via via presentati durante il Corso

 

 

 

 

APPENDICI

 

APPENDICE A - NOOSFERA

Noosfera

wikipedia.it

"sfera del pensiero umano" e deriva dall'unione della parola greca νους ("nous"), che significa mente, e della parola sfera, in analogia con i termini "atmosfera" e "biosfera".

Nella teoria originale di Vladimir Vernadsky, la noosfera è la terza fase dello sviluppo della Terra, successiva alla geosfera (materia inanimata) e alla biosfera (vita biologica). Così come la nascita della vita ha trasformato in maniera significativa la geosfera, così la nascita della conoscenza ha trasformato radicalmente la biosfera. A differenza di quanto affermato dai teorici dell'ipotesi Gaia (elaborata nel 1979 da James Lovelock e Lynn Margulis) o dagli studiosi del cyberspazio, la noosfera, secondo Vernadsky, emerge nel momento in cui l'umanità, attraverso la capacità di realizzare reazioni nucleari, è in grado di trasformare gli elementi chimici.

Per Pierre Teilhard de Chardin, la noosfera è una specie di “coscienza collettiva” degli esseri umani che scaturisce dall'interazione fra le menti umane. La noosfera si è sviluppata con l'organizzazione e l'interazione degli esseri umani a mano a mano che essi hanno popolato la Terra. Più l'umanità si organizza in forma di reti sociali complesse, più la noosfera acquisisce consapevolezza. Questa è un'estensione della Legge di complessità e coscienza di Teilhard, legge che descrive la natura dell'evoluzione dell'universo. Pierre Teilhard de Chardin sostenne, inoltre, che la noosfera sta espandendosi verso una crescente integrazione e unificazione che culminerà in quello che egli definisce Punto Omega, che costituisce il fine della storia.

 

Noosphere

www.noosphere.princeton.edu.com

The Noosphere - literally, “mind-sphere” or Earth’s mental sheathe - is a word and concept jointly coined by Jules le Roi, French philosopher and student of Henri Bergson, Jesuit paleontologist Pierre Teilhard de Chardin, and Russian geochemist, Vladimir Vernadsky, in Paris, 1926. At the root of the primary definition of noosphere is a dual perception: that life on Earth is a unity constituting a whole system known as the biosphere; and that the mind or consciousness of life - the Earth’s thinking layer - constitutes a unity that is discontinuous but coextensive with the entire system of life on Earth, inclusive of its inorganic support systems. A third critical premise arising from the first two is that the noosphere defines the inevitable next stage of terrestrial evolution, which will subsume and transform the biosphere.

How this evolutionary shift might occur is at the crux of the experiment, Noosphere II. Though little else is known concerning Jules le Roi, our ideas about the noosphere and the transition from the biosphere to the noosphere are largely derived from the perceptions of Teilhard de Chardin and Vernadsky, along with the work of American Physicist, Oliver Reiser. We will summarize these viewpoints below.

Pierre Teilhard de Chardin foresaw the emergence of the noosphere at a peak mystical moment referred to as the Omega Point. This moment would be the result of the interactions of increasing activity of human networks creating a highly charged “thinking layer.” Teilhard speaks of there being planets with noosphere - planets in which the thinking layer advances to the stage where it produces a noosphere, the mental sheathe “above and discontinuous with the biosphere.” Thus Teilhard de Chardin wrote of a “... network of links ... more and more literally present, in the immensity of their organism, as the image of a nervous system...” This nervous system would be the function of a “... geotechnology extending a closely interdependent network of its enterprises over the whole earth ...”

Since Teilhard de Chardin’s death in 1955 when his books could finally be published, most notably the Phenomenon of Man (1959) and the Future of Man (1964), the advance of the biosphere into a transitional stage, the technosphere, has seen the virtual fulfillment of de Chardin’s prerequisite for the manifestation of the noosphere, a global information network - a geotechnology - the Internet. As the penultimate stage in the development of an actual freely functioning thinking layer, the Internet is the means of electronically linking up the noosphere prior to the mystical moment of the Omega Point - “At that node of ultimate synthesis, the internal spark of consciousness that evolution has slowly banked into a roaring fire will finally consume the universe itself. Our ancient itch to flee this woeful orb will finally be satisfied as the immense expanse of cosmic matter collapses like some mathematician’s hypercube into absolute spirit.”

