Franco Manni

 

 

Filosofia della politica

 

 

 

 Definizioni

 

·        Alcune definizioni della  politica nella “doxa” (cioè nei “luoghi comuni” della cosiddetta “gente”) : è una cosa “sporca” ; è una cosa specializzata “per professionisti della politica” ; è una cosa “naturale”, universalmente umana,  per la quale non c’è bisogno di preparazione ; è una cosa artificiale e astrusa, “indifferente” e “irrilevante” per la reale qualità della vita quotidiana ;  è la “arte del possibile”, cioè dell'arrangiarsi, dell'espediente, del trucco e a limite dell'inganno. 

  • Come definire lo scopo della politica in filosofia? : secondo il punto di vista del buongoverno, o il punto di vista della legittimazione del potere, o il punto di vista  dello specifico “categoriale” (cioè rispetto alle altre discipline filosofiche : metafisica, etica, filosofia della religione, antropologia, etc)

 Alcune definizioni  della politica nella filosofia: missione del cittadino (Socrate) ; frutto dell’amore (Platone) ; tessere i fili di collegamento tra i caratteri Coraggiosi e i caratteri Pensosi (Platone); raggiungimento del Bene Comune (Aristotele) ; arte del Potere (Machiavelli) ; una specificazione della Legge di Natura (Tommaso d’Aquino) ; difesa della Legge di Natura (Giusnaturalisti) ; regolatore minimo del traffico (Adam Smith) ; adempimento dell’etica (Hegel) ; sovrastruttura dei rapporti di classe economica (Marx) ; monopolio della forza fisica (Weber); forma più alta della carità (Caterina da Siena, Francois Mauriac))

 

·        Collocazione della filosofia politica nel contesto delle altre discipline filosofiche  : scienza pratica ( e non speculativa) proprio come l’Etica, ma:

-         riguardante in specifico la Giustizia (rispetto alle altre virtù)

-         e i rapporti giuridici,  cioè esterni

-         e la collettività che tende ad allargarsi fino al suo fine naturale (o storico)

-         e l’attività che crea la norma e da essa è limitata (diversamente dalla attività oggetto della filosofia del diritto) 

 

·        Problemi : politica/morale ; politica/Economia ; politica/cultura ; libertà/uguaglianza ; uniformità/diversità ; nazionalismo/cosmopolitismo ; democrazia/oligarchia ; liberismo/interventismo ; liberalismo/assolutismo ; progresso/conservazione ; estremismo/moderatismo ; rivoluzione/reazione ; guerra/pace ; comunità/individuo ;  etc. etc.

 

·        Metodo :

-         come in ogni disciplina filosofica si basa sulla logica e sull’esperienza. Se però la logica è sempre una sola (evitare le contraddizioni), l’esperienza è molteplice : quella attuale e quella passata ; quella personale e quella degli altri , quella del profano e quella dello specialista ; quella immediata e quella meditata

-         in questa disciplina si pone in maniera speciale il problema della “avalutatività della scienza” ? No, questo problema si pone per tutte le scienze! 

·        Fonti : ne consegue che le fonti per raccogliere tale esperienza saranno : i libri di storia politica ; i libri di filosofia politica ; i luoghi comuni attuali sulla politica ; l’informazione politica dei media ; le dirette osservazioni del proprio vissuto 

Profilo Storico 

Antichità e Medioevo

 

  • Socrate e la politica del “militante di base”, non quella del “titolare di carica pubblica”: egli fa politica stimolando e provocando i suoi concittadini sui problemi della città (“il tafano degli Ateniesi”) e non cercando di avere posti di comando/potere (anche quando gli sono offerti, li rifiuta!)

