Franco Manni

 

 

 

 

Una serie di mie recensioni più o meno brevi di Libri che ritengo interessanti e che consiglio

 

Ciascun’opera ha due date: la prima è quella della composizione o della prima edizione; la seconda è quella di un’edizione più recente accessibile al lettore 

 

Antichità precristiana

 

KAROL KERENY (a cura di),

Gli dei e gli eroi della Grecia

(2 voll., Garzanti, Milano, 1976).

 

Questo studioso ha raccolto tutta la mitologia greca con fedeltà filologica, riportando di ogni mito le molteplici e diverse versioni e indicando chiaramente le fonti (di solito poeti, ma anche storiografi, filosofi, oratori, grammatici, ecc.). Il primo volume tratta di dei e semidei, il secondo degli eroi. Questo patrimonio di fantasie ha influenzato costantemente l’immaginario occidentale dei millenni successivi.

 

VII sec. a. C. circa

 

OMERO, Odissea (Garzanti, Milano, 1981).

 

Dante Alighieri riteneva che il più grande di tutti i poeti fosse Omero. Questo antico poema (di cui ti consiglio una traduzione in prosa) s’impone certo per l’originalità e il fascino dell’invenzione narrativa; ma qui soprattutto te lo ricordo per la pregnanza simbolica dei suoi personaggi e dei suoi episodi, e anche per le sue «sentenze» di saggezza che il poeta dà, o direttamente o indirettamente, attraverso i discorsi dei personaggi.

 

VI sec. a. C. circa - I sec. d.C.

 

La Bibbia

 

Il nome di questo libro deriva dal greco e significa "I Libri", in effetti esso è composto da una serie di scritti molto eterogenei: di genere letterario, epoche storiche, lingue ed autori diversi. I cristiani cattolici contano 46 libri dello "Antico Testamento" (scritti in ebraico prima della nascita di Cristo e che sono quasi tutti libri sacri - cioè "ispirati da Dio" - anche per gli Ebrei) e 27 libri del "Nuovo Testamento" (scritti in greco nel primo secolo dopo Cristo e che sono libri sacri solo per i cristiani, anche se i protestanti ne hanno qualcuno in meno).

Di questo libro che è il più diffuso, letto, studiato e tradotto al mondo, non voglio cercare di fare una "recensione". Troppo importante, troppo profondo, troppo lungo, troppo denso, troppo variegato! Non ne ho voglia. E qualsiasi cosa scrivessi risulterebbe sia sproporzionatamente lunga, sia comunque incompleta. Certo, tra tutti i libri che ho letto questo è stato di gran lunga quello più importante per me. Non è un libro noioso (come, per esempio, ha bene sottolineato Umberto Eco nella sua scherzosa "recensione" de La Bibbia presente nel suo Diario Minimo del 1975), ma è un libro troppo eterogeneo e troppo profondo da potere esser letto di seguito dalla prima pagina fino all'ultima in una lettura continua. Penso che, forse, come è capitato a me, parti di esso possano esser lette o rilette da una persona in maniera occasionale secondo le non prevedibili occasioni della sua vita. Anche se non lo si legge esso può venirti letto da altri o riassunto o annunciato o pregato o altrimenti trasmesso direttamente e indirettamente attraverso i molti "oggetti culturali" che da millenni esso ha prodotto o almeno influenzato.

Proprio questa troppo vasta influenza che questo libro ha avuto ed ha costituisce un'ulteriore ragione perchè non mi soffermi a parlarne : per gli scopi della mia Lettera esso risulta una indicazione troppo generica. Voglio dire che se in questa sezione sui libri parlo di quelli di Tommaso d'Aquino o di Benedetto Croce o di Melanie Klein, per esempio, ecco che indirizzo chi mi legge verso una qualche direzione particolare, che si differenzia da altre direzioni possibili. Mentre se parlo de La Bibbia segnalo una fonte comune a tante e troppo direzioni di pensiero e di sensibilità.

Però, non potevo omettere di citarlo!

 

IV sec. a. C.

 

ARISTOTELE, Etica a Nicomaco (Laterza, Bari, 1979).

 

Tommaso d’Aquino ed Hegel, così come fecero molti altri, definirono Aristotele il più grande di tutti i filosofi. Questo suo libro è il più studiato trattato di etica della storia occidentale. Come tutte le opere di Aristotele si presenta come una serie di appunti per lezione scolastica e dunque non brilla per sistematicità d’impianto né per fascino dello stile. Se dovessi proporzionare questa recensione alle altre che ti propongo seguendo criteri d’importanza, dovrei scrivere un libro; e ora non mi è possibile. Comunque spesso nel corpo della mia lettera ho citato esplicitamente concetti e testi dell’Etica aristotelica. Qui ti ricordo solo i titoli dei contenuti: rapporto tra etica individuale ed etica sociale; l’efficacia del discorso etico; l’oggetto dell’etica; il destinatario del discorso etico; critica dell’etica platonica; la definizione di felicità; le componenti necessarie della felicità; la virtù come habitus razionale; la virtù come giusto mezzo qualitativo che la ragione stabilisce tra due vizi opposti; definizione, distinzione e rapporti reciproci delle azioni volontarie e di quelle involontarie; il ruolo dell’ignoranza nella moralità; caratteri della scelta deliberata; definizione di volontà; analisi delle virtù attive (coraggio; moderazione; generosità, magnanimità; mitezza, affabilità; sincerità; umorismo; pudore; giustizia) e dei vizi ad esse contrari; analisi delle virtù contemplative (scienza; arte; intelletto; sapienza; prudenza ossia saggezza) e dei vizi ad esse contrari; la definizione di vizio; l’intemperanza e incontinenza come due gradi della malattia della ragione; la curabilità dell’intemperante e dell’incontinente; critica della dottrina pessimista (spiritualista) sul piacere; critica della dottrina ottimista (materialista) del piacere; definizione e fenomenologia del piacere; lunga ed analitica trattazione sull’amicizia (definizioni; condizioni; l’a. per utile, l’a. per il piacere, l’a. per il bene; l’esercizio dell’a.; rapporti tra le varie forme di a.; l’a. tra diseguali; l’a. e la giustizia; l’a. è tra buoni o tra parti buone di persone anche cattive; l’a. è tra simili o tra parti simili di persone anche dissimili; l’a. per il bene comprende l’a. per il piacere e l’a. della persona buona verso sé stessa come base dell’a. con le altre persone; la benevolenza o simpatia; la concordia; diversità dell’amore nel benefattore e nel beneficiato; l’amore per gli altri come base dell’«egoismo» buono, cioè del sano amore per sé stessi; la persona buona e felice e la sua capacità di avere amici e di averli necessariamente; il numero degli amici; discussione su quali stati siano quelli in cui maggiormente si ha bisogno di amici; la convivenza e la diuturna intimità come condizione necessaria per lo sviluppo dell’a.). Aristotele conclude il trattato approfondendo con nuove considerazioni la discussione critica e la dottrina positiva sul piacere e sulla felicità.

 

IV sec. a. C.

 

ARISTOTELE, Retorica (Laterza, Bari, 1973).

 

Di quest’opera, divisa in tre parti o libri, ti consiglio di leggere solo i primi 17 del secondo libro, che arricchisce l’Etica con interessanti osservazioni sull’ira, sul piacere, sull’amicizia, su gioventù/vecchiaia; sul timore, la pietà, la vergogna, l’invidia (il resto dell’opera, invece, riguarda le tecniche del discorso retorico).

 

44 a. C.

 

MARCO TULLIO CICERONE, Dialogo sulla vecchiaia. Dialogo sull’amicizia (Garzanti, Milano, 1990).

 

Tante osservazioni interessanti sul tema della vecchiaia e sul tema dell’amicizia rispetto alle quali la communis opinio di tanti psicologi e sociologi di oggi appare - purtroppo - piena di pregiudizi, ingenua, spesso lontana dalla realtà. Bello lo stile espositivo.

 

62 - 65 d. C.

 

LUCIO ANNEO SENECA, Lettere a Lucilio (Garzanti, Milano, 1990).

 

Anche Seneca - come, si parva licet, ho fatto io - veicola la sua filosofia in lettere indirizzate a un amico. Non è un’opera molto profonda, ma è scritta molto bene, per me, può essere una discreta introduzione alla filosofia morale. Potrebbe disturbare l’approccio stoico e, dunque, negativo alle passioni umane: ma lo stoicismo di Seneca - non un greco ma un romano, e uomo politico - è moderato da un eclettismo che accoglie anche le altre filosofie ellenistiche (il tardo Peritato, l’Accademia, l’Epicureismo). Ci sono, in questo libro, molti temi della «perennis philosophia»: esistenza di Dio, provvidenza; immortalità dell’anima; apologia della ragione. Ma anche temi più propri dell’etica: le età dell’uomo; i viaggi e gli spettacoli; gli schiavi; i famigliari; gli amici; gli studi; le proprietà materiali; i rapporti con i potenti; l’ordinamento della vita quotidiana; l’esame di coscienza. Soprattutto interessante, per quanto troppo unilaterale e pessimista, è la sua visione della vita come un continuo curare chi è malato moralmente e in primo luogo sé stessi: ogni giorno può servire a migliorarsi. La salute dell’uomo è la virtù, ed essa è stabile e sicura, solo che non è mai un dato originario ma è sempre guadagnata dal singolo individuo attraverso una lunga lotta contro i vizi che appaiono essi sì - in tale visione pessimistica - come i dati originari. La vita è una milizia. Ma già la sola schietta volontà di guarire è un grande acquisto verso la guarigione.

 

397 d. C.

 

AURELIO AGOSTINO, Le confessioni (Rizzoli, Milano, 1978).

 

È il racconto più bello letterariamente e profondo filosoficamente di una «conversione» morale: dall’infanzia fino alle soglie della mezza età attraverso un’adolescenza e una giovinezza insidiate da una malattia della «carne» che già nella maturità rivela sempre di più la sua reale natura di malattia dello «spirito». Dai casi individuali autobiografici spesso Agostino arriva a discussioni etiche generali, e anche a un metafisica, quella - famosa - sull’essenza del Tempo.

È uno di quei libri tanto tanto profondi, che se uno non muore giovane e accumula gli anni come è accaduto a me, può, ad ogni nuova lettura,  continuamente capirlo di più... perchè bisogna avere avuto delle esperienze di vita per capire quelle che lui racconta... Lui lo ha scritto a 44 anni e il racconto parte dalla piccola infanzia fino ai 33 anni. Per me questa è l'autobiografia perfetta, in cui i vari piani o strati o “foglie di cipolla” della vita sono collegati tra loro , integrati... l'osservazione di un oggetto materiale come una finestra e ringhiera, ai moti del cuore, ai ricordi vicini e lontani, e poi la ascesa del pensiero e della fede verso Dio... con (secondo me) grande  bellezza letteraria perchè lui , Agostino, era se mai uno c'è stato, vero Maestro di Retorica...

 

1273

 

TOMMASO D’AQUINO, Somma Teologica (Salani, Firenze, 1965).

 

Mai nessun filosofo è stato così sistematico (ordinato, completo, chiaro, distinto, mai contraddittorio) come lui. Del suo capolavoro ti consiglio la Pars secunda, dedicata all’etica. Per millenni siamo stati abituati a predicazione del cristianesimo del tipo dualista-ascetizzante. Stupisce, in Tommaso, vedere quanto spesso e con quale profondità egli rigetti i luoghi comuni del dualismo. Egli infatti, oltre alla Bibbia e al pensiero dei padri della chiesa, ha come fonte primaria l’Etica a Nicomaco di Aristotele. Un po’ come per l’Etica aristotelica qui, per ragioni di opportunità, devo contenere la recensione ai soli titoli dei contenuti: la felicità come ultimo fine unico ed universale per tutti gli uomini; la felicità è distinta dalla gioia che è solo la sua risonanza soggettiva; la felicità è un particolare atto conoscitivo della ragione; trattazione degli atti volontari e di quelli involontari; le circostanze degli atti morali; definizione di volontà e della sua libertà; valore morale dell’intenzione; le fasi della scelta deliberata; atti eliciti e atti imperati; bontà, malizia, merito e demerito degli atti morali (atti intrinsecamente buoni o cattivi; non esistono atti moralmente indifferenti; né la sola intenzione né il solo oggetto rendono buono un atto; anche la coscienza erronea obbliga moralmente); le passioni in generale; le passioni non sono in sé né buone né cattive; l’amore passione; l’odio; la concupiscenza; il piacere; la tristezza; bontà e malizia presenti nel piacere e bontà e malizia presenti nella tristezza; la speranza come passione e disperazione; il timore; l’audacia; l’ira; virtù e vizi come habitus morali; abiti e atti; la virtù in generale; la virtù in generale; virtù attive, contemplative, teologali; il giusto mezzo nella virtù; la connessione reciproca tra le varie virtù; il vizio in generale; cause del vizio; connessione reciproca tra i vari vizi; gli effetti del vizio e cioè la malattia, l’ignoranza, la tristezza cattiva e la morte; la legge morale e i suoi vari significati; la grazia come aiuto di Dio all’uomo e nell’uomo; la virtù teologale della fede e le virtù contemplative ad essa connesse, cioè l’intelletto e la scienza; i peccati contro la fede; la virtù teologale della speranza; peccati contro la speranza; la virtù teologale della speranza; peccati contro la speranza; la virtù teologale della carità (la caritas è ciò che Aristotele chiama jilia cioè amicizia; la carità verso Dio deve precedere la carità verso sé stesso e la carità verso sé stesso deve precedere la carità verso il prossimo; il retto ordine della carità secondo le varie situazioni morali e sociali; la dilectio quale atto principale della carità, distinto dalla benevolenza); le virtù attive connesse alla carità, e cioè la pace, la beneficenza, la misericordia, la correzione fraterna; la virtù contemplativa connessa alla carità, e cioè la sapienza; i vizi opposti alla carità, e cioè l’odio cattivo, l’accidia, l’invidia, la discordia, la contesa, la guerra, lo scandalo; la virtù cardinale - cioè principale - della prudenza e le virtù secondarie ad essa connesse; i vizi opposti alla prudenza, e cioè l’imprudenza, la negligenza, l’astuzia fraudolenta; la virtù cardinale della giustizia e le virtù secondarie ad essa connesse, e cioè la religiosità, la pietà, l’obbedienza, la gratitudine, la veridicità, l’affabilità; i vizi opposti alla giustizia, e cioè l’irreligiosità, la disobbedienza; l’ingratitudine, la vendetta, la menzogna, la iattanza, l’adulazione, la litigiosità, l’avarizia; la virtù cardinale della forza e le virtù secondarie ad essa connesse, e cioè il martirio, la magnanimità, la magnificenza, la pazienza, la perseveranza; i vizi opposti alla forza, e cioè la viltà, la temerarietà, la presunzione, l’ambizione, la vanagloria, la grettezza, l’incoerenza o mollezza, la testardaggine; la virtù cardinale della temperanza e le virtù secondarie ad essa connesse, e cioè la verecondia, l’onestà, la castità, la continenza, la clemenza e la mansuetudine, la modestia, l’umiltà, la laboriosità; i vizi opposti alla temperanza, e cioè la voracità, l’ebrietà, la lussuria e le sue specie, l’incontinenza, l’iracondia, la crudeltà, la ferocia, la superbia (il più grave tra tutti i peccati spirituali così come, in generale, i peccati spirituali sono più gravi di quelli carnali), la curiosità invadente.