 

 

Brian Davies o.p. (amico ed esecutore letterario di Herbert McCabe)

“Chardin was a famous Jesuit. Another famous Jesuit was Karl Rahner, a twentieth-century theologian. Karl Rahner, I believe, was on one occasion asked what he thought of Teilhard de Chardin. He said, “Ah, de Chardin, that’s the man whom all the theologians think is a scientist and all the scientists think is a theologian.” I suspect that might partly answer the question as to why Chardin is not so much read these days.”

 

Pierre Teilhard de Chardin

Encyclopedia  Britannica , 1997

     (b. May 1, 1881, Sarcenat, Fr.--d. April 10, 1955, New York City), French philosopher and paleontologist known for his theory that man is evolving, mentally and socially, toward a final spiritual unity. Blending science and Christianity, he declared that the human epic resembles "nothing so much as a way of the Cross." Various of his theories brought reservations and objections from within the Roman Catholic Church and from the Jesuit order, of which he was a member. In 1962, the Holy Office issued a monitum, or simple warning, against uncritical acceptance of his ideas. His spiritual dedication, however, was not questioned.

Son of a gentleman farmer with an interest in geology, Teilhard devoted himself to that subject, as well as to his prescribed studies, at the Jesuit College of Mongré, where he began boarding at the age of 10. When he was 18, he joined the Jesuit novitiate at Aix-en-Provence. At 24 he began a three-year professorship at the Jesuit college in Cairo.

Although ordained a priest in 1911, Teilhard chose to be a stretcher bearer rather than a chaplain in World War I; his courage on the battle lines earned him a military medal and the Legion of Honour. In 1923, after teaching at the Catholic Institute of Paris, he made the first of his paleontological and geologic missions to China, where he was involved in the discovery (1929) of Peking man's skull. Further travels in the 1930s took him to the Gobi (desert), Sinkiang, Kashmir, Java, and Burma (Myanmar). Teilhard enlarged the field of knowledge on Asia's sedimentary deposits and stratigraphic correlations and on the dates of its fossils. He spent the years 1939-45 at Peking in a state of near-captivity on account of World War II.

Most of Teilhard's writings were scientific, being especially concerned with mammalian paleontology. His philosophical books were the product of long meditation. Teilhard wrote his two major works in this area, Le Milieu divin (1957; The Divine Milieu) and Le Phénomène humain (1955;  The Phenomenon of Man), in the 1920s and '30s, but their publication was forbidden by the Jesuit order during his lifetime. Among his other writings are collections of philosophical essays, such as L'Apparition de l'homme (1956; The Appearance of Man), La Vision du passé (1957; The Vision of the Past), and Science et Christ (1965; Science and Christ).

Teilhard returned to France in 1946. Frustrated in his desire to teach at the Collège de France and publish philosophy (all his major works were published posthumously), he moved to the United States, spending the last years of his life at the Wenner-Gren Foundation, New York City, for which he made two paleontological and archaeological expeditions to South Africa.

Teilhard's attempts to combine Christian thought with modern science and traditional philosophy aroused widespread interest and controversy when his writings were published in the 1950s. Teilhard aimed at a metaphysic of   evolution, holding that it was a process converging toward a final unity that he called the Omega point. He attempted to show that what is of permanent value in traditional philosophical thought can be maintained and even integrated with a modern scientific outlook if one accepts that the tendencies of material things are directed, either wholly or in part, beyond the things themselves toward the production of higher, more complex, more perfectly unified beings. Teilhard regarded basic trends in matter--gravitation, inertia, electromagnetism, and so on--as being ordered toward the production of progressively more complex types of aggregate. This process led to the increasingly complex entities of atoms, molecules, cells, and organisms, until finally the human body evolved, with a nervous system sufficiently sophisticated to permit rational reflection, self-awareness, and moral responsibility.

While some evolutionists regard man simply as a prolongation of the Pliocene fauna--an animal more successful than the rat or the elephant--Teilhard argued that the appearance of man brought an added dimension into the world. This he defines as the birth of reflection: animals know, but man knows that he knows; he has "knowledge to the square."