  • Platone : lo Stato Ideale che ha come presupposto l’incompatibilità tra affezioni pubbliche e affezioni private ; governo degli uomini e non governo delle leggi ; la personalità del politico come “tessitore” tra i caratteri diversi delle persone, che -  altrimenti - non si incontrerebbero e,  o si disprezzerebbero a vicenda, o, comunque, vivrebbero isolati gli uni dagli altri

  • Aristotele : le forme di governo buone e cattive si distinguono tra di loro non per il soggetto della sovranità (uno, pochi, molti),  ma per la maniera di esercizio di essa : a vantaggio dei governanti (tirannia, oligarchia, democrazia) o a vantaggio del  bene comune (monarchia, aristocrazia, politìa)

  • La discussione antica  ci consegna dunque sia una teoria dei soggetti della sovranità sia una teoria dei modi di esercizio della sovranità.... che lungo i secoli e i millenni porterà al momento presente (XXI secolo)  in cui gli Stati Occidentali come soggetto della sovranità preferiscono il dèmos, i molti, e come modo quello liberale che non attribuisce ai governanti un potere illimitato.

  • Il Medioevo (vedi Tommaso d’Aquino, De Regimine Principum) ci consegna una teoria della legittimità della sovranità : essa è legittimata dall’applicare nelle particolari circostanze “temporali” (“storiche”) la altrimenti non dettagliata legge divina.

 

Età Moderna

 

  • Con l’autonomizzarsi della cultura dalla religione nell’Umanesimo e Rinascimento del XV-XVI secolo, Machiavelli  pone il problema della autonomia della politica dalla morale.  Appare quindi  la possibilità di tre rapporti tra la politica e la morale: 1) monismo etico, in cui la politica si riduce alla morale ( Erasmo da Rotterdam, il difensore dello  “antimachiavellismo”) ; 2)  monismo politico,  in cui la morale  si riduce alla politica (Hobbes  ed Hegel ); 3) distinzione nella specializzazione: come tutte le sfere della vita (religione, istruzione, sanità, guerra, economia, famiglia etc, etc) hanno un necessario collegamento alla attività politica, così tutte esse lo hanno alla impostazione morale della vita individuale (ordinamento verso il sommo bene, la felicità) [cfr. Norberto Bobbio, Etica e Politica, pp. 67-104]

 

  • Con l’autonomizzarsi delle élite intellettuali nei secoli XVI-XVII, gli Utopisti (Thomas More,  Francis Bacon, Tommaso Campanella , Rabelais) scrivono opere di “fantapolitica positiva”: cioè prospettano uno Stato “ideale”, che dovrebbe esser il metro di giudizio degli Stati reali che conosciamo al fine di cambiarli radicalmente, come già aveva fatto Platone (e diversamente da quel che aveva fatto Aristotele, il quale invece aveva raccolto decine di costituzioni di Stati reali e si era messo a esaminarle e compararle)

 

  • Con le riforme protestanti e le sanguinose guerre di religione del XVI secolo, la legittimazione del potere politico viene svincolata da Dio e posta nella Natura. I Giusnaturalisti  (Alberico Gentili, Hugo Grotius, Samuel Pufendorf) da una parte problematizzano la storicità del diritto, dall’altra cominciano il ribaltamento di prospettiva della politica : da teoria dei poteri dei governanti a teoria dei diritti dei governati.

ñ     ma la concezione di “Natura” è problematica : si osservi l’antitesi tra Hobbes ( la natura umana è cattiva in atto) e Rousseau (la natura umana è buona in atto), e il più sofisticato modello liberale di Locke (la natura umana è buona ma solo in potenza e non in atto).

ñ     quali diritti sono “naturali” (facenti parte di una immutabile potenzialità innata della natura umana) ? L'esempio della storia del diritto di proprietà mostra che non è possibile decidere

ñ     Ma, al di là della “Natura”, guardiamo i concreti rapporti tra Politica e Diritto : la prima genera il secondo ma è ispirata dal secondo

ñ     se il sistema giuridico riconosce un Diritto a una categoria di persone, deve assieme toglierlo a un’altra categoria di persone, o meglio trasformarlo in un Dovere  (Età dei Diritti, di Bobbio)

ñ     dalla fine del XVIII secolo  c’è stato un capovolgimento della politica : dai Doveri del Suddito verso il Sovrano  ai Diritti del Cittadino verso lo Stato

ñ     I tre criteri indipendenti tra loro della valutazione del Diritto : giustizia, validità, efficacia ( Bobbio , Teoria Generale del Diritto)