 

1304 - 1313

 

DANTE ALIGHIERI, Inferno e Purgatorio (a cura di U. Bosco, Le Monnier, Firenze, 1989).

 

Anche per un italiano il testo poetico dantesco non è di facile comprensione; però abbiamo molti commenti e parafrasi esplicative che facilitano la lettura. Il viaggio di redenzione della propria natura umana dalla «selva selvaggia» della perversione fino alla «selva spessa e viva» della guarigione è da Dante percorso in due scenari indimenticabili: quello «senza stelle» dell’imbuto roccioso dell’Inferno, e quello aurorale e rugiadoso della montagna del Purgatorio. Personaggi provenienti da migliaia di anni di storia sia reale che letteraria sono dal poeta incontrati, ciascuno segnato da un suo vizio particolare, il quale pur non cancella la particolare virtù residua. Dall’inizio drammatico fino alla rasserenata conclusione il pellegrino è guidato da Virgilio - maestro, amico, madre, padre - allegoria della Ragione Naturale.

 

1530

 

FRANCESCO GUICCIARDINI, Ricordi (Sansoni, Firenze, 1951).

 

Più profondo, secondo me, degli altri «moralistes» del XVI-XVII secolo (Machiavelli, Montaigne, Pascal, Gracian, Mazzarino, La Rochefoucauld, La Bruyere) Guicciardini - uomo politico del Rinascimento - ci lascia considerazioni acute sui vizi della generalizzazione, della previsione e dell’idealizzazione, e sui pregi della distinzione razionale e della speranza.

 

1603

 

WILLIAM SHAKESPEARE, Macbeth (Rizzoli, Milano, 1981).

 

È questa la tragedia del rimorso che, direi quasi, incarna poeticamente alcuni concetti che saranno della psicanalista Melanie Klein. Re Macbeth e sua moglie, spergiuri ed omicidi, sono tormentati prima che dai nemici esterni dalla propria coscienza morale, la quale, pur di non essere seppellita e distrutta dalle loro parti cattive, fa perdere loro la ragione e li dà in potere ai nemici esterni, in fondo più clementi. Giustamente Freud ha analizzato il Macbeth (Coloro che soccombono al successo, 1916) mostrando che è proprio il successo esterno dei loro intrighi a far impazzire i due coniugi diabolici, perché è tale successo esterno (con la conseguente cessazione delle critiche correttive da parte del contesto sociale) a far sentire alla coscienza morale più grande il pericolo di essere sopraffatta. Tema già trattato dall’antico Platone nel Gorgia.

 

1759

 

M. DE VOLTAIRE, Candido ovvero l’ottimismo (Einaudi, Torino, 1983).

 

In questo breve romanzo «philosophique», l’«ottimismo» che viene preso in giro è quello astratto di chi - per pigrizia, angoscia, arroganza - dalla giusta affermazione universale «Tutto è fondamentalmente volto al Bene in sé» passa subito e senza mediazione all’affermazione particolare «Dunque, anche questo singolo fatto è per forza un bene per me», confondendo così il piano della conoscenza col piano della volontà. Ma il «pessimismo» di Voltaire, in questo senso avvertimento salutare, non può criticare filosoficamente (anche se può sbeffeggiare salottieramente) l’ottimismo concreto e realistico che accetta tutte le complesse mediazioni della storia, sul piano conoscitivo, e, sul piano pratico, tiene ferma l’intransigenza del giudizio morale.

 

1776

 

ADAM SMITH, Ricerca sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni (Mondadori, Milano, 1977).

 

Di quest’opera, che sta all’origine della scienza economica, leggi solo il primo libro, sintesi dei seguenti vari argomenti: la natura umanistica ed immateriale della ricchezza (del Valore); la necessaria divisione e specializzazione del lavoro (contro le utopie malate di onnipotenza); la convergenza antidualistica tra interesse individuale («egoistico») e interesse della società («altruistico»); l’esaltazione della libertà individuale, nella convinzione che dalle distinzioni certamente si arriva all’unità, e questo grazie alla volontà dello spirito assoluto (la «mano invisibile») e non grazie alla velleità di qualche individuo empirico malato di onnipotenza (governo, istituzione religiosa, ideologia politica).

 

1788 - 1790

 

BENJAMIN FRANKLIN, Autobiografia (Rizzoli, Milano, 1967).

 

Leggendo la vita di B. Franklin ho provato simpatia e stupore. Un ragazzo e poi un uomo che gode dei beni della Terra, li ama veramente perché vuole perfezionarli, moltiplicarli, diffonderli alle altre persone. I cupi ed ascetizzanti spiritualisti non riusciranno mai ad apprezzare un documento del genere. Esso è infatti una continua confutazione della loro concezione. Ed è una conferma della mia simpatia - già espressa in alcune parti della lettera - per la limitata virtù delle «cose» (la tecnologia, i beni di consumo) e per la forza catartica del lavoro (lavoro variato, amato, creativo che permette - assieme alle altre condizioni - di essere continuamente «giovani»). Colpisce anche il racconto della sua adolescenza: da subito sotto contratto, avviato al mestiere del tipografo, appassionato lettore, amabile compagno, infaticabile lavoratore, prudente consumatore, poeta, giornalista, inventore, viaggiatore, manager. Povero, ma pieno di arti, diventerà ricco; egli sa imparare e sa sperare. Cerca il benessere fino nei dettagli: i vestiti, la dieta, gli orari, gli accessori. Ha fiducia nelle proprie capacità e ha fiducia nel mondo: dunque è capace di tollerare gli aspetti negativi delle altre persone e di concentrarsi solo sugli aspetti positivi. Il suo odio non è per le persone ma per costumi e per le istituzioni irrazionali ed arbitrari, autoritari, inefficienti, o «tirannici», come egli dice. La sua lotta per la libertà è essenzialmente lotta contro l’irrazionalità. (Eppure, se per tanti versi, sentiamo Benjamin Franklin vicino, per altri lo sentiamo lontano: nei suoi racconti compaiono amici e compagni meno fortunati e meno «razionali» di lui; lui non li danneggia né li condanna né li odia, ma, vedendo che la salute e la prosperità non è in loro, li abbandona alle loro vie oscure e li dimentica, mentre la sua attenzione è attratta da nuovi progetti, nuove iniziative, nuove efficienze).

 

1830

 

GEORG WILHELM FRIEDRICH HEGEL, Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio

(Laterza, Bari, 1983).

 

Di questo capolavoro del grande filosofo, ti consiglio la lettura dei paragrafi dal 377 al 412, cioè: l’introduzione alla filosofia dello spirito; lo spirito in quanto immediatezza e cioè la psiche. È una lettura difficile - Hegel è un filosofo molto (e volutamente!) difficile nell’espressione, e questo è un suo grande difetto - ma, diversamente da quei testi che sono difficili solo per snobismo e per nascondere la propria vuotezza, qui c’è sostanza. Nei paragrafi consigliati, Hegel critica la psicologia dell’empirismo; tiene conto del dramma vissuto nei primi rapporti interpersonali (quelli con la madre); difende la monadicità e l’irriducibilità dello spirito.

 

1831

 

GEORG WILHELM FRIEDRICH HEGEL, Lezioni sulla filosofia della storia

(La Nuova Italia, Firenze, 1981, vol. 1°).

 

Di quest’altra opera hegeliana leggi solo l’Introduzione generale (circa 130 pagine, se si esclude il capitolo sullo Stato che è il più confondente e, per il nostro discorso, il meno pertinente): troverai ancora la definizione dello spirito concreto; e poi l’idea che la storia è razionale (è necessaria e non è contingente); lo statuto metafisico dell’individuo; il concetto di sviluppo e di progresso (che vale sì per la storia collettiva ma anche per quella dell’individuo).

 

ed  1840

 

ALESSANDRO MANZONI, I promessi sposi

(La Nuova Italia, 1990).

 

Vicenda inventata - un matrimonio contrastato di due contadini oppressi da un tirannello vizioso: è il secolo XVII - la cui caratteristica principale è però il realismo. Come scriveva lo stesso autore:

 

«Quanto allo svolgimento degli avvenimenti, e all’intrigo, credo che il mezzo migliore per non fare come gli altri stia nel considerare nella sua realtà il modo di agire degli uomini, e di considerarlo soprattutto in ciò che ha di opposto allo spirito romanzesco».

 

E per Edgar Allan Poe il prestigio maggiore del romanzo di Manzoni era «la cognizione di vera vita vissuta». Colpisce l’amore di Manzoni per l’idea che gli uomini hanno tutti una eguale dignità: non c’è nessuna tipizzazione morale e psicologica basata sullo status sociale dei personaggi. Principi e contadini, dotti e analfabeti, impetuosi e miti, maschi e femmine, vecchi e giovani: nessuna di queste condizioni determina il bene o il male degli individui; il loro valore morale è, appunto, completamente individuale e non afferente a «tipi». E non è «ideale», perché in ciascuno il bene è, in varia forma, mescolato al male. Colpisce anche la fiducia nella bontà dell’essere (la cosiddetta «Provvidenza» manzoniana): il male, anche nelle sue sfumature ambigue che a volte oscillano tra commedia e tragedia, è rappresentato con crudezza e senza pregiudizi bigotti. Eppure c’è il bene, non determinato dai progetti dei singoli uomini in quanto progetti, ma c’è: una voce amica in mezzo a un coro ostile; una persona sconosciuta che offre i suoi servigi durante un pericolo; un contrattempo o un dolore che poi si rivelano occasioni per scampare il vero male; un desiderio di bontà (di essere amati e di potere amare) sepolto ma presente anche negli spiriti più pervertiti. Se la trama delle vicende narrata è attraente (Goethe, a proposito de I promessi sposi, confidava all’amico Eckermann: «L’impressione che si riceve dalla lettura è tale che si passa continuamente dalla commozione alla meraviglia e dalla meraviglia alla commozione, e da questi due grandi affetti non s’esce mai.»), a me interessano di più le numerose considerazioni di etica, a volte brevissime e a volte più lunghe, che l’autore fa riservandosi un «cantuccio» di filosofico commentatore.

 

1841

 

RALPHO EMERSON, Storia (in Natura e altri saggi, Rizzoli, Milano, 1990).

 

È un breve saggio sul concetto di storia che, valendosi di spunti hegeliani, anticipa alcune dottrine di Benedetto Croce: tutta la storia passata è storia contemporanea. Scrive Emerson:

 

«Occorre che si legga la storia in maniera attiva, non passivamente; tener presente che è la nostra vita che fa da testo, mentre i libri forniscono solo il commento. Costretta in tal modo, la Musa della storia pronunzierà allora oracoli che mai potrebbe offrire a chi non avesse rispetto di sé stesso. Non m’aspetto che diventi un buon lettore di storia chi pensasse che ciò che fu compiuto in un’epoca remota da uomini i cui nomi sono poi risuonati famosi abbia un più profondo significato di quello che egli stesso sta operando quest’oggi, in questo momento. in senso proprio non esiste la storia, esiste solo la biografia. Ciò che la mente singola non vede, ciò che essa non vive, non riuscirà mai a conoscerlo».

 

1864

 

ALESSANDRO MANZONI, Storia incompleta della Rivoluzione Francese (Bompiani, Milano, 1985).

 

Un esempio, secondo me convincente, di confutazione della teoria irrazionalistica per la quale per fare cambiamenti buoni nella società bisogna essere immorali. Con puntiglio Manzoni osserva come i vari comportamenti immorali dei rivoluzionari del 1789 ostacolarono e non favorirono quel miglioramento della società francese cui pure tutti genericamente aspiravano. Miglioramento che ci fu, ma grazie agli atti morali, e nonostante quegli altri.

 

1862 -1871

 

LEWIS CARROL, Alice nel Paese delle Meraviglie e attraverso lo specchio (Mondadori, Milano, 1978).

 

Personaggi e scenari fantastici tra cui si aggira Alice sono una delle più efficaci ipotiposi di quell’«inglesità» che ora fa parte dei modelli ideali di molte altre culture nazionali. La tecnica narrativa riproduce bene il processo con cui tutti noi, durante il sonno, sogniamo. Il messaggio è il tentativo dell’autore di mostrare ai bambini anagrafici e soprattutto al bambino che è dentro ciascuno di noi adulti, che il cosiddetto mondo adulto, o anzi la realtà tout-court, per quanto molto complessa e conflittuale, nel suo fondo non è cattiva; in essa è legittimo piangere ma illegittimo disperarsi.

 

1866

 

F. DOSTOEVSKI, Delitto e castigo (Sansoni, Firenze, 1962).

 

Come Macbeth è la tragedia del rimorso, così Delitto e castigo ne è il romanzo: gli esiti sono diversi perché il re di Scozia non si ravvede mentre lo studente omicida Raskol’nikov pare che possa ravvedersi. Ma in entrambi i personaggi la verità mostra la sua natura - al di là di tutte le sceneggiate solamente esterne - irriducibile ed insopprimibile; entrambi quasi cercano e implorano di essere puniti, per sfuggire al rimorso. Ma non è, in sé stessa, la punizione esterna a salvare, bensì è una decisione interiore. Dostoevski suggerisce che questa decisione interiore può essere presa da Raskol’nikov perché questi incontra Sonja, una persona da cui è amato e che forse può cominciare ad amare.

 

1886

 

LEV TOLSTOI, La morte di Ivan Illic (Garzanti, Milano, 1988).

 

Racconto lungo o romanzo breve è comunque un piccolo efficace congegno narrativo. La vita di un uomo completamente «comune» o «normale» viene vista dal di dentro e ciò che si scopre è che il cosiddetto «uomo comune» è un’illusione: ogni e ciascun uomo ha sempre nella sua vita un mistero di avventura, di tragedia e di gioia. Anche questa è la storia di un progresso morale.

 

1888 - 1889

 

OSCAR WILDE, Aforismi (a cura di A. Falzon, Mondadori, Milano, 1987).

 

Raccolte dalle sue varie opere, queste sentenze di Oscar Wilde, così piene di wit, si rivolgono contro un nemico che è anche il nostro: il luogo comune.