Another great advance in Teilhard's scheme of evolution is the  socialization of mankind. This is not the triumph of herd instinct but a cultural convergence of humanity toward a single society. Evolution has gone about as far as it can to perfect human beings physically: its next step will be social. Teilhard saw such evolution already in progress; through technology, urbanization, and modern communications, more and more links are being established between different peoples' politics, economics, and habits of thought in an apparently geometric progression.

Theologically, Teilhard saw the process of organic evolution as a sequence of progressive syntheses whose ultimate convergence point is that of God. When humanity and the material world have reached their final state of evolution and exhausted all potential for further development, a new convergence between them and the supernatural order would be initiated by the Parousia, or  Second Coming of Christ. Teilhard asserted that the work of Christ is primarily to lead the material world to this cosmic redemption, while the conquest of evil is only secondary to his purpose. Evil is represented by Teilhard merely as growing pains within the cosmic process: the disorder that is implied by order in process of realization.



Teilhard de Chardin and the Noosphere

by Rev. Phillip J. Cunningham, C.S.P.

In 1964, while attempting to adjust my thinking to the many changes following the Second Vatican Council, I first encountered the writings of the French geologist/paleontologist, Pere Pierre Teilhard de Chardin. Though he had died nine years earlier, it was only after the Council that his works began appearing in the United States. That circumstance necessitates some biographical information.

Pere Teilhard was born in 1881 to a pious, provincial French family. He chose early on to join the Society of Jesus (Jesuits) and in the course of his studies pursued geology and later paleontology. It was his intention to begin a career of teaching and research in the these fields. He was well on his way to doing so when he was conscripted for military service during the First World War.

As a stretcher bearer during the ghastliest battles of that conflict, Teilhard's personal faith was severely challenged. I believe it was his effort to understand this human tragedy (thousands of men killed and maimed in minutes to no purpose) that lead Teilhard to begin developing a vision that combined both his religion and his science.

After the war, Teilhard returned to the pursuit of his career as both teacher and researcher. His career took a fortuitous turn when he was invited in 1923 to join an expedition in China. In the following twelve years he was to be part of nine more such exploratory treks. Much of his growing reputation rested on these missions. This was particularly true of his association with the discovery of fossil remains of Sinanthropus or Peking man in 1929.

Sadly, on another front, Teilhard faced the crisis of his life. He had continued to explore the lines of thought that had begun with his "Cosmic Life." Perhaps inevitably, his observations came to the attention of Church authorities. The reaction to some of Teilhard's ideas was ultimately severe. He was deprived of his teaching position and admonished not to publish his observations on religion and science. He observed that restriction until his death in 1955. It was only afterward that collections of his essays were published as well as his central work, The Phenomenon of Man.

In 1925, Teilhard wrote in an essay entitled Hominization: "And this amounts to imagining, in one way or another, above the animal biosphere a human sphere, a sphere of reflection, of conscious invention, of conscious souls (the noosphere, if you will)" (1966, p. 63). It was a neologism employing the Greek word noos for "mind."

The same question rises which confronted us in discussing biogenesis:Does noogenesis have a direction?  In The Phenomenon of Man, Teilhard posits: "In truth, a neo-humanity has been germinating round the Mediterranean for the last six thousand years" (1961, p. 212) He thought that a "new layer of the noosphere" would soon be formed. "The proof of this lies in the fact that from one end of the world to the other, all peoples, to remain human or to become more so, are inexorably led to formulate the hopes and problems of the modern earth in the very same terms in which the West has formulated them." Teilhard was convinced that the shape of the noosphere's future would be determined by those developments he saw taking place in the Europe and the U.S.

 

The Emergence of the Noosphere

Teilhard was convinced that geogenesis moved in the direction of an ever increasing conscious that brought about a biogenesis that evolved in the same direction. The process then led to the advent of though/reflection. However, the process did not cease there. "Man discovers that he is nothing else than evolution become conscious of itself. The consciousness of each of us is evolution looking at itself and reflecting upon itself." (p. 221) The direction then was toward such a growth in consciousness.