ñ     i diritti sono storici, la prova è nei vari racconti storici della loro formazione (per esempio in L'Età dei Diritti, di Bobbio). È evidente anche – almeno allo studioso di storia - il succedersi temporale delle diverse categorie di diritti (“giuridici”, “politici”, “sociali”, “psicologici”, “ecologici”)

ñ     La polemica reazionaria  anti-illuministica che denuncia lo “atomismo individualista” dei diritti. In realtà i diritti “sociali” non sono affatto “atomistici” (egoistici), perchè sono riconosciuti all'individuo ma nell’interesse anche della società

ñ     il problema della universalità “consensuale” (in un atto storico-temporale determinato)  e non “naturale” dei diritti umani ha avuto la sua soluzione nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo delle Nazioni Unite del 1948, in cui una accordo tra soggetti concreti e storici costruisce un criterio reale per giudicare “ingiusta” una Legge Positiva di uno Stato qualsiasi, che era lo scopo iniziale dei Giusnaturalisti: cioè distinguere “giusto” da “legale” e “ingiusto” da “illegale”

 

  • L’idea di Tolleranza : Spinoza,  Locke, Voltaire (Dizionario , ad vocem).

ñ La idea di “tolleranza” (sopportare che le altre persone ti critichino, senza che tu adotti forme di ritorsione verso di loro a causa di tali loro critiche) è stata spesso attaccata perchè giudicata sinonimo di “indifferenza” ai valori e “relativismo” dei valori (cfr. Norberto Bobbio, L'età dei diritti, p. 232)

ñ Ma analizziamo la frase famosa di Voltaire sulla tolleranza : “Non condivido e non approvo ciò che pensi, e cercherò di convincerti che ti sbagli; ma sono pronto a fare di tutto - anche a dare la mia vita! - affinché tu possa esprimere liberamente queste tue idee!”. Questa frase ha due parti: di solito gli Intolleranti giocano sul fatto che la maggioranza delle persone dimentica o – meglio – non comprende - la prima parte della frase e si confonde e crede che “tollerare” significhi non avere una propria identità di pensiero, significhi essere “relativista” (alla Protagora: ogni opinione è vera, il falso non esiste...  affermare che esistono opinioni false sarebbe arrogante, prepotente, “politically incorrect”). Allora gli Intolleranti hanno buon gioco a denigrare e ridicolizzare la Tolleranza,  una volta che essa sia perversamente confusa col Relativismo.   Invece la prima parte della frase di Voltaire ci ricorda che il soggetto tollerante è Forte (ha una identità e una autostima, una personalità, un pensiero FORTI) e non è Debole (non è una persona senza identità ed autostima, di personalità frivola e incostante, di pensiero superficiale e influenzabile)

ñ Il Rifiuto di singoli e di gruppi da parte delle Maggioranze  esclude l’Altro come partner morale: cioè non lo ritiene più  – kantianamente – un “fine” ma solo un “mezzo” della propria azione nella propria vita. Invece la Assimilazione di singoli e di gruppi da parte di Maggioranze  considera l'Altro solo come partner morale “potenziale”, cioè lo considera un “fine” della azione morale nella propria vita solo se egli lascia la propria identità, le proprie opinioni e adotta quelle della maggioranza.
Rifiuto ed Assimilazione sono le due gradazioni (Estremista e Moderata) della Intolleranza.
La Tolleranza – invece – riconosce l'Altro come partner morale nella sua natura di Altro, cioè di soggetto che ha e mantiene una identità e delle opinioni
diverse dalle proprie !