1908

 

BENEDETTO CROCE, Filosofia della pratica (Laterza, Bari, 1955)

 

Croce, secondo me, è l’ultimo grande filosofo in senso stretto. Per me Sigmund Freud è un pensatore certamente molto più grande di lui, ma Croce ha un vantaggio su Freud: quello di collegarsi esplicitamente e non solo di fatto, in tutte le sue opere, alla millenaria precedente storia del pensiero, cosa che Freud fa solo molto sporadicamente e a volte con incompetenza; e di presentare ancora un’intera «enciclopedia delle scienze filosofiche» come risultato della discussione degli altri grandi filosofi. Questo libro è un sistematico trattato di etica «idealistica» e cioè antidualistica nel senso spiegatoti nella mia lettera. Esso e l’Introduzione alla psicanalisi di Freud sono, secondo me, due libri essenziali che un nuovo filosofo morale - conoscitore dell’Etica di Aristotele e della Seconda pars di Tommaso - dovrebbe considerare come immediati antecedenti nel suo tentativo di elaborare una nuova teoria etica. Tra le idee caratteristiche eccone alcune. Netta distinzione tra teoria e pratica (conoscenza e volontà): non esiste una teoria meravigliosa e sviluppata che possa sostituire la pratica, né esiste una pratica meravigliosa e sviluppata che possa sostituire la teoria; la pretesa di eliminare una delle forme dello spirito a pro dell’altra filosoficamente è un errore - neologismo, marxismo, pragmatismo, neopositivismo - ed esistenzialmente è una malattia della personalità. Una conseguenza è che, se la teoria è condizione della pratica - non esiste cioè una pratica separata e autarchica, «cieca» - mai però la determina, altrimenti la pratica sarebbe solo un futile duplicato della teoria, quando invece essa è un’originale novità. D’altra parte la condizione conoscitiva c’è sempre, non esiste mai una «vacanza» dell’intelletto: «pulsioni», «istinti», «passioni», non sono forme di «volontà» (appetito, tendenza pratica) indipendenti dalla conoscenza; anche questi moti sono preceduti da percezioni, concetti, giudizi e sillogismi, anche se a livello molto frammentato e apparentemente disordinato e dunque poco conscio o inconscio (le «petites perceptions» di Leibniz). La libertà non è l’occamista «arbitrium indifferentiae» e sottostà, invece, al destino, alla necessità. Ma: il destino e la necessità, a parte il sapere nudamente che esistono, nessuno sa quali in concreto siano, cosa dicono. Inoltre nella necessaria serie causale entrano come cause principali delle azioni e degli stati emotivi del soggetto proprio le sue volizioni. E infine: essendo ogni serie causale infinitamente complessa, sconosciuta e - soprattutto - unica ed irripetibile, «libertà» vuol dire identità con sé stessi, con la propria storia, perché nessuna forza al mondo può - per dir così - «ripetere» o «manipolare» la serie causale che porta alla mia persona: può, al massimo, contribuire a un’altra e nuova serie, al quale è però - appunto - un’altra. Le «passioni» non sono etimologicamente una «passività» del soggetto rispetto agli stimoli dell’ambiente o del proprio corpo ma sono volizioni - cioè azioni - in potenza, che non si realizzano cioè non contribuiscono a costruire la realtà e dunque lo sviluppo della persona, quali che siano le illusioni degli accadimenti solamente esterni, fino a quando rimangono in una disordinata molteplicità. L’azione rimane azione in potenza, e dunque «passione», fino a quando è isolata, non integrata secondo il giusto suo ruolo, secondo il suo giusto contributo costruttivo, con tutte le altre potenzialità della persona.

 

1914 - 1915

 

JAMES JOYCE, Ritratto dell’artista da giovane (Newton Compton, Roma, 1989).

 

È la storia di un bambino, di un ragazzo, di un giovane uomo - Stephen Dedalus - che, in maniera confusa e contraddittoria, faticosa e a volte dolorosa, sente esplicitamente - come una missione! - la presenza del Valore nella infinitamente multiforme e caramente amata realtà quotidiana della sua cittadina, della sua gente. Il fatto di sentire esplicitamente l’attrazione del Valore gli fa accompagnare le sue varie «conversioni» - sia dentro che fuori le ideologie correnti, comunque ultimamente di carattere personale - con atti della volontà e tentativi di teorie. Ma lo spirito soffia dove vuole e le «conversioni» di Dedalus - sensuale, religiosa, filosofica, artistica - sono, prima di tutto in lui stesso, imprevedibili.

 

1915

 

SIGMUND FREUD, Lutto e melanconia (Boringhieri, Torino, 1976).

 

Bisogna distinguere due dolori (angosce, tristezze, ecc.) assai diversi tra loro: un dolore sano dovuto alla perdita di un oggetto amato realmente buono e realmente sentito come buono; e un dolore malato dovuto alla perdita di un oggetto amato creduto buono ma in realtà cattivo.

 

1915 - 1922

 

SIGMUND FREUD, Introduzione alla psicanalisi (vecchie e nuove lezioni) (Boringhieri, Torino, 1988).

 

Tanta capacità di sintesi del pensiero altrui e tanta originalità di creazione del pensiero proprio non c’era, a mio giudizio, dal tempo di Aristotele. È questo un compendio preciso e chiaro di quasi tutte le dottrine freudiane, scritto dal loro stesso autore. Thomas Mann scrisse: «Siamo certi che, se mai alcuna impresa della nostra specie umana rimarrà indimenticata, questa sarà proprio l’impresa di Sigmund Freud che ha penetrato le profondità dell’anima umana.» Forse Mann esagera (e il Vangelo? e Aristotele?) nei paragoni storici; ma io sono propenso a concordare con la sua affermazione «noi tutti non potremmo neppure immaginare il nostro mondo spirituale senza la coraggiosa opera che Freud ha svolto nell’arco della sua esistenza». Per me uno degli attuali compiti della filosofia è cercare di integrare i contenuti dell’opera di Freud - personalmente ancora troppo vincolato alla rozza metafisica del Positivismo ottocentesco - con l’impianto metafisico e con alcuni risultati particolari della tradizionale storia della filosofia.

 

1917

 

BENEDETTO CROCE, Teoria e storia della storiografia (Adelphi, Milano, 1989).

 

È il libro fondamentale per sapere cosa è la storia (nel senso di storiografia) e per distinguerla sia dalla cronaca filologica sia dalla retorica politica. S’introduce la confutazione della «filosofia della storia» di tipo dualistico-teologico, e dunque si raggiunge la visione, più moderna, dell’immanentismo gnoseologico. Si insegna come le scelte della materia storiografica e della periodizzazione siano convenzionali, ma non siano arbitrarie. Soprattutto, si mostra la genesi spirituale (il documento è interno e non esterno) del processo storiografico, avvicinandosi all’idea di Freud della contemporaneità dell’inconscio: «qualsiasi storia passata è storia contemporanea».

 

1922

 

BENEDETTO CROCE, Frammenti di etica (in Etica e politica, Laterza, Bari, 1981, prossimamente in ristampa per le edizioni Adelphi di Milano).

 

Questi Frammenti sono, secondo me, un notevole esercizio letterario in cui, con profondità filosofica, si affrontano in 2, 3, 4 pagine al massimo i più classici problemi della morale, in tutto una cinquantina. Acutezza d’intuito psicologico, rigore di coerenza logica, splendore dello stile ne fanno un libretto da consigliare a chi non predilige particolarmente la maniera di scrivere tipica dei filosofi e il genere letterario del «trattato».

 

1922

 

JOHN DEWEY, Natura e condotta dell’uomo

 

Americano, Dewey, era il filosofo contemporaneo che Croce più apprezzava. Gli intenti principali di questo libro sono: integrare etica e nuove psicologie dinamiche; confutare i due principali esiti dell’errore dualistico, e cioè l’utilitarismo induttivista e lo spiritualismo deduttivista; mostrare la convergenza e anzi coincidenza tra vero empirismo e vero idealismo. Come nel XVII secolo pochissimi pensarono che il fatto più importante e duraturo nelle conseguenze era la scoperta della nuova scienza naturale di Galilei e Newton, e non le guerre di religione, così nel XX secolo non è facile vedere come le guerre nazionalistiche e la lotta di classe economica sono gli ultimi eventi del passato, mentre il futuro è stato aperto dalle “nuove scienze” dell’uomo: psicanalisi, antropologia culturale, sociologia. La psicanalisi ha intuito che esiste un inconscio e che esso dipende dalle relazioni interpersonali; ma nella psicanalisi rimangono residui positivistici, come l’idea che esista una forza psichica separata - le cosiddette pulsioni istintuali - quando invece, per Dewey, le pulsioni non sono innate, né sono in numero fisso, ma sono infinite e plastiche, in quanto non sono altro che le risposte individuali all’ambiente che sempre cambia. Come Croce, Dewey combatte l’idea di una perfezione realizzabile in situazioni storiche e particolari, di un momento della storia che sia definitivo ed appagante: l’errore centrale della morale è «la supposizione che una cosa che venga trovata vera sotto certe condizioni, debba subito venire affermata tale universalmente o senza limiti e condizioni.» Il fine morale non è la cessazione dell’attività: «se è meglio viaggiare che arrivare, cioè avviene perché il viaggiare è un continuo arrivare, mentre l’arrivo che preclude viaggi ulteriori si ottiene nel modo più semplice andando a dormire o morendo.»

 

1925

 

MAHATMA GANDHI, Un’autobiografia: la storia dei miei esperimenti con la verità

(trad. it. La mia vita per la libertà, Newton Compton, Roma, 1988).

 

Per documentare come la forza possa essere non-violenta, ed essere intransigente, pronta, ferma, audace, questo è il libro migliore. Gandhi è stato il leader politico che diede impulso e conseguì l’indipendenza politica dell’India dal più grande impero coloniale del mondo, quello britannico. Anche oggi, come ai tempi di Pericle o di Nerone o di Dante o di Machiavelli c’è chi sostiene la falsa e superficiale tesi secondo la quale i crudeli, i violenti, gli avidi sarebbero i migliori leader politici, secondo la quale l’aggressione distruttiva sarebbe l’unica forma di forza e di coraggio, mentre bontà, mitezza, giustizia, pace sarebbero cose fiacche, deboli, stupide. E anche oggi questa tesi viene sostenuta non solo dai guerrieri e dai mercanti d’armi e dai politici corrotti dalle lobby dei guerrieri e dei mercanti, ma anche - e questa è la cosa più dolorosa - dai cosiddetti intellettuali che credono di aver scoperto una preziosa, spregiudicata, originalissima e nuova e profonda verità dicendo che «il fine giustifica i mezzi», che «non si governa coi paternoster», che «quando ce vo’, ce vo’», e che si estasiano di fronte al «decisionismo», a Von Clausewitz, a Carl Schmitt, a Nietzche, al nazista Heidegger e al fiancheggiatore nazista Jünger, eccetera. La vita di Gandhi però - che è storia e non romanzo o dottrina teorica; che appartiene al nostro secolo e non a un favoloso passato - mostra coi fatti che tale tesi è falsa. Mostra, anche, con l’autorità della storia, la verità della filosofia. La forza è sinonimo di pazienza e non di impulsività. Il coraggio riguarda essenzialmente la disponibilità a morire per un ideale di verità, mentre chi distrugge la vita degli altri è spesso, almeno in parte, un vile. La verità è una forza magari inizialmente sommessa e invisibile, ma ultimamente invincibile, perché è costante, mai non tace, attrae continuamente qualcosa che sta all’interno del cuore di tutti gli uomini. La verità, però, è forza necessaria ma non sufficiente per vincere il male e muovere verso il bene la storia: ci vuole anche l’amore, perché solo con l’amore si riesce ad avere la capacità di fare giusti compromessi, di attendere, di ascoltare, di sperare nel futuro, di riconoscere anche i minimi segni di bene in mezzo alle reazioni più ostili e indifferenti degli altri. Gandhi, questo pacifista, non era un apatico o atarattico saggio stoico o un querulo e vuoto asceta moralista, né un inconcludente e bambinesco «mistico»: per lui la pace, la non violenza era testimonianza diretta di coinvolgimento razionale ed emotivo, e non di ascetico e «saggio» straniamento. Per lui era lotta eroica contro un nemico pericoloso, e non olimpico distacco. Due virtù risplendevano tipicamente in Gandhi: l’insofferenza profonda e spontanea, irrefrenabile, per ogni forma di ingiustizia, nelle grandi come nelle piccole cose. E poi una crescente compassione universale per le sofferenze umane. Egli inventò il «Satyagraha», che in italiano, ancor meglio che con «resistenza passiva», si traduce con «fermezza nella verità». Come Seneca e come Benjamin Franklin considerava la vita, oltre che come una missione, anche come un continuo interessante «esperimento»: sperimentava continuamente nuove cose per trovare le cose migliori: vari tipi di lavoro artigianale manuale; forme di meditazione e di preghiera; digiuno dimostrativo; forme di resistenza passiva; medicina naturale e psicosomatica; nuovi rapporti con le donne; nuovi rapporti con figli naturali e figli adottivi; nuove forme di castità; nuove forme di povertà; fino ad arrivare a dettagli minori e forse stravaganti come il vegetarianismo (anche Seneca e B. Franklin furono vegetariani). Non pensò mai di propagandare una presunta sapienza «mistica» dell’Oriente aristocraticamente ed astrattamente segregata da quella dell’Occidente: sempre insistette, anzi, nel dire che egli era riuscito ad essere quello che fu grazie all’educazione che aveva avuto nel sistema culturale inglese, grazie al liberalismo e al garantismo giuridico occidentale in genere e britannico in specie; riuscì anzi a scoprire le cose buone della tradizione orientale - che altrimenti sarebbero state in lui morte e addirittura disturbanti - grazie alla filosofia e alla religione occidentali. In questa autobiografia Gandhi racconta anche come riuscì lentamente ma realmente e decisamente a guarire dal disastro morale della sua infanzia e della sua adolescenza: e ci riuscì grazie all’amicizia delle persone buone, grazie ad alcune esperienze di dolore che riuscì a interiorizzare e trasformare, grazie al quotidiano sforzo di meditazione ed introspezione, grazie al lavoro, grazie al coinvolgimento in una lotta eroica per il bene comune suo e della sua gente.

 

1931

 

BENEDETTO CROCE, Le due scienze mondane: l’estetica e l’economia

(in Ultimi saggi, Laterza, Bari, 1955).

 

In questo breve scritto, trattando di due categorie del suo sistema filosofico, Croce ci dà un’efficace critica di alcune tipiche opposizioni dualistiche: Natura/Spirito; Sensazione/Pensiero; Utile/Buono; Oggetto/Soggetto.

 

1932

 

SANDOR FERENCZI, Diario Clinico (Cortina, Milano, 1988).

 

Questo discepolo e collaboratore di Freud ci ha lasciato un diario delle sue ultime psicanalisi. Notevole è l’urgenza che egli sente di approfondire, assieme alla comprensione del paziente, la comprensione di sé. Notevole è la delicata e commossa sensibilità per il dolore e le speranze dei pazienti. Molto notevole è questo concetto: al di là di ogni narcisismo di ruolo, il percorso di guarigione avviene attraverso un paritario patto di alleanza tra guaritore e malato, in cui la libertà è massima, in cui la lotta e il coinvolgimento emotivo sono comuni. La cura non è solamente una «prestazione tecnica» da un soggetto A a un soggetto B, ma è anche la reale condivisione di un periodo della propria vita tra due persone che percorrono due paralleli, per quanto magari molto differenti, processi di maturazione.

 

1933

 

HAN KELSEN, L’amor platonico (Il Mulino, Bologna, 1985).