Teilhard was hardly alone in that dream of human unity and its chief benefit, peace. He was also aware of the formidable barriers that lay in the path of its achievement. Indeed, the very awareness of the challenges plays its own role in noogenesis. "I can now add that what disconcerts the modern world at its very roots is not being sure, and not seeing how it ever could be sure, that there is an outcome-a suitable outcome-to that evolution." (p. 229)

It was Teilhard's conviction that should humanity lose hope for the future, the hope of transcending the barriers to human unity and peace, noogenesis would cease. "Between these two alternatives of absolute optimism or absolute pessimism, there is no middle way because by its very nature progress is all or nothing." (p. 232) Yet, does not evolution itself offer hope. It has gone from geogenesis to biogenesis and has entered up noogenesis. Will it now be frustrated at this stage and fail to evolve further into the future? Teilhard clings to hope, "there is for us, in the future, under some form or another, a least collective, not only survival but also super-life." (p. 234) I

 

Towards Omega

There we continue Teilhard's treatment of noogenesis: "We are faced with a harmonized collectivity of consciousnesses to a sort of superconciousness. The earth not only becoming covered by myriads of grains of thought, but becoming enclosed in a single thinking envelope, a single unanimous reflection." (1961, pp. 251-2) Yet such a unanimity of consciousness implies a condition that humans generally reject, depersonalization. Indeed, the conclusion seems inevitable: "So that at the world's Omega, as at its Alpha, lies the Impersonal." (p. 258) At this point, "Omega," the last letter in the Greek alphabet, simply refers to the final stage of evolution. At the end the noosphere become an "all" that absorbs all.

 

 

 

 

APPENDICE BINTERNET

 

Internet: la maggioranza delle persone del Mondo occidentale oggi la usa. Fino ad ora l'enorme numero degli utenti, le tecnologie esistenti e le decisioni politiche dei paesi occidentali liberali in cui essa è nata e soprattutto diffusa, hanno fatto sì che Internet sia A) libera da controlli di “autorità” e B) non gerarchica nelle possibilità per un qualsiasi utente di accedere alle informazioni e di farsi strada nel proporsi con le proprie idee agli altri utenti.

Demitizzazione: la apertura a 360 gradi di immissione dei dati (gratuita, immediata, planetaria) permette la “demitizzazione” (cioè la discriminazione  tra aspettative soggettive e risposte empiriche) di : 1) cosa (cultura, politica, etc) interessa effettivamente alle persone da dare a te e agli altri; 2) cosa interessa effettivamente alle persone di ciò che tu hai da dare loro,  o almeno cosa esse pensano che gli interessi.

FaceBook: con questo e altri “social network”è possibile per una persona: 1) avere in atto una costante comunicazione di informazioni fattuali, esposizioni teoriche, espressioni emotive, valutazioni morali e politiche a e da un tot numero definito di “amici” suoi; 2) avere in potenza tale comunicazione verso un tot numero indefinito di altre persone “amici” dei “propri “amici”; 3)  acquisire nuovi “amici” sia per propria ricerca sia per ricerca di persone interessate al tuo “profilo” personale; 4) esser stabilmente in comunicazione con “gruppi” di interesse tematico; 5) tale comunicazione, in primis verbale, è però anche multimediale attraverso la condivisione di file grafici, audio e video; 6) tale comunicazione in primis riguardante temi del “privato” delle persone, però facilmente diventa anche comunicazione su temi “pubblici” e sostituzione dei media di “informazione e di stampa”; 7) tale comunicazione è sempre paritetica ed aperta nei due sensi : da me agli altri e dagli altri e me; 8) essa è sempre protetta dalla privacy (seleziono io i miei amici, le esclusioni delle categorie di amici a cui indirizzare i post miei, la cancellazione dei post miei o altrui); 9) essendo costantemente aperta e in tempo reale e duratura, essa  permette la demitizzazione di molte fantasie ed aspettative verso le persone della propria vita passata ed in genere verso quelle che non si ha occasione – date le circostanze – di frequentare nel presente: di solito  -anche se non sempre - appare chiaro perchè il Passato sia … passato !

“Peer to peer” in the Internet: this aspect refers to the fact that people functioning in a tertiary culture consider each other as fundamentally equal, competent and capable to participate to the integration process, and, in fact, as indispensable for this process, that outreaches individual possibilities. It also advocates free access and use of the intellectual insights and productions ("open sources").

Hierarchy in the Internet: Internet  has replaced both the earlier hierarchical mainframe form, but also the client-server form, which posited a central server with associated dependent computers, associated in a network. Instead, in a peer to peer network, intelligence is distributed everywhere. Every node is capable of receiving and sending data. The original file sharing systems, such as Napster, AudioGalaxy, and Kazaa, still used central servers or directories which could be tracked down and identified, and thus attacked in court, as indeed happened, thereby destroying these systems one by one. But today, the new wave of P2P systems avoid such central servers altogether. The most popular current system, an expression of the free software community, has tenths of millions users, and as they are indeed distributed and untraceable, have been immune to legal challenge.