ñ Un problema particolare ed importante discusso per secoli è questo: bisogna tollerare anche gli intolleranti? La risposta a questa domanda – già posta da Locke - è difficile e richiede una attenta analisi sia delle diverse circostanze storiche sia delle proprie profonde concezioni riguardanti la natura umana e il  futuro della società (cfr. questa analisi in Bobbio, L'età dei diritti, pp. 244-246)

ñ La Tolleranza è legata alla Laicità: storicamente essa inizia nell'ambito delle idee religiose con lo scopo di porre fine al  terribile periodo delle Guerre di Religione in Europa del XVI-XVII secolo, e porta alla formazione dello Stato Laico, cioè neutrale in materia religiosa, che è il padre diretto dello Stato Liberale, cioè neutrale in materia politica (L'età dei diritti, pp. 246-247)

 

  • Locke e Montesquieu ( fine XVII secolo e prima metà XVIII secolo) e la teoria della “divisione dei poteri: il moderato pessimismo antropologico (supportato dalle vicende della opposizione effettuale alle monarchie assolutiste dell'epoca e alle reminiscenze culturali della storia  - idealizzata – della Repubblica Romana Antica) porta a una teoria politica diffidente verso il Potere Sovrano: come scriverà nel XIX secolo lord John Emerych Acton “è possibile che il potere corrompa, ma il potere assoluto corrompe certamente”   (“power tends to corrupt, and absolute power corrupts absolutely”). Dunque il Potere Sovrano va limitato! E la limitazione deve esser interna ad esso, rendendo indipendenti l'una dall'altra le sue tre funzioni: Legislativa, Esecutiva, Giudiziaria.

 

  • Deismo e Ateismo dell’Illuminismo  (XVIII secolo) e il problema della Laicità :

ñ     il processo di separazione tra potere temporale e potere spirituale: essi erano coincidenti nella Età Antica in cui l'Imperatore è anche Sommo Pontefice e a volte viene anche deificato; ed erano  in concorrenza e lotta nel Medio Evo cercando l'uno di inglobare l'altro (Cesaropapismo) e l'altro di inglobare l'uno (Teocrazia) , ma – di fatto – non riuscendoci, e così cominciarono ad autonomizzarsi: la teoria dei “due Soli” (i due Poteri sono entrambi astri che brillano di luce propria e non riflessa) di Dante Alighieri nel De Monarchia, teoria che precorre l'idea moderna di laicità.

ñ     Nell'Età Moderna i conflitti causati dalle varie Riforme Protestanti necessitano – per il bene della pace sia interna agli Stati sia esterna tra gli Stati – che si arrivi a una tolleranza religiosa:  la Pace di Augusta del 1555, la politica di Elisabetta I Tudor, l'Editto di Nantes di Enrico IV del 1598, i Padri Pellegrini del Mayflower nel 1620 e le prime colonie inglesi nordamericane basate sulla tolleranza religiosa, i Trattati della Pace di Westfalia del 1648, la tolleranza verso i Puritani e gli altri anticonformisti alla fine della Prima Rivoluzione Inglese nel 1649, il Toleration Act del 1689 alla fine della Seconda Rivoluzione Inglese, la Dichiarazione di Indipendenza delle 13 colonie nordamericane del 1776, etc. etc.

ñ     ecco dunque che lo Stato Laico emerso dalla Età Moderna è indifferente alle convinzioni religiose dei suoi cittadini e dunque non ha una “religione di Stato” privilegiata, ed è equo ed equanime verso tutte realizzando così la possibilità concreta di una reale pluralismo religioso. Da questo Stato laico emerge (storicamente assieme con esso o poco dopo esso) lo Stato Liberale che si comporta allo stesso modo verso le diverse convinzioni politiche dei propri cittadini, e dunque non ha un “partito politico di Stato” privilegiato, ed è equo ed equanime verso tutti realizzando così la possibilità concreta di una reale pluralismo partitico.

ñ     Si dice che l’etica laica sia più lassista  e quella religiosa sia  più rigorista, in verità lassismo e rigorismo sono trasversali : vi sono “laici” rigoristi (i vittoriani) e “laici” lassisti (i sessantottini); e vi sono “religiosi” lassisti (i papi rinascimentali, i casisti gesuiti) e “religiosi” rigoristi (i giansenisti, i puritani fondamentalisti): cfr. Aa. Vv., Laicità. Domande e risposte in 38 interviste, citato in bibliografia