 

Kelsen è considerato il più importante studioso di teoria giuridica del Novecento. Essendo stato favorevolmente impressionato dalla psicanalisi, scrisse un libro di filosofia - questo - per le edizioni di Freud. In questo libro Kelsen analizza il dualismo metafisico, logico ed etico di Platone: in metafisica il dualismo porta a un escatologismo ingenuo, alla negazione della storia e a un sostanziale pessimismo; in logica il dualismo porta a un «panlogismo», cioè a un esasperante intellettualismo che, incapace di comprendere la realtà attraverso le sue astrattissime categorie, sfocia necessariamente, per una sorta di «nostalgia della realtà», nella mistica. In etica il dualismo tra spirito e natura porta a una condotta di vita distruttiva sia nell’ambito privato sia nell’ambito pubblico. Nell’ambito privato l’idealizzare l’oggetto d’amore e il disprezzarne la concretezza (e cioè sia la multivocità ed imprevedibilità dei suoi beni, sia la presenza in esso anche dell’imperfezione, del dolore, della cattiveria, della grettezza, della stupidità, della debolezza) induce a desiderare oggetti d’amore non-umani, perfettamente forti, belli, giovani e incantati dal piacere continuo, però irraggiungibili dall’affetto umano (da quella «jilia» di Aristotele che Tommaso d’Aquino traduce con «caritas») e raggiungibile solo dall’«erwz» e cioè da proiezioni eccitate e unilateralmente sensuali. L’iperspiritualismo teorico si converte dunque, come è caratteristico del dualismo, in ipermaterialismo pratico. Nell’ambito pubblico il dualismo che separa il bene assoluto dal male assoluto porta a una concezione della società che, da una parte, è antidemocratica e divide i cittadini tra i pochissimi «perfetti» che comandano e i molti «imperfetti» che obbediscono, e, dall’altra, è una concezione totalitaria la quale, negando la complessità della storia (Platone, un po’ come Pol Pot in Cambogia, voleva mandare via dalla sua repubblica ideale tutti gli adulti formatisi in periodo precedente, per poter plasmare ex novo i fanciulli), vuole imporre a tutti gli infinitamente diversi ambiti della vita la stessa astratta e semplicistica idea di «Bene».

 

1934

 

KARL POPPER, La logica della scoperta scientifica (Einaudi, Torino, 1970).

 

Popper è considerato il più importante filosofo della scienza del Novecento. Di questo libro, che è il suo fondamentale, ti consiglio la lettura della Prefazione della prima edizione inglese e dei primi cinque capitoli (anche del resto se hai una forma mentis di tipo matematico, perché qui spesso è usata la logica simbolica). L’idea centrale è che una qualsiasi verità è tale non perché può essere «verificata», cioè osservata in tutti i casi reali, che sono infiniti e che richiedono dunque un impossibile processo di osservazione infinita, ma perché può essere «falsificata», cioè è aperta alla confutazione da parte di quei singoli casi o di quel singolo caso in cui essa non può essere osservata. Il progresso della conoscenza non avviene dunque per un accumulo di osservazioni ma per una successiva sostituzione di teorie: se una teoria è vera proprio in quanto può essere falsificata da un’osservazione individuale, e dunque bisogna elaborare una teoria più complessa che comprenda in sé sia la precedente teoria sia la nuova osservazione. Diversamente dagli empiristi e dai positivisti per Popper la conoscenza parte dalla teoria e non dall’osservazione empirica: egli cita il poeta romantico Novalis: «le teorie sono reti, solo chi le butta pesca». Come arrivare ad elaborare una nuova teoria? Con due movimenti. Il primo è confrontarsi spregiudicatamente con le teorie degli altri pensatori presenti e passati. Il secondo - e Popper qui cita esplicitamente Einstein - è il cercare un’«immedesimazione» (Einfühlung) con gli oggetti dell’esperienza. Cerco di traslocare una di queste idee di Popper dalla filosofia della scienza alla filosofia morale. Quando è vera una teoria etica («questo tipo di azione è buono»)? Non quando la si pensa osservabile in tutti i casi singoli, come recitava l’universalismo della filosofia tradizionale. Ma quando so che, se qui ed ora l’osservazione singola non falsifica la teoria e dunque la corrobora (vedo che questa azione è buona), so anche che il mio concetto di «buono» deve essere fatto in maniera tale da potere accettare che in un qualsiasi momento successivo un’altra osservazione singola renda falsa la teoria pur senza rendere falsa la prima osservazione (senza rendere cattiva la singola azione che, nella mia precedente osservazione, corroborava la mia teoria «questa classe di azioni è buona»). Il mio concetto di «buono» deve dunque essere legato all’individualità e alla continua novità della storia, senza per questo impedirmi di generalizzare quando il generalizzare è utile, quando cioè ho bisogno di comunicare e agire.

 

1937

 

SIGMUND FREUD, Analisi terminabile e interminabile (Boringhieri, Torino, 1979).

 

Il compito dello spirito che guarisce e il compito dello spirito che vuole essere guarito sono lunghi e complessi, richiedono tendenzialmente tutta la vita: non perché lo spirito sia impotente - il progresso e la guarigione sono reali: oggi meglio di ieri, domani meglio di oggi - ma perché il cammino di guarigione è una componente della vita stessa, e chi pensasse di ritenersi totalmente guarito non farebbe altro che dichiarare di aver smesso di vivere.

 

1937

 

SIGMUND FREUD, Costruzioni nell’analisi (Boringhieri, Torino, 1979).

 

Il progresso morale è - tra le altre cose - anche un progresso nella conoscenza della propria vita passata e presente: eppure questa conoscenza non è una «registrazione materiale» (cosa vorrebbe poi dire una simile cosa?) , ma è una ricostruzione di come gli eventi «materiali» sono stati soggettivamente interpretati e vissuti (o, per meglio dire, «intersoggettivamente», perché la ricostruzione implica sia il contributo del soggetto analizzato sia quello del soggetto analizzante).

 

1938

 

BENEDETTO CROCE, La storia come pensiero e come azione (Laterza, Bari, 1965).

 

Sono molti brevi saggi che indagano sulla natura della storiografia e della storia: la verità storica; la «necessità» storica; l’unicità dell’avvenimento storico e l’unicità ed irripetibilità del giudizio storiografico; il giudizio morale e quello teoretico sul passato; la storiografia come liberazione catartica dalla storia; il rapporto tra narrazione storica e convinzioni filosofiche dello storiografo; l’efficacia pratica e comunicativa di un’opera storiografica; e tanti altri (sono 53 saggi). Soprattutto, nel saggio primo e sistematico, Croce mostra come la verità storiografica sul passato nasca da un bisogno morale-psicologico della propria individuale ed attuale vita, bene avvicinandosi alla «regola fondamentale» delle associazioni libere che è alla base della tecnica analitica freudiana.

 

1939

 

JOHN RONALD REUEL TOLKIEN, Sulle fiabe (in Albero e foglia, Rusconi, Milano, 1988).

 

Il più grande filologo novecentesco della mitologia medievale scrive un saggio teorico sulla narrativa fantastica. Dopo una rapida e netta critica storica delle singole opere dell’antichità dell’Ottocento, Tolkien passa a confutare i luoghi comuni condivisi sia dalla paludata critica accademica sia dalla mentalità popolare, secondo cui il fantasy sarebbe letteratura solo per bambini, consolatoria e d’evasione. Positivamente poi Tolkien definisce i concetti di «subcreazione» e di «eucatastrofe» propri dell’attività della fantasia. Sul Tolkien romanziere, e non sul saggista, mi soffermerò meno brevemente più sotto.

 

1939

 

KAREN HORNEY, Nuove vie della psicanalisi (Bompiani, Milano, 1959).

 

Questo libro ci aiuta a comprendere oggi Freud, perché ne prende la parte viva e preziosa lasciando cadere il positivismo e il meccanicismo ottocentesco. Ciò che è vivo nella psicanalisi è l’indagine etica; ciò che è morto è l’apparato anatomico-fisiologico. La malattia non è dovuta a «istinti» perversi, ma al male morale dell’ambiente e alla decisione interiore dello spirito individuale. Le fenomenologie più appariscenti delle malattie - per esempio l’isteria o le perversioni sessuali - sono solo effetti e non sono cause: le cause non sono né «anatomiche» né «istintuali» né «sessuali», ma morali. Freud risente essenzialmente del dualismo filosofico del Positivismo, e così scinde la realtà in coppie di elementi astrattamente separati e distruttivamente in conflitto: Io/Es, Conscio/Inconscio, Maschile/Femminile. La più notevole di queste coppie astratte di Freud è Amor di Sé/ Amore dell’Oggetto (degli altri): coppia classica di tutto il platonismo dualistico del pensiero occidentale. Freud non sembra riuscire a capire le valenze altruistiche del buon amore di sé e le valenze personalistiche del buon amore per gli altri. Di qui la grande ambiguità del suo concetto di «narcisismo». Freud, dunque, è in parte materialista: pensa che, se l’amore viene aggiunto da una parte, deve essere tolto da un’altra; parla di «investimento di energia libidica», considera lo spirito come fosse elettricità o massa inerziale o una società finanziaria. Inoltre è, in parte, meccanicista: per lui la causa «determina» l’effetto (e non solo lo condiziona); dunque per lui il presente sembra essere il duplicato delle esperienze passate e non ha originalità. Dunque non è propriamente presente. Horney invece pensa che, se è verissimo che il presente contiene tutto il passato, pure lo contiene in quanto presente, aggiungendo ad esso qualcosa di nuovo che il passato assolutamente non ha. Cito un esempio di Horney:

 

«In psicologia l’esempio più elementare che dimostra questa diversità è la questione dell’età. Il presupposto meccanicista considera l’ambizione di un uomo quarantenne come la ripetizione della medesima ambizione esistente in lui all’età di sei anni. La tesi non-meccanicista invece sostiene che, sebbene gli elementi dell’ambizione infantile siano sicuramente contenuti nell’ambizione dell’adulto, in quest’ultima sono implicate caratteristiche assolutamente diverse da quelle che poteva formare l’ambizione d’un fanciullo, e precisamente a causa del fattore «età». Il fanciullo, che ha idee grandiose sul suo avvenire, spera di tradurre un giorno in realtà le sue fantasie. Un uomo quarantenne, invece, avrà il vago presentimento, se non la completa coscienza, dell’impossibilità di vedere mai soddisfatte tali ambizioni, sarà conscio delle occasioni perdute, delle sue personali limitazioni, delle difficoltà esterne. Se egli, nonostante ciò, persiste nelle sue ambiziose fantasticherie, esse gli procureranno fatalmente un senso di sgomento e disperazione».

 

Il pansessualismo freudiano è dovuto al suo meccanicismo riduzionista: come per i fisici positivisti la vita biologica non è altro che un cozzo casuale di atomi inorganici, così per Freud scienza, arte, religione, morale non sono altro che «sublimazioni», e cioè superficiali trasformazioni delle realtà psichiche vere e proprie, che per lui sono solo le pulsioni sessuali. Per Freud il desiderio di conoscere non è un’esperienza psichica originaria e distinta, ma è la «sublimazione» della curiosità sessuale; l’amore di amicizia (la jilia di Aristotele, la caritas di Tommaso) non è un’esperienza psichica originaria ma è o la «sublimazione» di un’eccitazione sessuale o la difesa mistificante di un’originaria aggressività; la fede in Dio non è un’esperienza originaria ma è solo lo spostamento di una dipendenza nevrotica per il padre reale verso un padre «ideale». Questo riduzionismo di Freud è sbagliato anche per quanto riguarda i «sintomi» patologici: perché bisogna pensare che l’avidità affettiva sia un effetto dell’avidità alimentare del lattante? È più giusto, invece, pensare che sia l’una sia l’altra avidità sono manifestazioni particolari e distinte, secondo i tempi e le occasioni, di una stessa avidità profonda e interiore. Una prova di quanto sia distorto ridurre tutto alle attività più materiali è questa: le persone sessualmente «sane», o «normali» in senso materiale, possono essere per nulla sane o normali in altri fondamentali e vitali ambiti dell’esperienza umana: nei rapporti di giustiziai, per esempio, o nella capacità di imparare e di pensare. E poi, se è vero che, per esempio, esiste una falsa affabilità che è travestimento reattivo di istinti sadici, ciò non implica affatto che non esista una vera affabilità primaria che nasce da una diretta attrazione per gli oggetti buoni. Un’altra precisa correzione di Horney a Freud riguarda, dunque, il narcisismo: il narcisismo non è una stima di sé quantitativamente eccessiva; la differenza è qualitativa:

 

«Freud considera la tendenza all’autodistruzione come originata dall’amore di sé, e crede che la ragione per la quale l’individuo narcisista non ama gli altri stia nel fatto che egli ama troppo sé stesso. Freud pensa al narcisismo come a un serbatoio che si svuota fino al punto in cui l’individuo ama gli altri (fino a che “dà” libido agli altri). Secondo me, l’individuo come tendenze narcisiste si aliena da sé stesso nel medesimo modo in cui si aliena dagli altri, e perciò è incapace di amare sia sé sia gli altri nella misura stessa del proprio narcisismo».

 

Più in generale, Freud confonde spesso lo spirito sano con lo spirito malato: comprese che essi non sono separati realmente; ma non comprese che essi sono distinti concettualmente. Dice che il bambino sano è un «perverso polimorfo» e che l’adulto malato non è altro che un individuo che è rimasto bambino. Ciò è da respingersi assolutamente: quel bambino «perverso», e cioè incestuoso, supernarcisista, feticista, omosessuale, eccetera, non è il bambino sano, non è l’esponente della Bambinità, ma è precisamente il nevrotico - ora diventato adulto - quando era ancora bambino ed era già ammalato. Egli è dunque, piuttosto, l’esponente della Nevroticità. La stessa metafora freudiana dell’Io - immaginato come un cavaliere impotente sopra un Es-cavallo che va dove gli pare - non è la descrizione dello spirito sano, in cui l’apparato sensitivo, così come l’inconscio, è docile o almeno compatibile con la ragione, ma è la descrizione dello spirito malato. E infine, nella terapia, l’analisi del passato deve essere finalizzata alla comprensione del presente, e non viceversa come a volte Freud mostra di pensare: così è già stigmatizzata la curiosità di chi in primo luogo vuole ricostruire il passato materiale della vita (il piano delle cause efficienti) e tralascia di chiedersi a quale scopo tendono le azioni e i sintomi attuali (il piano delle cause finali).

 

1940

 

BENEDETTO CROCE, Il carattere della filosofia moderna (Laterza, Bari, 1955).

 

Anche questo libro è una raccolta di saggi (31) che indagano la natura della storia e della storiografia; la filosofia in senso pieno è storiografia del presente; il «mistero» così come inteso dal senso comune, non esiste; la libertà come motore della storia; la storiografia come esame di coscienza ed autobiografia; il ruolo degli «orrori» del mondo nella storia del mondo; l’impossibilità della previsione del futuro; il rapporto tra contingenza e necessità; la differenza tra l’amore nostalgico per il passato e l’amore teoretico per la storia; la dialettica tra notizie attestate ed immaginazioni; il rapporto tra coscienza storica e ricerca (o, per meglio dire, «produzione») dei documenti.

 

1940 - 1945

 

AUTORI VARI, Lettere dei condannati a morte della Resistenza europea (Einaudi, Torino, 1956).

 

Uomini e donne, soprattutto giovani, nelle carceri del nazifascismo prima di subire il martirio per la libertà. Scrivono ai genitori - soprattutto - ma anche ai coniugi, ai cari amici, ai figli. Colpisce fortemente, in queste persone torturate crudelmente e sul punto di essere uccise, l’urgenza di esprimere la propria gratitudine verso il bene e la felicità ricevuti in dono durante la propria, magari molto breve, vita. Qualcuno è cristiano, qualcuno è agnostico, qualcuno è ateo. Ma in tutti risplende - e questo è, direi, sorprendente - questa fede, anzi certezza, escatologica: «Sarò sempre con voi, vivrò in voi». Lo spirito è essenzialmente Bene («grazie, papà e mamma, per aver destato in me l’amore per il bello e il buono»; «percepisco con gioia l’Infinito che i tuoi studi e le tue preghiere non possono ancora farti comprendere»; «anche se fisicamente sono crollato, sono tuttavia d’umore eccellente»; «a me il lavoro dà alla testa come il profumo dei lillà»; «ho vissuto la vera vita perché ho aspirato al mondo intero»). Lo spirito non può non essere («le gemme muoiono, ma l’albero continua a fiorire»; «maturerò con voi»; «al mattino con l’aurora vi sorriderò, con l’imbrunire vi saluterò».)