Proposta di ricerca: data la limitatezza delle mie risorse di tempo ed energie, chiedo ai Corsisti volenterosi  di fare una qualche ricerca storica, tecnica, sociologica sul fenomeno di Internet... selezionando saggi/studi  – stampati o presenti su internet stessa – seri ed illuminanti ed originali... aggiungendo magari le proprie riflessioni e valutazioni, e poi di condividere  tale ricerca con me e gli altri Corsisti...

Domanda ai corsisti: dopo una opportuna attività di memoria e di riflessione, provate a rispondere a questa domanda: “cosa ha cambiato Internet (con tutte le sue possibili applicazioni epistolari, ludiche, commerciali, pratiche, informative, conoscitive) di importante nella vostra vita ?”.

 

 

 

 

 

 

APPENDICE CCITAZIONI

 

“Prima che noi come individui fossimo consapevoli della nostra esistenza,  siamo stati profondamente influenzati per un tempo considerevole (anche da prima della nostra nascita)  dalle nostre relazioni con altri individui che hanno storie complicate  e che sono membri di una società che ha una storia enormemente più complicata e lunga della loro.  E dal momento in cui siamo stati capaci di fare scelte consapevoli noi stavamo già usando un linguaggio che si era sviluppato attraverso le vite di una innumerevole serie di generazioni di esseri umani prima di noi.  Noi siamo creature sociali nel nucleo più intimo del nostro essere. ”

                                                                                                              Bryan Magee, Intervista a Popper (1973)

 

 

 

 

“Quando gli parve d'essersi allontanato abbastanza, rallentò il passo, per non dar sospetto; e cominciò a guardare in qua e in là, per isceglier la persona a cui far la sua domanda, una faccia che ispirasse confidenza. Ma anche qui c'era dell'imbroglio. La domanda per sé era sospetta; il tempo stringeva; i birri, appena liberati da quel piccolo intoppo, dovevan senza dubbio essersi rimessi in traccia del loro fuggitivo; la voce di quella fuga poteva essere arrivata fin là; e in tali strette, Renzo dovette fare forse dieci giudizi fisionomici, prima di trovar la figura che gli paresse a proposito. Quel grassotto, che stava ritto sulla soglia della sua bottega, a gambe larghe, con le mani di dietro, con la pancia in fuori, col mento in aria, dal quale pendeva una gran pappagorgia, e che, non avendo altro che fare, andava alternativamente sollevando sulla punta de' piedi la sua massa tremolante, e lasciandola ricadere sui calcagni, aveva un viso di cicalone curioso, che, in vece di dar delle risposte, avrebbe fatto delle interrogazioni. Quell'altro che veniva innanzi, con gli occhi fissi, e col labbro in fuori, non che insegnar presto e bene la strada a un altro, appena pareva conoscer la sua. Quel ragazzotto, che, a dire il vero, mostrava d'esser molto sveglio, mostrava però d'essere anche più malizioso; e probabilmente avrebbe avuto un gusto matto a far andare un povero contadino dalla parte opposta a quella che desiderava. Tant'è vero che all'uomo impicciato, quasi ogni cosa è un nuovo impiccio! Visto finalmente uno che veniva in fretta, pensò che questo, avendo probabilmente qualche affare pressante, gli risponderebbe subito, senz'altre chiacchiere; e sentendolo parlar da sé, giudicò che dovesse essere un uomo sincero. Gli s'accostò, e disse: - di grazia, quel signore, da che parte si va per andare a Bergamo?

                - Per andare a Bergamo? Da porta orientale.

                - Grazie tante; e per andare a porta orientale?

                - Prendete questa strada a mancina; vi troverete sulla piazza del duomo; poi...

                - Basta, signore; il resto lo so. Dio gliene renda merito -. E diviato s'incamminò dalla parte che gli era stata indicata. L'altro gli guardò          dietro un momento, e, accozzando nel suo pensiero quella maniera di camminare con la domanda, disse tra sé: "o n'ha fatta una, o              qualcheduno la vuol fare a lui ".