ñ     nello Stato Laico la Scuola di Stato o Pubblica è una Scuola Laica: il che implica la indifferenza di essa verso le opinioni religiose degli insegnanti, degli studenti, e dei libri di testo adottati: in essa quindi possono convivere e confrontarsi continuamente ogni giorno persone e gruppi di varia tradizione ed opinione, realizzando così un concreto pluralismo di fatto che permette la reciproca conoscenza e la integrazione. Le Scuole Private Confessionali invece - privilegiando un orientamento religioso su tutti gli altri -  non permettono questo pluralismo, questa reciproca conoscenza, questa integrazione, e tendono invece a separare individui e  gruppi lungo il loro percorso quotidiano e pluriennale di formazione, e tendono dunque ad estraniarli tra di loro.

 

·        Kant (seconda metà XVIII secolo) e la teoria del cosmopolitismo e della Pace Perpetua

ñ     il Progresso dell'Umanità secondo Kant è possibile

ñ     in specifico, è non solo augurabile ma anche possibile raggiungere una Pace Perpetua tra gli Stati

ñ     i quattro legami che vincolano la Pace ai diritti umani: 1) il diritto alla vita (nello stato di guerra si uccide e si viene uccisi); 2) il diritto alla libertà (in stato di guerra gli Stati hanno pretesti per ridurre le libertà fondamentali); 3) la esistenza di una Organizzazione Sovranazionale che difenda i diritti dell'uomo (in uno stato di guerra gli Stati disconoscono tale Organizzazione e rivendicano per sé una sovranità illimitata) ; 4) le condizioni economiche minime per una vita dignitosa  ( in uno stato di guerra gli Stati sia distruggono risorse economiche sia non si adoperano per incrementarle) (Bobbio , Teoria generale etc , cit. in bibliografia)

ñ     l’incidenza delle guerre nella storia umana: una storiografia pacifista che volesse ignorare tale incidenza sarebbe gravemente manchevole. D'altra parte la filosofia della storia opposta - che  interpreta guerre ( Hegel) e rivoluzioni (Marx e Lenin) come creative del Bene -  è altrettanto riduttiva, omissiva e incapace di spiegare le vicende storiche (Bobbio , Teoria generale etc , cit. in bibliografia)

ñ     i due rapporti opposti tra guerra e diritto: 1) da una parte la guerra sospende la pace e la pace tra gli uomini è lo scopo stesso del diritto; 2) d'altra parte alcune guerre sono il mezzo per fermare coloro che violano il diritto con prepotenza e violenza, e certamente non tutte le guerre sono prepotenze imperialistiche, diversamente da  come dicevano certi marxisti  (Bobbio, Teoria generale etc , cit. in bibliografia)

ñ     guerra e progresso: siccome la intelligenza umana sembra esser stimolata più dalla sfide che gli ostacoli e i conflitti pongono,  piuttosto che dalla calma routine, ecco che la guerra è stata spesso stimolatrice di progresso non solo scientifico e tecnico  ma anche giuridico e morale; vedi per esempio le conseguenze nelle organizzazioni internazionali e nei costumi di vita dopo le due guerre mondiali. (Bobbio, Teoria generale etc , cit. in bibliografia)

ñ     per la pace : un solo Stato (pacifismo liberal-democratico) o nessuno Stato (pacifismo utopico anarchico e socialista) ?

ñ     il Terzo per la pace: non si insisterà mai abbastanza sulla importanza di un Terzo per potere fare la pace tra due soggetti in conflitto: ecco la importanza essenziale delle organizzazioni sovranazionali (Bobbio, Teoria generale etc)

 

  • Adam Smith ( seconda metà XVIII secolo) e il Liberismo : cioè la teoria politica per la quale lo Stato deve rimanere estraneo, inerte, e lontano dalle iniziative economiche dei suoi cittadini. Deve astenersi da intervenire con Leggi sulle cose economiche.  Secondo Smith, quando ciò avvenisse, ecco che  vi sarebbe una “mano invisibile” (opposta a quelle “visibili” e deprecabili dello Stato  delle Corporazioni Parastatali) che condurrebbe verso lo “ottimo risultato” economico la complessa sommatoria delle iniziative economiche dei privati