 

1940 - 1951

 

RONALD FAIRBAIN, Studi psicanalitici sulla personalità (Boringhieri, Torino, 1970).

 

Leggi di questo libro i primi 7 saggi: grazie anche all’influsso di Melanie Klein, l’autore riesce a migliorare la teoria dello sviluppo della personalità criticando il positivismo materialistico di Freud: Freud, almeno in parte, pensava che lo scopo dei desideri e delle azioni dell’uomo fosse il conseguimento del piacere e che le relazioni con le persone (con gli «oggetti», come si dice in psicanalisi) non fossero altro che «mezzi» per arrivare a tale conseguimento. Fairbain, ricollegandosi inconsapevolmente all’antica tradizione dell’etica filosofica, riesce a capire che lo scopo dei desideri e delle azioni dell’uomo è la relazione con il bene (con gli «oggetti», ossia persone concrete e valori ideali) mentre il piacere è solo una conseguenza. È proprio come, nel campo della gnoseologia, ha riscoperto Edmund Husserl: ciò che l’intelletto conosce - «intende» - sono le cose e non le idee. Non sono le «pulsioni» (le «passioni» di Aristotele e Tommaso) ad essere buone o cattive in sé; buoni o cattivi sono gli oggetti (le persone o i valori ideali) a cui queste pulsioni del soggetto «tendono».

 

1951

 

JEROME DAVID SALINGER, Il giovane Holden (Einaudi, Torino, 1970).

 

Quasi ad integrare il romanzo di Golding di cui parlerò tra poco, questo di Salinger descrive bene l’altro errore del dualismo morale: l’idea che la «legge» (cioè i pensieri astratti e «universali», le convenzioni sociali, le regole del gruppo, le abitudini cristallizzate, tutte quelle direttive «esterne» che sono sommerse nel «passato» e non seguono docilmente il flusso continuo della storia, che non sono docili all’infinita variazione e novità del caso individuale) possa essere sufficiente per la vita buona e sana. Holden, il ragazzo protagonista, sperimenta invece che le varie leggi o convenzioni non scritte della «società» - come comportarsi a scuola, come con i compagni maschi, come con le ragazze, come con i genitori, come con i bambini - non lo aiutano e anzi spesso lo ostacolano nel risolvere i problemi individuali ed irripetibili della propria vita individuale ed irripetibile. Holden, allora, espelle da sé mondo adulto e società e si rifugia in un rapporto autistico con sé stesso (attraverso i fantasmi proiettivi della sorellina Phoebe e del fratellino Bill). Forse Salinger approva come «buona» questa condotta reattiva del suo personaggio, e cade allora nell’altro errore dualista, il romanticismo. Ma noi, lettori di questo romanzo, non riabbiamo trarne suggestioni erronee: Holden ci si mostra chiaramente non come un eroe ma come un malato che non ha potuto essere guarito dalla società, perché sfortunatamente gli è capitato di appigliarsi a quelle produzioni ideologiche e pratiche della società che sono anch’esse - nella forma loro propria - malate (ricordiamo anche, però, che la «sfortuna» di Holden è quella di un personaggio fantastico e non di una persona reale, per la quale, invece, non pare chiaramente credibile che possa esistere la «sfortuna»).

 

1954

 

WILLIAM GOLDING, Il Signore delle Mosche (Mondadori, Milano, 1986).

 

Il dualismo morale, come abbiamo già visto, o dice che la legge scritta e fissa, che le virtù ufficiali (gli abiti di condotta passati e standard), che la scienza morale come sistema teorico rigido e sedicente concluso nelle sue massime generali, sono base e motore sufficienti per il comportamento buono; oppure dice lo sono istinto, passione, pulsione, «natura». Sono due errori: la reazione al primo, quello del legalismo, fa cadere nel secondo, il quale ha avuto espressione teorica nel mito rousseauiano del «buon selvaggio», nel romanticismo volgare, nel decadentismo nieztchiano, nell’esistenzialismo, nel neomarxismo della contestazione studentesca nutrita di Marcuse, Reich e terzomondismo. A proposito di questo errore romantico, Dewey scriveva:

 

«Nella condotta morale l’elemento acquisito (l’abitudine, l’educazione) è ciò che è primario. Le pulsioni istintuali, sebbene prime nel tempo, non sono mai di fatto primarie: sono secondarie e dipendenti. L’apparente paradosso di tal asserzione nasconde un fatto comune: nella vita dell’individuo l’attività istintiva compare per prima, ma un individuo comincia la vita come bambino, e i bambini sono esseri dipendenti. Le loro attività potrebbero continuare al massimo per qualche ora se non fosse per la presenza e l’aiuto degli adulti con le loro abitudini già formate. E i bambini devono agli adulti - assai più che la procreazione, il cibo e la protezione - la possibilità di esprimere le loro attività native in modo che abbiano significato. Il significato delle attività native non è nativo: è acquisito. Dipende dall’interazione con un medium sociale maturo».

 

William Golding, nel suo romanzo, con vivace realismo mostra un gruppo di ragazzini sperduti in un’isola deserta, senza adulti: nessuna retorica da Robinson Crusoe o da Ragazzi della Via Pal: i ragazzini mettono in atto esternamente le fantasie interne tanto analizzate dalla psicanalista dell’infanzia Melanie Klein: mutilare, divorare, bruciare i propri compagni.

 

1955

 

ROGER MONEY KYRLE, Il concetto antropologico e psicanalitico di norma

(in Scritti 1927-1977, Loescher, Torino, 1985).

 

Lo psicanalista kleiniano Money Kyrle mostra, in questo breve saggio, come sia possibile dare una credibile giustificazione dell’oggettività della norma morale anche - e soprattutto - nel Novecento, secolo che è, sì, postnietzschiano, ma è anche postfreudiano. Chiara, inoltre, la distinzione proposta tra «normalità» nel senso di «normatività» e «normalità» nel senso di «media statistica dei comportamenti di fatto». Saggio molto utile per la riflessione su quello che si dice essere un problema oggi di attualità, quello del “relativismo”.

 

1955

 

JOHN RONALD REUEL TOLKIEN, Il Signore degli Anelli (Rusconi, Milano, 1989).

 

Un mondo immaginario - la Terra di Mezzo - è minacciato di distruzione e schiavitù da un oscuro demone , Sauron, che ha però necessità di recuperare l’Unico Anello per avere la forza necessaria per compiere i suoi piani. L’Unico Anello finisce invece, casualmente, nelle mani di un nanerottolo (un “hobbit”), Frodo Baggins. Questo Anello è ingestibile da chiunque perché corrompe, volge al male chi lo usa. Dunque Frodo, aiutato da alcuni amici tra i quali altri hobbit e il vecchio mago Gandalf, deve cercare di distruggere l’Anello, fondendolo nelle viscere del vulcano Monte Fato. Molte avventure e molti incontri con personaggi e popoli ora favorevoli ora ostili aspettano Frodo e i suoi amici - la Compagnia dell’Anello - prima che le sorti della Terra di Mezzo giungano al punctum crucis. Dunque una “quest” (ricerca) al contrario, perché qui l’Oggetto Meraviglioso non deve essere trovato ma è presente sin dall’inizio e deve essere distrutto. È un romanzo che, pur cercando di reinventare una mitologia nordica altomedievale, fa parte del nostro mondo contemporaneo: infatti, se leggiamo le gesta del ciclo bretone o del ciclo nibelungico, queste ci lasciano piuttosto freddi. Guerrieri, maghi, draghi di Tolkien, invece, sono figure del nostro spirito. Tolkien, come noi, infatti, viene dopo l’esperienza romantica. In che senso, però, Tolkien è uno scrittore romantico? Per spiegarlo devo rifarmi a Benedetto Croce: egli distingueva un romanticismo teoretico da un romanticismo pratico o morale; il primo buono, il secondo cattivo. Il romanticismo teoretico è quello della filosofia e della vera poesia a cavallo tra Settecento e Ottocento, che si esprimevano in Hegel e in Goethe: la Ragione è qualcosa di molto più profondo dell’intelletto astratto illuminista; l’uomo non può fare a meno della religione e della metafisica (anche se intese in maniera diverse che nel passato); ogni casa del cosmo è collegata a tutte le altre (anche se qui ed ora possiamo non vedere questo o quel collegamento); le forze irrazionali esistono ma possono essere penetrate dalla ragione. Il romanticismo pratico o morale, invece, è quello della pubblicistica popolare, della poesia di consumo, del costume sociale, delle «anime belle» tra sturm und drang, bohème, superomismo, dandismo, superstizione neomedievale, nazionalismo, nostalgie reazionarie: esaltazione cioè irrazionalistica del sentimento privo di logos, accettazione inerte della contraddizione tra amore e odio e tra vita e morte, senza ricerca della mediazione razionale; sensualismo estetizzante ed erotico; aristocraticismo; esotismo; esaltazione dello straordinario e disprezzo del quotidiano; estasi mistica; prometeismo e pessimismo. Tolkien è romantico nel senso teoretico - cioè idealistico, razionalistico, hegeliano, goethiano - del termine. E non lo è nel secondo senso. L’uomo Tolkien, del resto, non fu né dandy né superuomo, ma fu sposo fedele, padre di famiglia, cittadino liberale, buon cattolico, laborioso e preciso professore universitario, ad Oxford, di filologia anglosassone medievale. E dunque, per quanto la sua opera superficialmente sia ascritta a quel genere letterario di consumo chiamato «fantasy», in realtà, come tutti i classici, nasce su un ricchissimo humus culturale. Il lettore accorto, nel Signore degli Anelli, discerne, a vari livelli di consapevolezza, l’Anello di Gige della Repubblica platonica e quello nibelungico di Wagner; l’Edda poetica e quella di Snorri; la missione edificatrice del «pius Aeneas» (Frodo); il ciclo arturiano; le leggende celtiche del Mabinogion; la Navigatio Sancti Brandani; il soprannaturale shakespeariano; Swift; la letteratura fantastica ottocentesca inglese e americana e i marchen tedeschi del primo e del secondo romanticismo. Ma il nostro lettore accorto discerne anche i libri cosiddetti «storici» dell’Antico Testamento e le parabole del Nuovo; le teologie della storia dei Padri della chiesa; la filosofia metafisica di Tommaso d’Aquino; la dialettica del cardinal Newman. La prima cosa, però, che colpisce il lettore di questo libro non è la cultura, ma è l’arte narrativa; la complessa vicenda della trama è organizzata con un ritmo tale da avvincere lungo tutte le 1300 pagine dell’opera. La varietas degli argomenti, degli scenari, delle situazioni psicologiche dei personaggi è molto grande ed è associata, in ciascun caso, a uno stile che adeguatamente varia. Ammirevoli, inoltre, l’ampiezza lessicale, il ritmo interno di ciascun capitolo, la miscela tra discorso del narratore e discorsi dei personaggi, l’incarnazione in azioni e dialoghi del messaggio «filosofico» dell’autore. Colpisce poi specialmente la coerenza, in un romanzo così lungo e articolato, tra tutti gli elementi, sin nei minimi dettagli, sia all’interno della vicenda vera e propria, sia nello sfondo storico-mitologico di quelle tre «ere» della Terra di Mezzo di cui il Signore degli Anelli narra solo l’ultimo anno: un vastissimo passato, evidentemente pensato con concretezza dall’autore, dà concretezza e profondità al presente che è messo in scena. Di questa coerenza narrativa episodio singolare è l’universo linguistico creato ad hoc per le varie razze della Terra di Mezzo - Hobbit, Uomini, Elfi, Nani, Orchi - dal Tolkien filologo dell’antico anglosassone, del gotico, delle rune nordiche, del celta-gaelico. Su molte tematiche del libro qui non mi diffondo perché altrimenti mi farei prendere la mano e sarei troppo lungo. Rimando comunque a due ottime introduzioni all’opera di Tolkien: sono La via per la Terra di Mezzo e Tolkien autore del secolo, entrambi libri di Tom Shippey, secondo me il migliore studioso di Tolkien. Qui mi limito a selezionati accenni. Monismo metafisico e secolarizzazione: il bene e il male sono assolutamente distinti (diversamente che in tristi aree novecentesche di tipo esistenzialistico e nichilistico) ma non sono mai separati (e questo diversamente dal dualismo moralistico della letteratura di consumo). Frodo, Gollum, Saruman hanno all’interno della propria anima (e dunque non separati) il principio del bene e il principio del male, coi loro diversi messaggi, i loro diversi punti di forza, le loro diverse volizioni (e dunque distinti). Anche Gandalf e Galadriel sanno che possono essere tentati e corrotti dall’Anello del Potere. L’unico personaggio totalmente deciso, e deciso per il male, è Sauron: ma egli è un Occhio, un’Ombra, un Pensiero malvagio, un fumo che si alza sui campi di Cormallen, non è una persona chiaramente concreta; in tutto il romanzo non pronuncia neanche una parola (il Male assoluto, essendo totale privazione di bene e quindi di essere, non è un ens realitatis, una persona storica, ma è un ens rationis, un’idea). Il dolore ha il male dentro di sé e fuori di sé, ma non coincide con esso: le sofferenze, non scelte eppure accettate, di Frodo e di Sam, di Gandalf, Aragorn, Faramir, Theoden, Eomer, Pipino, Merry ultimamente hanno una funzione salvifica: ciascuno di loro, in forma diversa secondo il suo personale destino, cresce nella libertà e matura la propria identità individuale. Alla fine della Guerra dell’Anello il male viene sconfitto, almeno per quell’Era. Ma sparisce anche la bellezza elfica e i Primi Nati migrano tristemente verso i Rifugi Oscuri e abbandonano la Terra di Mezzo. Con essi spariscono le care individualità che abbiamo imparato ad amare durante la vicenda: Frodo, Gandalf, Bilbo e poi anche Sam, Granpasso, Legolas, Gimli. Secondo me Tolkien ha ragione a raccontarci la morte delle care individualità, comunicandocene, come fa, la tristezza secondo una tonalità non disperata ma elegiaca. Ma, secondo me, Tolkien ha torto nel dire che, col passare delle Ere, la bellezza elfica tenderebbe a sparire: è questo un residuo di dualismo di tipo nostalgico-conservatore che, all’uomo Tolkien, faceva disprezzare orripilato la civiltà industriale «inquinata, rumorosa, alienata, ecc.», e vagheggiare nostalgicamente una «sana» - ma in realtà mai esistita - Età dell’Oro dell’ancien régime agreste, patriarcale, quando le piccole comunità campagnole vivevano presuntivamente «d’amore e d’accordo» immerse in una vegetazione incontaminata, ecc. D’altra parte, qui ci interessa in primo luogo il Tolkien poeta e non il Tolkien uomo; e, in quanto poeta, egli legittimamente descrive questa struggente nostalgia dualistico-reazionaria per il disparire progressivo della Bellezza Elfica. È questo un simbolo: perché realmente, in misura varia e variamente secondo i momenti della vita, in ciascuno di noi si manifesta una parte debole dello spirito, parte che, in effetti, coltiva e si compiace di tale struggente nostalgia e tenderebbe a mitizzare o l’infanzia e la gioventù proprie, o il «buon tempo antico» agreste o eroico o religioso o aristocratico o guerriero, secondo le sfumature ideologiche personali. Comunque questo è un dettaglio secondario: Tolkien sa bene - e questo è invece primario nel romanzo - che ciascuna Epoca o Era (ciascun anno, ciascun giorno) così come ha il proprio bene, ha anche il proprio male: quindi ciascuna generazione ha la propria responsabilità nella lotta contro il male, non può però pretendere di sconfiggerlo per sempre per il futuro, perché questa sarebbe una pretesa frivola: le nuove generazioni avranno la responsabilità di combattere i mali del futuro. Per noi tutto è compiuto - ed è compiuto bene - quando con coraggio, pazienza e speranza accettiamo la lotta contro i mali del nostro tempo. Un altro importante messaggio è che la Via (“the Road that goes ever on”) - cioè il destino di responsabilità e di amore di ciascuno di noi - parte dall’uscio, magari quello di servizio, della propria casetta: confluirà essa poi, assieme ad altre innumerevoli e impreviste Vie, nella Via più grande, e la nostra responsabilità di discernere il bene dal male certo potrà avere teatri vasti o vastissimi, in moti collettivi coinvolgenti forze magari mondiali. Ma il suo punto di partenza non è in un meraviglioso, esotico, aristocratico paese in cui arrivare attraverso difficilissime mappe (attraverso superiori doti di intelligenza, santità, forza o fortuna); parte invece proprio dal mio uscio di casa, parte dalla vita quotidiana. E alla vita quotidiana ritorna: i quattro hobbit protagonisti sono stati a Moria, Rivendell, Lorien, Rohan, Gondor, Fangorn, Mordor, partecipando, con ruoli vari ma tutti preziosi, alla guerra decisiva per la sopravvivenza della Terra di Mezzo in quell’Era, e acquisendo un tesoro di esperienze e di conoscenze. Ma poi tornano a casa, nella Contea, e la rivedono con occhi nuovi: prima, ingenuamente - e falsamente - la pensavano idilliaca e aproblematica, ora riescono a vedere come il male planetario abbia le sue ramificazioni anche lì, anche in Via Saccoforino. E vedono come il male planetario d’un colpo avrebbe potuto distruggere l’amata Contea, avrebbe potuto annichilire il giardino di casa Baggins. Ma la cognizione del dolore e la contemplazione dei valori, la maturità conquistata durante la Guerra dell’Anello nei lontani paesi della conoscenza e dell’esperienza, nel mentre permettono agli hobbit di riconoscere il male operante anche nella Contea, insieme anche offrono loro le risorse sufficienti per fronteggiarlo. Con ciò che è stato acquisito a Lorien, a Gondor, a Mordor ma che è ora operante qui, nello Shire, cioè nella vita quotidiana. Tutto passa, la Compagnia dell’Anello - così bella, così buona e amata - si scioglie e mai più, in quella forma e nella Terra di Mezzo, potrà ricostituirsi. Eppure tutto, in quanto è fatto nel momento in cui è giusto che sia fatto, ogni cosa, in quanto è amata nel momento in cui è giusto amarla, è Valore ed è eterno. Paolo di Tarso era convinto - e forse implicitamente Tolkien pensava anche a lui - che esiste una dimensione o prospettiva della realtà, e cioè del nostro spirito, in cui la Compagnia - quella filia di Aristotele che Tommaso traduceva con caritas - rimane, ed è, anzi, la sola cosa che rimarrà.