                                                                              Alessandro Manzoni, I promessi sposi, capitolo XVI

 

 

 

“Di quell'odio ne toccava una parte anche agli altri medici che, convinti come loro, della realtà del contagio, suggerivano precauzioni, cercavano di comunicare a tutti la loro dolorosa certezza. I più discreti li tacciavano di credulità e d'ostinazione: per tutti gli altri, era manifesta impostura, cabala ordita per far bottega sul pubblico spavento.

Il protofisico Lodovico Settala, allora poco men che ottuagenario, stato professore di medicina all'università di Pavia, poi di filosofia morale a Milano, autore di molte opere riputatissime allora, chiaro per inviti a cattedre d'altre università, Ingolstadt, Pisa, Bologna, Padova, e per il rifiuto di tutti questi inviti, era certamente uno degli uomini più autorevoli del suo tempo. Alla riputazione della scienza s'aggiungeva quella della vita, e all'ammirazione la benevolenza, per la sua gran carità nel curare e nel beneficare i poveri. E, una cosa che in noi turba e contrista il sentimento di stima ispirato da questi meriti, ma che allora doveva renderlo più generale e più forte, il pover'uomo partecipava de' pregiudizi più comuni e più funesti de' suoi contemporanei: era più avanti di loro, ma senza allontanarsi dalla schiera, che è quello che attira i guai, e fa molte volte perdere l'autorità acquistata in altre maniere. Eppure quella grandissima che godeva, non solo non bastò a vincere, in questo caso, l'opinion di quello che i poeti chiamavan volgo profano, e i capocomici, rispettabile pubblico; ma non poté salvarlo dall'animosità e dagl'insulti di quella parte di esso che corre più facilmente da' giudizi alle dimostrazioni e ai fatti.

Un giorno che andava in bussola a visitare i suoi ammalati, principiò a radunarglisi intorno gente, gridando esser lui il capo di coloro che volevano per forza che ci fosse la peste; lui che metteva in ispavento la città, con quel suo cipiglio, con quella sua barbaccia: tutto per dar da fare ai medici. La folla e il furore andavan crescendo: i portantini, vedendo la mala parata, ricoverarono il padrone in una casa d'amici, che per sorte era vicina. Questo gli toccò per aver veduto chiaro, detto ciò che era, e voluto salvar dalla peste molte migliaia di persone: quando, con un suo deplorabile consulto, cooperò a far torturare, tanagliare e bruciare, come strega, una povera infelice sventurata, perché il suo padrone pativa dolori strani di stomaco, e un altro padrone di prima era stato fortemente innamorato di lei (Storia di Milano del Conte Pietro Verri; Milano, 1825, Tom. 4, pag. 155.), allora ne avrà avuta presso il pubblico nuova lode di sapiente e, ciò che è intollerabile a pensare, nuovo titolo di benemerito.”

Alessandro Manzoni, I promessi sposi, capitolo XXXI

 

 

Del pari con la perversità, crebbe la pazzia: tutti gli errori già dominanti più o meno, presero dallo sbalordimento, e dall'agitazione delle menti, una forza straordinaria, produssero effetti più rapidi e più vasti. E tutti servirono a rinforzare e a ingrandire quella paura speciale dell'unzioni, la quale, ne' suoi effetti, ne' suoi sfoghi, era spesso, come abbiam veduto, un'altra perversità. L'immagine di quel supposto pericolo assediava e martirizzava gli animi, molto più che il pericolo reale e presente. " E mentre, - dice il Ripamonti, - i cadaveri sparsi, o i mucchi di cadaveri, sempre davanti agli occhi, sempre tra' piedi, facevano della città tutta come un solo mortorio, c'era qualcosa di più brutto, di più funesto, in quell'accanimento vicendevole, in quella sfrenatezza e mostruosità di sospetti... Non del vicino soltanto si prendeva ombra, dell'amico, dell'ospite; ma que' nomi, que' vincoli dell'umana carità, marito e moglie, padre e figlio, fratello e fratello, eran di terrore: e, cosa orribile e indegna a dirsi! la mensa domestica, il letto nuziale, si temevano, come agguati, come nascondigli di venefizio ".