 

1955

 

NORBERTO BOBBIO, Politica e cultura (Einaudi, Torino, 2005)

 

Norberto Bobbio (1909-2004) ha avuto un lungo magistero diretto come insegnante prima di Filosofia del Diritto e poi di Filosofia della Politica. Ed ebbe a dire : "se volgo lo sguardo al passato non ho dubbi su quale sia stata la mia principale attività : l'insegnamento". Ma Bobbio ha avuto un ancor più lungo magistero indiretto come scrittore di libri, saggi per riviste, articoli e interviste per quotidiani. Le sue molte opere sono state tradotte in molte lingue, soprattutto sono conosciute e studiate nell'area ispanofona.

Il suo primo libro influente e di successo, rivolto a un pubblico colto ma non specialista, è stato "Politica e cultura" del 1955 : la data stessa del libro segna come una volontà di riprendere il discorso dalle mani di Benedetto Croce, morto nel 1952. Il contenuto, oltre a intitolare esplicitamente a Croce due dei capitoli, riprende le tematiche crociane del liberalismo e del non asservimento della cultura alla politica dei partiti. E le riprende non dal penultimo momento (1925-1943), cioè da quello in cui Croce polemizzava soprattutto contro il fascismo, ma dall'ultimo (1944-1952), cioè da quello in cui Croce polemizzava soprattutto contro il comunismo.

La maggior parte dei capitoli che compongono il libro sono stati scritti da Bobbio tra il 1951 e il 1954 : sono gli anni del maccartismo e assieme sono anche gli ultimi anni dello stalinismo! Se questa era l'atmosfera per gli ideali del liberalismo all'interno delle due superpotenze vincitrici della seconda guerra mondiale - guerra fatta da esse contro Hitler nel nome della libertà - possiamo capire l'urgenza militante che allora aveva Bobbio nel polemizzare con quegli intellettuali e politici italiani che attaccavano il liberalismo. Costoro erano poi i comunisti, e in specifico i comunisti italiani (ed europei) così come essi erano prima della morte di Stalin e delle denuncie fatte da Nikita Kruschev al XX congresso del partito comunista dell'Unione Sovietica

1957

 

MELANIE KLEIN, Invidia e gratitudine

(Martinelli, Firenze, 1969).

 

È la mente più profonda ed originale della psicanalisi dopo Freud. Nel leggere gli scritti di Klein bisogna avere pazienza: sono ripetitivi, sono scritti «male», legnosamente, senza una chiara architettura argomentativi sono pieni - a livello di contenuto ideologico - di residui dualistici e biologistici provenienti dall’impostazione positivistici freudiana. Però l’intuito psicologico di Klein è incomparabile: lei «vede» cose che nessun altro è riuscito a vedere. A causa delle difficoltà letterarie, comunque, solo in sede di approfondimento successivo ti consiglio la lettura della loro massa (Scritti 1921 - 1958, Boringhieri, Torino, 1978; La psicanalisi dei bambini, Martinelli, Firenze, 1984). Subito, invece, ti consiglio la lettura di questo piccolo opuscolo che, nella mente dell’autrice, vuole essere un concentrato compendio di tutto il suo pensiero. Per me, tre sono i principali contributi caratteristici di Klein. Il primo è che madre/padre, narcisismo/erotismo, pulsione/sublimazione e tutte le altre coppie freudiane sono meno importanti della coppia Oggetto Buono e Oggetto Cattivo: non sono i contenuti empirici (maschile, femminile, sensuale, intellettuale, ecc.) a essere o buoni o cattivi, ma tutti i contenuti possono essere sia buoni sia cattivi, a seconda dei casi esterni e dell’interpretazione interna del soggetto, e, per la salute mentale, è l’esser-buono e l’esser-cattivo dell’oggetto e non il suo contenuto a essere determinante. Il secondo contributo - anche questo in un’implicita consonanza con la tradizione della filosofia morale - è che malattia e salute sono caratteristiche più proprie del soggetto che dell’ambiente: date certe condizioni del soggetto anche l’ambiente più sfavorevole non lo distrugge, date certe altre condizioni del soggetto anche l’ambiente più favorevole non è sufficiente a garantirgli la salute. L’ambiente - che, per Klein, nei primi mesi di vita coincide con la madre - certamente in primo luogo crea le diverse condizioni del soggetto, favorevoli o sfavorevoli, ma è poi il soggetto in quanto soggetto che le rende buone o cattive. Solo il soggetto può decidere di isolarsi dalla realtà rifugiandosi nella malattia o, viceversa, di amare ed entrare in contatto con la realtà. Certamente un ambiente distruttivo porterà il soggetto ad isolarsi e un ambiente accogliente porterà il soggetto ad amare. Eppure la decisione di isolarsi o di amare non è presa dall’ambiente; è nel soggetto e non è nell’oggetto. Un ambiente ostile è male ma non è malattia; un ambiente accogliente è bene ma non è salute. Questa idea è simile a quella di Tommaso d’Aquino quando dice che, certamente, quanto è conosciuto dall’intelletto, quanto è appetito dai sensi, quanto è mosso da Dio, quanto è proposto dal diavolo sono tutte condizioni da cui la volontà dell’uomo non può prescindere e, dunque, ciascuna di queste cose è «causa» della volontà. Eppure né un concetto dell’intelletto, né un moto appetitivo, né un dono d’amore, né una tentazione sono un atto di volontà, e l’atto di volontà, pur condizionato da tutte quelle cose, è però sé stesso, e le trasforma in un’azione determinata, che è decisa dal soggetto per un fine - giusto o sbagliato che sia - proprio e non per un fine altrui. Questa idea ha una conseguenza importante nella psicoterapia: il terapeuta non si concentrerà sulla ricostruzione «esterna» o «oggettiva» dell’ambiente passato e presente in cui ha vissuto e vive il malato, ma su quella dell’interpretazione - soggettiva, interna - che il malato ha dato e dà dei vari ambienti in cui ha vissuto, o avrebbe voluto vivere, in cui vive o vorrebbe vivere. Kantianamente: l’analista non ricostruisce «cose-in-sé», ma ricostruisce «fenomeni», cioè produzioni del soggetto. Un altro importante contributo di Klein è la cosiddetta «posizione depressiva»: per Klein ci sono due dolori fondamentali che rappresentano due fondamentali posizioni relazionali rispetto al mondo e cioè rispetto alle altre persone: il dolore «schizoparanoide» o di persecuzione, che si ha quando si aggredisce per distruggere e si è o ci si sente aggrediti e distrutti, e il dolore «depressivo» o di riparazione, che si ha quando si teme e si soffre a causa delle sofferenze e dei pericoli, veri o presunti, dell’oggetto amato. Il dolore depressivo considera sempre oggetti «interi», cioè persone e non parti del corpo o altre astrazioni; tende a «riparare» cioè a restituire benefici, a proteggere, a nutrire, a conservare, a liberare; è un dolore che intende una responsabilità verso il destino di un altro. Tanto meno un individuo arriva a poter soffrire di questo dolore, tanto più sarà malato: la capacità di godere nel mangiare, di aver desiderio e gusto nel conoscere e nell’imparare, di avere potenza sessuale e gioia di un figlio, di provare gratitudine nelle relazioni interpersonali in genere, sono tutti fenomeni possibili e permessi se e solo se l’individuo ha raggiunto sufficientemente la «posizione depressiva» (si tratta, come vedi, di uno sviluppo della teoria freudiana su «lutto e malinconia»: alla aggressività rancorosa della malinconia corrisponde il dolore schizoparanoide, al lutto quello depressivo. Tanto più un individuo è sano quanto più riesce a provare «lutto» anche quando le persone amate «intenzionalmente» lo tradiscono; tanto più un individuo è malato quanto più prova «malinconia» anche quando le persone amate «involontariamente» muoiono o sono altrimenti allontanate da lui dal corso del destino. Ma si tratta anche di un arricchimento - per quanto senza un legame così diretto - delle tradizionali speculazioni della filosofia morale greco-romana prima e medievale-cristiana poi su alcune virtù fondamentali nei rapporti interpersonali: la pietà verso i genitori e altre persone congiunte da vincoli psicologici, la clemenza verso gli offensori e i peccatori, la carità per tutti i tipi di benefattori verso cui si riesce a sentire, per un motivo o per l’altro, gratitudine). Oltre a questi tre contributi fondamentali, Klein ci ha dato altre idee interessanti. In generale, il riconoscimento del ruolo importante svolto dalla fantasia. Un caso particolare della fantasia è l’idealizzazione, la quale spesso si manifesta come fenomeno negativo (dice Klein: «gli individui che hanno una grande capacità di amare non sentono il bisogno di idealizzare quanto quelli che hanno un’enorme quantità di impulsi distruttivi e di angosce persecutorie. L’idealizzazione sta a indicare che la spinta prevalente proviene dalla persecuzione»), ma ha anche una funzione positiva («Ho potuto constatare che l’idealizzazione deriva dalla sensazione innata che debba esistere un oggetto estremamente buono, il che porta all’intenso desiderio di questo oggetto buono e del desiderio di poterlo amare»). Le altre operazioni fondamentali della fantasia, per Klein, sono: la scissione, l’introiezione, la proiezione. Il mondo «obiettivo» è un’astrazione; quello che interessa la salute e la malattia di un essere umano è il mondo come è vissuto concretamente da lui, cosa del mondo viene frammentato e introiettato come parte di sé, cosa del mondo rappresenta, nella proiezione fuori di sé, parti buone o cattive di sé. Anche questo è eredità di Kant. Questi meccanismi ci fanno capire - sulla scorta de L’Io e l’Es di Freud - che la personalità individuale è frammentata in «parti», e che queste parti perlomeno in quanto l’individuo è malato, sono senza comunicazione tra loro. Un’altra idea tipica di Klein è la «legge del taglione»: tanto uno odia, tanto egli si sente perseguitato; tanto uno desidera e seduce, tanto egli si sente desiderato e sedotto; tanto uno falsifica narcisisticamente la propria immagine, tanto egli si disprezza e si odia perché si sente falso, gonfiato, vuoto; e così via. Tra gli impulsi distruttivi, Klein dà il primato all’invidia: questa è sentita indipendentemente dalla frustrazione: anche il bambino ben nutrito da sua madre può invidiarle il senso nutritore: il bambino può vivere la gratificazione senza provare gratitudine, perché è angosciato dall’idea che la madre possieda un’inesauribile creatività che lui non possiede e che lei amministrerebbe capricciosamente e in realtà terrebbe essenzialmente per sé stessa al fine di appagarsi continuamente. Per quanto Klein utilizzi ancora molti termini e concetti freudiano-biologistici, ella ha già portato avanti la comprensione che salute e malattia della persona non dipendono da «pulsioni» fisiche o da conflitti o abusi di «organi», ma da atti di volontà e dai conflitti o abusi nei rapporti interpersonali. Gli abusi e le distruzioni pulsionali organiche certamente - e drammaticamente - esistono, ma sono effetti e non cause.

 

1963

 

SOFIA VANNI-ROVIGHI, Elementi di filosofia (La Scuola Editrice, Brescia, 1976)

 

I filosofi tardo-medievali dicevano "Aristotele è muto se Tommaso non parla", intendendo con questa frase riconoscere il loro debito di gratitudine verso l'opera di interpretazione, commento e contestualizzazione che l'Aquinate fece del pensiero dello Stagirita.

 

Applicando tale frase al mio apprendistato filosofico, vorrei dire allora una frase analoga: "Tommaso è silente se la Vanni non spiega". Quest'opera di introduzione generale alla filosofia sistematica, scritta da Sofia Vanni-Rovighi (neotomista italiana del XX secolo) è stata per me infatti il libro fondamentale per lo  studio delle discipline filosofiche: gnoseologia, logica, metafisica, filosofia naturale, etica, estetica. Tommaso d'Aquino è qui la stella polare, ma Platone, Agostino, Cartesio, Kant, Hume, Hegel, Husserl e tanti altri sono citati e discussi, e - tutti - contestualizzati e criticati con grande chiarezza espositiva e grande rigore logico, riconoscendone gli apporti dati al pensiero, ma avendo sempre in mente che il pensiero (e la sua verità, la sua chiarezza, la sua sistematicità) e non i pensatori sono la cosa più importante: questo è lo spirito della “perennis philosophia” ... cioè di chi mostra che la filosofia  non è una “gabbia di matti” (ciascun filosofo ha ribaltato tutto quanto detto da tutti gli altri, per spirito di superbia, bizzarria ed anarchia), ma è invece il lungo, faticoso e drammatico percorso di una scoperta collettiva della Verità.

 

Verità  mai  definitiva, eppure  sempre più esente da errori e con sempre maggiore fecondità più integrante i temi , i punti di vista apparentemente tra loro eterogenei e irrelati.

In mezzo alla selva selvaggia di libri di filosofia o di storia della filosofia che io giovane cercavo di attraversare ora timoroso ora inorridito ora stremato e confuso, questo libro della Vanni è stato una mappa di orientamento decisiva ed affidabile. Intellettualismi narcisistici, latinorum impossibili, sbrodolamenti retorici, collassi logici, erudizioni gratuite, frammentarismi anarchici potrebbero rendere "misologo" ben più di un giovane (o non giovane) neofita negli studi filosofici. La lettura di questi Elementi, invece, può incoraggiarlo a persistere e a sperare che alfine "rivedrà le stelle".

 

Un esempio particolare dei contenuti: la teoria gnoseologica medievale e tomista del "realismo moderato" viene dalla Vanni interpretata e presentata alla luce degli a priori kantiani, del pragmatismo ottocentesco, dell'empirocriticismo di Mach e dell'epistemologia popperiana, realizzando così in concreto ciò che sempre dovrebbero fare un vero storico della filosofia e un vero filosofo: collegare nella propria mente - con acutezza e originalità - il pensiero dei vari autori, mostrando (sul piano storico) lo sviluppo dall'uno all'altro, e (sul piano teoretico) la reciproca contraddizione e la reciproca integrazione delle idee.

 

1965

 

DONALD WINNICOTT, Sviluppo affettivo e ambiente (Armando, Roma, 1970).

 

Psicanalista inglese influenzato da Melanie Klein, Winnicott non è uno scrittore molto sistematico; a volte il tono scanzonato e le incoerenze possono irritare il lettore. Ma egli amava molto il suo lavoro di terapeuta e i suoi pazienti, era dotato di grande sensibilità psicologica e ci ha lasciato dei contributi originali. Ne ricordo due. Il «falso Sé», cioè il Sé sottomesso e apparentemente sano (agli occhi di una comunità distratta) che nasconde il Sé spontaneo e reale rinchiuso in un mondo segreto e solitario. L’identificazione: una mamma o uno psicanalista sono sufficientemente buoni non in ragione della scientificità delle proprie interpretazioni del bambino o del malato, ma in ragione della propria capacità di identificarsi nel bambino o nel malato, rimanendo però sé stessi, cioè un passo più avanti di lui sulla strada della maturità e della salute.

 

1960 - 1971

 

DONALD WINNICOTT, Dal luogo delle origini (Cortina, Milano, 1990).

 

Interpretazioni, sempre intelligentemente superatrici dei luoghi comuni, di vari fenomeni della psicologia individuale e collettiva: il concetto di salute e il concetto di malattia; tipologia delle psicoterapie; il ruolo sociale della madre; l’apprendimento infantile; la psicologia dell’adolescente; il femminismo; la monarchia; la democrazia.

 

1970

 

JACQUES MONOD, Il caso e la necessità (Mondadori, Milano, 1988).

 

Non ti consiglio, per ora, la lettura della principale fonte originale, e cioè dell’Origine della specie di Charles Darwin, perché questa è appesantita da troppe dimostrazioni particolari. Ti consiglio, invece, questo breve libretto, molto più recente, che cerca di divulgare - con competenza: Monod è premio Nobel per la medicina - le tesi essenziali di quell’opera capitale. L’idea fondamentale di Darwin, in anticipo rispetto a tutti gli altri scienziati e filosofi, è che l’evoluzione della vita avviene non per un «progetto» o «tendenza», ma per il combinarsi di una ferrea casualità e di una ferrea necessità: mutazione puntiforme e selezione naturale. Platone, Hegel e tutti gli altri pensavano che l’«Idea» progressivamente scendesse dal suo iperuranio e creasse la Storia, sospingendola a realizzare i suoi fini. Dopo Darwin, invece, cominciamo a intravedere un’altra realtà, come dice Monod: «Il destino viene scritto nel momento in cui si compie e non prima». E solo nel Novecento Croce e Popper avrebbero difeso, da un punto di vista più generale rispetto a quello darwiniano delle scienze biologiche, l’imprevedibilità e l’assoluta novità del futuro. La teoria dell’evoluzione darwiniana è un pilastro portante di ogni filosofia antidualistica o, come anche si dice, «immanentistica» o «desacralizzata» o «secolarizzata».

 

1970

 

HENRI F. ELLENBERGER, La scoperta dell’inconscio (2 voll., Boringhieri, Torino, 1986).

 

Il filosofo Schopenhauer scrisse che «il magnetismo [ciò che ora chiamiamo, nelle psicoterapie, il “transfert”], dal punto di vista filosofico, è la scoperta più gravida di contenuto che sia mai avvenuta». Questo libro di Ellemberger costituisce un’importante integrazione ai manuali professionali-accademici di storia della filosofia (che ingigantiscono alcune dispute verbalistiche di professori quali Fichte o Schelling o Husserl o Heidegger, e ignorano le ricchezze di pensiero presenti nella storia della scienza, nella teologia, nelle opere dei poeti e dei romanzieri, nella storia delle mentalità. Qui l’autore narra la storia della psicoterapia dagli sciamani preistorici e dai santi cristiani, a Mesmer e ai magnetizzatori, alla natur-philosophie idealistica, a Charcot, Janet, Freud, Adler, Jung e ai postfreudiani. Emerge una linea di sviluppo: la sempre più esplicita coscienza che la forza fondamentale che guarisce le malattie psichiche è il rapporto interpersonale buono (transfert, traslazione), mentre il resto - cioè l’apparato conoscitivo delle interpretazioni singole, della caratteristica psicologica, della metapsicologia - pur se fondamentale, è però secondario e costituisce più che altro il veicolo simbolico, cioè comunicativo, in cui s’incarna, in maniera varia secondo la varietà dei tempi e degli ambienti culturali, ciò che è primario. Non è un libro teoreticamente molto originale, né scritto molto bene; è però pieno di informazioni altrimenti difficilmente collezionabili e di stimoli per il pensiero. Un esempio è il rapporto, documentato, tra la natur-philosophie idealistica e Freud attraverso la mediazione di G.T.Fechner. Questo è un contributo storiografico veramente originale, ed è molto importante perché permette di capire - anche se lo spunto deve essere ancora lungamente sviluppato - come il nucleo realmente filosofico e nuovo del pensiero di Freud sia figlio della storia della filosofia e, dunque, erede dell’ultima importante filosofia a lui precedente, l’idealismo tedesco: «Tutto è Spirito, anche la Natura», cioè: la «natura» umana (sensazioni, sentimenti, pulsioni, istinti, passioni) dipende, nel bene e nel male, dalla «ragione» umana (percezioni, concetti, pensieri, giudizi, ragionamenti, teorie, atti di volontà, progetti), dai vizi e dalle virtù di questa, e non è una realtà separata ed autonoma.

 

1971

 

FRED UHLMAN, L’amico ritrovato (Feltrinelli, Milano, 1990).

 

Breve e commovente romanzo ambientato agli esordi del Terzo Reich; in cui si mostra che, se è valida l’opinione degli antichi (la verità e la virtù permettono l’esistenza dell’amicizia), è valida anche l’opinione dei moderni (l’amicizia permette l’esistenza della verità e della virtù).

 

1977

 

STEPHEN JAY GOULD, Ontogeny and Philogeny (Harvard University Press, Cambridge Mass., 1977).

 

Paleontologo ad Harvard, Gould è secondo me il più importante biologo del XX secolo (migliore di Jacob, di Monod, di Mayr, per non parlare di Lorenz). Ha vissuto poco ma scritto molto e ti consiglio tutti i suoi libri, che sono intelligenti, molto colti e quasi tutti godibili alla lettura. Questo, invece, è un libro tecnico e pesante da leggere. Però stimola molto il pensiero presentando una biologia veramente darwiniana, veramente non lamarkiana, da cui rampollano molte analogie per la psicologia, la sociologia, la morale. Gould discute la cosiddetta «legge biogenetica» o anche detta «legge di Haeckel», che recita: «l’ontogenesi ricapitola la filogenesi» (cioè: lo sviluppo individuale, prima di raggiungere la sua forma matura, passa attraverso tutte le forme mature degli antenati evolutivi). Appoggiandosi al grande embriologo Van Baer, Gould mostra che questa legge non è vera: in realtà ciò che appare nell’embriogenesi sono i caratteri generici, precedenti nel tempo quelli specifici. Siccome i caratteri generici sono comuni con gli antenati evolutivi, ciò dà l’illusione della «ricapitolazione»: ma in realtà le fasi embrionali di un individuo più evoluto somigliano solo alle fasi parimenti embrionali degli individui meno evoluti e non alle fasi adulte di essi. La visione di Haeckel è chiaramente pessimista: in campo morale ciascuno di noi dovrebbe ripetere le scelte dei propri antenati, e il nostro bagaglio storico sarebbe solo un «eterno ritorno» del passato (nihil sub sole novum). Ciò che accade veramente è invece che in ciascuno di noi si ripresentano le possibilità di scelta degli antenati, ma la scelta in sé è nuova, ed è nostra. Inoltre, la legge di Haeckel pretende di universalizzare il modello dell’«accelerazione ed addizione terminale» (l’individuo più evoluto vivrebbe più velocemente le fasi di maturazione degli antenati meno evoluti e poi aggiungerebbe - avendo disponibile un tempo residuo - qualcosa in più, che porta avanti l’evoluzione). La genetica, invece, ha mostrato che l’addizione dei caratteri è improbabile, l’addizione terminale poi è statisticamente quasi impossibile, e quello che accade ordinariamente è invece una sostituzione casuale dei caratteri. E l’osservazione macroevolutiva ha mostrato che il ritardo è un fenomeno tanto diffuso quanto l’accelerazione. Il ritardo dello sviluppo - per cui l’individuo discendente ha come caratteri adulti quelli che per l’antenato erano caratteri giovanili - si chiama «neotenìa». Gould mostra come oggi vi sia quasi unanimità tra i biologi: quella specie animale che è homo sapiens si è evoluta culturalmente grazie al fenomeno biologico della neotenia; e ripete con Bolk: «Cosa è essenziale all’uomo in quanto organismo? Il lento procedere del corso della sua vita».

 

 

1980

ALICE MILLER, La persecuzione del bambino

Tre storie di tre infanzie, narrate con ricchezza documentaria: una tossicodipendente terminale; un maniaco sessuale; Adolf Hitler. È un libro che aiuta a simpatizzare col precetto evangelico «Non giudicare!» ed ad adottare la massima «Tout comprendre est tout pardonner». Miller non pretende di spiegare l’origine del male, ma ci informa su come tre individui «cattivi» avessero qualche ragione per essere tali.

 

 

1985

NORBERTO BOBBIO, Liberalismo e democrazia

Quasi tutti, quando - poniamo alla televisione - sentono pronunciare da qualche politico o qualche giornalista le parole "liberale", "democratico", "liberaldemocratico", non riescono a distinguerne i significati e magari neanche ci provano. E così li confondono.

Questo volume di Norberto Bobbio vuole essere un antidoto contro tale confusione, perchè esso differenzia con grande chiarezza i vecchi, venerabili e ancora attuali concetti di Liberalismo e Democrazia.

Essendo il liberalismo e la democrazia due risposte a due problematiche politiche di genere essenzialmente diverso, lungo la storia si comportano come variabili indipendenti : sono esistiti ed esistono Stati n´ liberali né democratici, liberali ma non democratici, sia liberali sia democratici. Più inquietante - anche perché più direttamente confligge col Luogo Comune che confonde liberalismo e democrazia - è il fatto che sono esistiti ed esistono Stati democratici ma non liberali. Questo ultimo fenomeno era stato previsto dal pensatore liberale Alexis de Tocqueville già nel 1840 e lo aveva chiamato "tirannia della maggioranza".

 

 

 

1986

PRIMO LEVI, I sommersi e i salvati

 

L’autore, ebreo, internato ad Auschwitz, sopravvissuto, dopo la guerra lavorò come chimico, si sposò, scrisse vari libri sulla propria esperienza nei lager, fece un’attiva propaganda educativa nelle scuole per far ricordare cosa fu il nazismo. Questo libro, l’ultimo prima della morte, è un riepilogo dei suoi messaggi. Il nazismo fu essenzialmente menzogna: la menzogna distrugge, infine, anche chi la fabbrica credendo di padroneggiarla: infatti i nazisti e Hitler, dopo averla riversata sul popolo tedesco, ne furono dominati essi stessi e non riuscirono più a discernere da essa i fatti della realtà; e si gettarono a capofitto in una sanguinosa e degradante sconfitta. Il nazismo fu un totalitarismo: con questa parola si indica un potere che cerca di penetrare in tutti gli ambiti della vita senza rispettarne la complessità, il pluralismo, la divisione dei poteri singoli, il cono d’ombra del privato, il mistero dell’ignoto o del non ancora noto. Il lager rappresenta la forma pura del totalitarismo:

«Una qualche forma di retroazione, un correttivo all’arbitrio totale, non è mai mancato neppure nel Terzo Reich, né nell’Unione Sovietica di Stalin; nell’uno e nell’altra hanno fatto da freno, in maggior o minor misura, l’opinione pubblica, la magistratura, la stampa estera, la chiesa, il sentimento di umanità che 10 o 20 anni di tirannide non bastano a sradicare. Solo dentro il lager il controllo dal basso era nullo, ed il potere dei piccoli satrapi era assoluto. Il potere è come la droga: il bisogno dell’uno e dell’altra è ignoto a chi non li ha mai provati, ma dopo l’iniziazione, che può essere fortuita, nasce la dipendenza e la necessità di dosi sempre più alte, nasce anche il rifiuto della realtà e il ritorno ai sogni infantili di onnipotenza».