La vastità immaginata, la stranezza della trama turbavan tutti i giudizi, alteravan tutte le ragioni della fiducia reciproca. Da principio, si credeva soltanto che quei supposti untori fosser mossi dall'ambizione e dalla cupidigia; andando avanti, si sognò, si credette che ci fosse una non so quale voluttà diabolica in quell'ungere, un'attrattiva che dominasse le volontà. I vaneggiamenti degl'infermi che accusavan se stessi di ciò che avevan temuto dagli altri, parevano rivelazioni, e rendevano ogni cosa, per dir così, credibile d'ognuno. E più delle parole, dovevan far colpo le dimostrazioni, se accadeva che appestati in delirio andasser facendo di quegli atti che s'erano figurati che dovessero fare gli untori: cosa insieme molto probabile, e atta a dar miglior ragione della persuasion generale e dell'affermazioni di molti scrittori. Così, nel lungo e tristo periodo de' processi per stregoneria, le confessioni, non sempre estorte, degl'imputati, non serviron poco a promovere e a mantener l'opinione che regnava intorno ad essa: ché, quando un'opinione regna per lungo tempo, e in una buona parte del mondo, finisce a esprimersi in tutte le maniere, a tentar tutte l'uscite, a scorrer per tutti i gradi della persuasione; ed è difficile che tutti o moltissimi credano a lungo che una cosa strana si faccia, senza che venga alcuno il quale creda di farla.”                                              Alessandro Manzoni, I promessi sposi, capitolo XXXII

 

 

Ma l'uscite, i ripieghi, le vendette, per dir così, della caparbietà convinta, sono alle volte tali da far desiderare che fosse rimasta ferma e invitta, fino all'ultimo, contro la ragione e l'evidenza: e questa fu bene una di quelle volte. Coloro i quali avevano impugnato così risolutamente, e così a lungo, che ci fosse vicino a loro, tra loro, un germe di male, che poteva, per mezzi naturali, propagarsi e fare una strage; non potendo ormai negare il propagamento di esso, e non volendo attribuirlo a que' mezzi (che sarebbe stato confessare a un tempo un grand'inganno e una gran colpa), erano tanto più disposti a trovarci qualche altra causa, a menar buona qualunque ne venisse messa in campo. Per disgrazia, ce n'era una in pronto nelle idee e nelle tradizioni comuni allora, non qui soltanto, ma in ogni parte d'Europa: arti venefiche, operazioni diaboliche, gente congiurata a sparger la peste, per mezzo di veleni contagiosi, di malìe. Già cose tali, o somiglianti, erano state supposte e credute in molte altre pestilenze, e qui segnatamente, in quella di mezzo secolo innanzi. /.../ In principio dunque, non peste, assolutamente no, per nessun conto: proibito anche di proferire il vocabolo. Poi, febbri pestilenziali: l'idea s'ammette per isbieco in un aggettivo. Poi, non vera peste, vale a dire peste sì, ma in un certo senso; non peste proprio, ma una cosa alla quale non si sa trovare un altro nome. Finalmente, peste senza dubbio, e senza contrasto: ma già ci s'è attaccata un'altra idea, l'idea del venefizio e del malefizio, la quale altera e confonde l'idea espressa dalla parola che non si può più mandare indietro.

Non è, credo, necessario d'esser molto versato nella storia dell'idee e delle parole, per vedere che molte hanno fatto un simil corso. Per grazia del cielo, che non sono molte quelle d'una tal sorte, e d'una tale importanza, e che conquistino la loro evidenza a un tal prezzo, e alle quali si possano attaccare accessòri d'un tal genere. Si potrebbe però, tanto nelle cose piccole, come nelle grandi, evitare, in gran parte, quel corso così lungo e così storto, prendendo il metodo proposto da tanto tempo, d'osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare.

Ma parlare, questa cosa così sola, è talmente più facile di tutte quell'altre insieme, che anche noi, dico noi uomini in generale, siamo un po' da compatire.”                                                Alessandro Manzoni, I promessi sposi, capitolo XXXI

 

 

 

“Da' trovati del volgo, la gente istruita prendeva ciò che si poteva accomodar con le sue idee; da' trovati della gente istruita, il volgo prendeva ciò che ne poteva intendere, e come lo poteva; e di tutto si formava una massa enorme e confusa di pubblica follia.