Questa forma di potere, senza freni, rende necessariamente molto malvagio chi lo usa: l’uomo - e Levi non prova ad indagare i perché, ma è fermissimo a testimoniare il fatto - diversamente da Dio non è capace di gestire per il bene un potere onnipotente. L’autore confuta molti luoghi comuni dell’etica popolare. Non è vero che nella comune disgrazia nasca la solidarietà: Levi parla di una «zona grigia» che si creava nel lager e cioè di una crescente difficoltà a discernere il bene dal male: era facile confondersi perché ovunque il potere onnipotente suscitava il privilegio; e così il proprio compagno, destinato alla comune morte, per ritardarla di un giorno o per sperarla un po’ meno atroce, era disposto a ignorare l’altrui bisogno, a tradire, a infierire anche, in quanto identificato nella ferocia dei potenti carnefici. Non è vero che la vergogna sia l’emozione propria del criminale: erano le vittime a vergognarsi molto più dei carnefici. Come Tommaso d’Aquino, Levi parla di un motivo di questo paradosso: il luogo comune - e noi tutti abbiamo al nostro interno una parte che è schiava dei luoghi comuni - ritiene buoni i materialmente forti e cattivi i materialmente deboli, e dunque narcisisticamente si vergogna di essere tormentato da un ingiusto persecutore, in quanto il subire un tormento è una forma di debolezza materiale-esterna. Il luogo comune contro cui principalmente polemizza Levi è quello delle ideologie di tipo radicaleggiante-utopistico (come per esempio il marxismo) secondo le quali i gruppi sociali più poveri e oppressi saranno loro a trovare la motivazione per combattere l’ingiustizia e a trainare l’intera società verso una migliore vita civile morale. Invece:

«Quanto più dura è l’oppressione, tanto più diffusa tra gli oppressi è la disponibilità a collaborare col potere. In ogni caso, si osserva che alla testa del movimento non figurano mai gli individui più oppressi: di solito, anzi, le rivoluzioni sono guidate da capi audaci e spregiudicati, che si gettano nella mischia per generosità (o magari per ambizione) pur avendo la possibilità di vivere personalmente una vita sicura e tranquilla, magari addirittura privilegiata. L’immagine, tanto spesso replicata nei monumenti, dello schiavo che spezza le sue pesanti catene, è retorica: le sue catene vengono spezzate dai compagni i cui vincoli sono più leggeri e più lenti».

È l’idea che dà il titolo al libro: i testimoni più completi dell’orrore dei lager sarebbero coloro che ne hanno toccato il fondo di violenza e di degradazione, ma costoro non possono testimoniare, perché non ci sono più, sono stati «sommersi». A testimoniare c’è invece chi, come Levi (che era un chimico e fu usato dai nazisti come tecnico di laboratorio), ha potuto godere di qualche privilegio e risulta essere nel numero dei «salvati». Una conseguenza specifica di questa situazione è il dolore: nel lager il dolore era più forte nei primi giorni, poi diminuiva perché l’individuo diventava sempre più malato - più corrotto, più disperato - e dunque sempre meno ospitava dentro di sé quella parte sana e vitale che è la sola a potere provare dolore. Così, anche, il dolore ricominciò lancinante a farsi sentire dai «salvati» quando questi videro entrare i liberatori: infatti allora si riprospettava loro la vita con le sue responsabilità verso sé e verso gli altri. Vita, cioè il bene, ma con la coscienza della distruzione operata: da cui il dolore. Levi cita il poeta Leopardi per confutarlo: non è vero che il piacere sia generato dalla fine di un male («passata è la tempesta»): la fine o l’attenuarsi di un male, pur portando naturalmente motivi di gioia, non può essere senza dolore (lo psicanalista Winnicott era dello stesso parere: secondo lui le persone sane soffrono molto di più delle persone malate - per esempio gli internati in un ospedale psichiatrico - le quali hanno perso molta della loro capacità di sopportare il dolore).

 

 

1989

SIMON SCHAMA, Cittadini. Cronaca della Rivoluzione Francese

A duecento anni dalla Révolution, questo libro sembra esser l'inveramento del progetto incompiuto di Manzoni : raccontare la rivoluzione francese evitando sia le secche dei Reazionari (e oggi dei neoreazionari e revisionisti che vorrebbero presentare la Révolution e addirittura l'Illuminismo come "i presupposti del totalitarismo comunista e ateo"), sia le paludi dei Giacobini (e fino a ieri dei marxisti).

Con tutta la vasta erudizione documentaria e tutta la variegata strumentazione di scienze umane proprie di uno storico liberale di Harvard dei nostri giorni, Schama si disincaglia dal riduttivismo economicistico degli storici marxisti e ripristina - contro i machiavellismi sia comunisti sia reazionari - un punto di vista etico. Egli scrive :

"Il libro tenta di affrontare da vicino il doloroso problema della violenza rivoluzionaria. Gli storici, temendo di dar adito a sensazionalismi o di venir presi per biechi controrivoluzionari, si sono dimostrati restii ad affrontare questo problema ; io l'ho posto al centro della mia argomentazione proprio perché non credo che si trattò di un infelice sottoprodotto della politica, o di uno sgradevole mezzo grazie al quale furono conseguiti fini più virtuosi o furono sventate mire abiette.

Tocqueville intuì gli effetti destabilizzanti della modernizzazione prima della Rivoluzione. Seguendo questa intuizione è possibile oggi riconoscere nel regno di Luigi XVI una cultura e una società afflitte più dall'inclinazione al cambiamento che alla resistenza ad esso. Per converso ritengo che la violenza rivoluzionaria fu originata in misura maggiore dall'avversione alla modernizzazione che dall'insofferenza per la velocità del suo corso."

 

Approfonditi e appassionanti sono i ritratti di singole personalità come Re Luigi, Maria Antonietta, Hérault, Linguet, David, Malesherbes, Talleyrand, Robespierre, Danton, Marat, Desmoulins e tanti altri.

Schama, secondo me, è tra i migliori storici di oggi; per le tematiche "anglofile" che percorrono questa mia lettera potresti far riferimento a un altro suo libro : A History of Britain.

 

1992

SEBASTIANO VASSALLI, Marco e Mattio

Vassalli è un autore che - sulla scia manzoniana - scrive romanzi storici : La Chimera tratta l'Inquisizione del XVI secolo, Marco e Mattio la vita contadina e l'avventura napoleonica alla fine del XVIII; Il Cigno la collusione tra mafia e politici corrotti nel XIX secolo crispino ; Cuore di pietra il fascismo del XX secolo; Archeologia del presente il movimento sessantottino e i decenni successivi fino ad oggi.

Tra questi romanzi prediligo Marco e Mattio, in cui uno dei due protagonisti (don Marco) è un personaggio mitico e non realistico: con vari nomi e vari volti e ruoli è l'Ebreo Errante (forse, l'incarnazione del Diavolo), mito europeo plurinazionale e plurisecolare che proprio con l'Età Napoleonica si esaurisce. L'altro (Mattio Lovàt) è invece un personaggio realistico e in parte anche reale (Vassalli usa documenti storici del Morocomio di San Servolo): un carbonaio e poi ciabattino in un villaggio di montagna dove nella povertà trascorse le dolorose vicende della sua vita, ma fu anche marginalmente coinvolto da quelle della Storia con la maiuscola, e poi sviluppò via via una malattia mentale che - tra le altre cose - lo convinse di esser una sorta di messia e tentò, da solo, di crocefiggersi e anche ci riuscì, ma sopravvisse e finì internato come matto a Venezia. È il racconto della vita unica ed irripetibile di un Individuo povero e debole e come sopraffatto dalle enormi Forze delle Mentalità, delle Ideologie, dei Pregiudizi, delle Ignoranze, degli Interessi, presenti sia nel mondo a lui esterno sia nel suo mondo interiore. Era un "sommerso" dalla Storia e candidato ad essere - come centinaia di milioni di altri Individui - un sommerso ignoto, se non fosse stato per il referto clinico di uno psichiatra del Morocomio veneziano che ci ha lasciato notizie di lui.

Di Napoleone è giusto chiederci, con Manzoni : "Fu vera gloria?". Di Mattio Lovàt verrebbe da chiedersi: "Che significato ha avuto per il mondo la vita di questo umile?". Scrive Vassalli:

"Mattio credeva di dovere salvare il mondo e morì per salvarlo: lo salvò? Chissà. Il senso pratico - il è buon senso', a cui la maggior parte delle persone crede di ispirare le proprie azioni - ci induce a sorridere di une simile ipotesi; ma nel mondo governato dal buon senso, per nostra fortuna, di tanto in tanto affiorano degli uomini che ci passano vicino e che poi scompaiono portandosi appresso universi di domande, a cui sarebbe troppo facile, o troppo stupido, rispondere...Uomini che ci salvano : ma sì! Anche se il nostro mondo non meritava il sacrificio di Mattio Lovàt, lui non aveva altri mondi per cui sacrificarsi: e ci ha salvati, o, quanto meno, ha creduto di salvarci...

La passione di Mattio fu molto lunga, le circostanze della sua morte possono apparire banali: non altrettanto può dirsi degli effetti, che furono grandiosi. A partire dall'8 aprile 1806 incominciò il declino di quel Bonaparte in cui Mattio, e moltissimi altri come lui, avevano visto l'incarnazione stessa delle forze del male. Le cose del mondo, rimescolate a lungo e con molto vigore tra di loro, si fermarono a poco a poco e si riassestarono, non più secondo l'ordine antico ma secondo un ordine nuovo, che si sarebbe venuto disvelando nei decenni e nei secoli successivi. Tutto accadde apparentemente da sè....

Insomma e per farla breve, da quel lontano giorno d'aprile del 1806 tutto nel mondo incominciò a volgere al meglio, cioè al presente: a questo nostro presente pieno di cibo, di soldi, di automobili e d'ogni altro genere d'abbondanza, che non sarebbe com'è, o, forse, non esisterebbe nemmeno, se Mattio Lovàt non avesse patito, e non fosse morto, per liberarci dal passato. Addio, Mattio!".

L'autore, cioè, in maniera poetica vuole suggerire che, al di là delle apparenze, la Storia è fatta non solo dai Napoleoni, ma da tutti, e che ciascuna individualità è preziosa e insostituibile per lo strutturarsi dinamico (storico) del nostro unico Mondo. Non abbiamo una mente capace di vedere in concreto come questo avvenga, se una tale mente esistesse potrebbe esser solo quella divina. Ma anche se non "vediamo" (non "conosciamo", direbbe Kant) come è fatta in concreto questa rete di rapporti reciproci e necessari tra tutti gli enti, però "crediamo" ("pensiamo", direbbe Kant) che essa esista.

 

 

1996

LUCIO RUSSO, La rivoluzione dimenticata

 

I Greci nel III secolo avanti C. (la cosiddetta età ellenistica) avevano sviluppato le varie scienze matematiche e naturali a un livello che fu prima perduto poi recuperato pienamente solo con la fine del XVII secolo dopo C. L'autore, che oltre a esser e un fisico e un matematico è anche un filologo classico, con abbondanza di esempi mostra questo fatto storico sconosciuto quasi a tutti.

La causa della dimenticanza della scienza ellenistica fu la conquista romana, nel II secolo a. C. : la civiltà di Roma era assai diversa da quella ellenistica e non interessata alle scienze. Plinio il Vecchio (I secolo d. C.) fu considerato il maggiore scienziato di Roma, ed era incapace di comprendere i trattati scientifici ellenistici. Scrive Russo:

 

"La difficoltà che si prova nel tentare di inquadrare storicamente fatti e personaggi del III secolo a. C. è strettamente connessa alla nostra profonda ignoranza di questo periodo, che è stato quasi cancellato dalla storia.

In primo luogo, infatti, non coi è rimasto alcun resoconto storico continuato tra il 301 a. C. e i 221 a. C.. Non solo non abbiamo le opere storiche ellenistiche, ma anche dell'opera del romano Tito Livio ci manca la seconda parte, che riguardava il periodo dal 292 al 219 a. C. Forse non è un caso. La tradizione ci ha conservato la storia della Grecia classica e quella dell'ascesa di Roma. La storia del secolo della rivoluzione scientifica è stata dimenticata con il ritorno della civiltà a uno stadio prescientifico.

Quasi tutti gli scritti dell'epoca ellenistica si sono perduti. La civiltà che tra le tante conquiste intellettuali ci ha lasciato anche l'idea stessa delle biblioteche e della gelosa conservazione del pensiero del passato è stata cancellata con le sue opere. Le poche opere scientifiche rimaste ci sono state trasmesse da Bizantini e Arabi. L'Europa non aveva conservato nulla..

La gravità della distruzione della distruzione delle opere ellenistiche è stata spesso sottovalutata, in base all'ottimistica teoria che quelle sopravvissute fossero le opere migliori. Purtroppo questa visione ottimistica è priva di fondamento. Infatti le opere migliori non possono salvarsi grazie a un meccanismo automatico di selezione naturale in presenza di una generale regressione del livello di civiltà. Il fatto che la stessa tradizione che ci ha conservato integralmente i 37 libri della Naturalis Historia di Plinio avesse trascurato di tramandarci le poche fondamentali pagine del trattato di Archimede Sul Metodo è da solo una prova che questo sia proprio il nostro caso. La selezione dei posteri ha privilegiato le compilazioni o comunque le opere scritte in un linguaggio ancora comprensibile nella tarda Antichità e nel Medio Evo.”

Non fu dunque il cosiddetto "oscurantismo della chiesa cristiana" la causa (contro il diffuso luogo comune) , ma l'imperialismo di una civiltà culturalmente arretrata quale quella di Roma. Scrive un recensore del libro di Russo :

"Il lentissimo recupero della scienza Greca cominciò nel tardo Medio Evo e continuò per tutto il Rinascimento fino al XVII secolo (incluso). Molte delle invenzioni "originali" di questo periodo (l'idraulica, la costruzione dei fari, l'ottica...) non sono altro che l'effetto di una nuova capacità di comprendere i testi greci. Lo stesso Galileo, spesso presentato come colui che rompe con la tradizione aristotelica, riprende temi e argomenti ellenistici. La sua formulazione del principio d'inerzia ricalca quella di Erone, vecchia di quasi duemila anni: 'Dimostreremo che i pesi che hanno una tale posizione [cioè su un piano orizzontale privo di attrito] possono essere mossi da una forza minore di qualsiasi forza data'."

All'epoca i protagonisti della rivoluzione scientifica Rinascimentale avevano ben presente questo loro debito di gratitudine verso la scienza greca. Nel XVIII secolo invece,

"la scienza europea, convinta di poter finalmente camminare con le proprie gambe, visse, attraverso l'ideologia illuministica, un violento fenomeno di rigetto dall'antica cultura da cui era nata e di rimozione del suo ricordo. Fu allora che ci si convinse che la pneumatica fosse nata con Torricelli, seppellendo le opere pneumatiche di Erone e di Filone di Bisanzio nell'oblio in cui sono sostanzialmente rimaste fino ad ora; l'idea eliocentrica, che da sempre era stata legata al nome del suo ideatore, Aristarco, divenne l'idea copernicana e Aristarco fu relegato nel ruolo di prematuro è precursore. Tutti i ritrovati tecnologici ellenistici furono considerati dei precursori' delle loro imitazioni moderne. La storia millenaria di riflessioni sulla gravitazione fu cancellata anch'essa dalla conoscenza collettiva, che accettò che si fosse trattato di un parto improvviso del genio di Newton."

Per gli scopi della mia lettera il libro di Russo ci suggerisce alcune cose: come l'idea di un progresso lineare sia semplicistica ; quanto possa essere distruttiva la brama del potere ; quale possa essere - in certe circostanze - l'impotenza a ricordare nella mente umana ; come il narcisismo (in questo caso quello della cultura europea dal XVIII secolo  in poi) possa deformare la conoscenza dei fatti storici.

 

 

 

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