Ma ciò che reca maggior maraviglia, è il vedere i medici, dico i medici che fin da principio avevan creduta la peste, dico in ispecie il Tadino, il quale l'aveva pronosticata, vista entrare, tenuta d'occhio, per dir così, nel suo progresso, il quale aveva detto e predicato che l'era peste, e s'attaccava col contatto, che non mettendovi riparo, ne sarebbe infettato tutto il paese, vederlo poi, da questi effetti medesimi cavare argomento certo dell'unzioni venefiche e malefiche; lui che in quel Carlo Colonna, il secondo che morì di peste in Milano, aveva notato il delirio come un accidente della malattia, vederlo poi addurre in prova dell'unzioni e della congiura diabolica, un fatto di questa sorte: che due testimoni deponevano d'aver sentito raccontare da un loro amico infermo, come, una notte, gli eran venute persone in camera, a esibirgli la guarigione e danari, se avesse voluto unger le case del contorno; e come al suo rifiuto quelli se n'erano andati, e in loro vece, era rimasto un lupo sotto il letto, e tre gattoni sopra, " che sino al far del giorno vi dimororno " (Pag. 123, 124.). Se fosse stato uno solo che connettesse così, si dovrebbe dire che aveva una testa curiosa; o piuttosto non ci sarebbe ragion di parlarne; ma siccome eran molti, anzi quasi tutti, così è storia dello spirito umano, e dà occasion d'osservare quanto una serie ordinata e ragionevole d'idee possa essere scompigliata da un'altra serie d'idee, che ci si getti a traverso. Del resto, quel Tadino era qui uno degli uomini più riputati del suo tempo.

Due illustri e benemeriti scrittori hanno affermato che il cardinal Federigo dubitasse del fatto dell'unzioni (Muratori; Del governo della peste, Modena, 1714, pag. 117. - P. Verri; opuscolo citato, pag. 261.). Noi vorremmo poter dare a quell'inclita e amabile memoria una lode ancor più intera, e rappresentare il buon prelato, in questo, come in tant'altre cose, superiore alla più parte de' suoi contemporanei, ma siamo in vece costretti di notar di nuovo in lui un esempio della forza d'un'opinione comune anche sulle menti più nobili. S'è visto, almeno da quel che ne dice il Ripamonti, come da principio, veramente stesse in dubbio: ritenne poi sempre che in quell'opinione avesse gran parte la credulità, l'ignoranza, la paura, il desiderio di scusarsi d'aver così tardi riconosciuto il contagio, e pensato a mettervi riparo; che molto ci fosse d'esagerato, ma insieme, che qualche cosa ci fosse di vero. Nella biblioteca ambrosiana si conserva un'operetta scritta di sua mano intorno a quella peste; e questo sentimento c'è accennato spesso, anzi una volta enunciato espressamente. " Era opinion comune, - dice a un di presso, - che di questi unguenti se ne componesse in vari luoghi, e che molte fossero l'arti di metterlo in opera: delle quali alcune ci paion vere, altre inventate " (Ecco le sue parole: Unguenta uero haec aiebant componi conficique multifariam, fraudisque uias fuisse complures; quarum sane fraudum, et artium aliis quidem assentimur, alias uero fictas fuisse comentitiasque arbitramur. De pestilentia quae Mediolani anno 1630 magnam stragem edidit. Cap. V.).

Ci furon però di quelli che pensarono fino alla fine, e fin che vissero, che tutto fosse immaginazione: e lo sappiamo, non da loro, ché nessuno fu abbastanza ardito per esporre al pubblico un sentimento così opposto a quello del pubblico; lo sappiamo dagli scrittori che lo deridono o lo riprendono o lo ribattono, come un pregiudizio d'alcuni, un errore che non s'attentava di venire a disputa palese, ma che pur viveva; lo sappiamo anche da chi ne aveva notizia per tradizione. " Ho trovato gente savia in Milano, - dice il buon Muratori, nel luogo sopraccitato, - che aveva buone relazioni dai loro maggiori, e non era molto persuasa che fosse vero il fatto di quegli unti velenosi ". Si vede ch'era uno sfogo segreto della verità, una confidenza domestica: il buon senso c'era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune.”

 Alessandro Manzoni, I promessi sposi, capitolo XXXII

 

 

 

 

 

 APPENDICE DSchemi di Livelli


 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Franco Manni indice degli scritti

 

 

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