 

Età Contemporanea

  • il pensiero conservatore  da Edmund Burke (Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia, 1790), per passare a Camillo Benso di Cavour (1810-1860) e Benjamin Disraeli (1804-1881), fino ai grandi leader conservatori del XX secolo : Winston Curchill (1874-1965) e Charles de Gaulle (1890-1970). Le sue idee:

·        ritenere che il miglioramento dello Stato non possa avvenire attraverso Rivoluzioni Politiche e troppo rapidi cambiamenti sociali

·        valorizzare le Tradizioni sociali – per esempio la Religione e la Famiglia - laddove esse non confliggano con valori più importanti (per esempio la laicità dello stato e la libertà personale). Ecco perchè i Conservatori sono stati alieni dagli estremismi di scristianizzazione, propaganda atea, licenza sessuale.

·        una politica economia più liberista che interventista

·        una promozione dell'orgoglio nazionale

 

  • il pensiero reazionario  da Joseph De Maistre (Du Pape, 1819), Luis Gabriel De Bonald (1754-1840) e soprattutto  Klemens Von Metternich (1773-1859), fino ai grandi reazionari del XX secolo come Benito Mussolini, Francisco Franco, Antonio de Oliveire Salazar, Adolf Hitler, Philippe Petain. Le sue idee:

·        reagire contro gli ideali della Rivoluzione Francese: libertà, uguaglianza , giustizia economica

·        in specifico denunciare le libertà del Liberalismo (di espressione delle idee politiche, filosofiche e religiose) come un cancro che distrugge la “salute” della società e la porta verso il caos

·        distruggere i meccanismi istituzionali che permettono il Liberalismo e cioè la Separazione dei Poteri

·        nostalgia per la unione tra Potere Temporale e Potere Spirituale (bisogna restaurare la alleanza Trono/Altare)

·        avversione verso la modernità sociale, la mobilità dell'individuo, il rinnovamento delle forme di famiglia, la urbanizzazione, la industrializzazione, l'equità nei ruoli sessuali. E i Reazionari vagheggiano il ritorno a un Ruralismo Eterno.

·        Per una chiara analisi della netta differenza tra Conservatori e Reazionari, vedi Norberto Bobbio, Teoria generale della politica, p. 562.

 

  • il nazionalismo  : cioè la valorizzazione della Nazione (una comunità di tradizioni “culturali” come in primis la lingua e la relativa letteratura, e poi tradizioni di ruoli familiari e sessuali, economiche e anche religiose . Lo obiettivo del nazionalismo è di creare uno Stato Nazionale (diverso da quelli – fino al XVIII secolo ancora prevalenti - Sovra-nazionali e Infra-nazionali,  costruiti attorno al potere di  Dinastie Familiari): uno Stato, cioè in cui tutti i membri di una Nazione , e non solo una parte, siano governati dallo stesso sovrano con le stesse leggi (diversamente dagli stati Infranazionali, esempio: il Granducato di Toscana, il Regno di Baviera) e in cui i cittadini siano membri di una sola Nazione e non di molte (diversamente dagli stati Sovranazionali, esempio : l'Impero Asburgico, l'Impero Ottomano). Di fatto il nazionalismo ottocentesco ebbe sin da subito due anime divergenti tra di loro: 1) quella che si incarna in Giuseppe Mazzini e nelle  sue Giovane Italia e Giovane Europa, che vuole l'Autogoverno dei Popoli Fratelli: ciascuna nazione si autogoverna ed ha pari dignità con le altre. Questa prima tendenza (che fu fatta propria dal presidente statunitense Woodrow Wilson ai Trattati di Versailles che composero l'Europa alla fine della Prima Guerra Mondiale) possiamo chiamarla “nazionalismo democratico “ o “patriottismo”. 2) L'altra è quella che si incarna in Fichte e poi nel pangermanesimo di fine secolo e anche nel Panslavismo, che invece ritiene una nazione superiore per A,B,C motivi alle altre Nazioni, e, in base a tale presunta superiorità, si sente in diritto e anche in dovere di dominarle. E questa seconda tendenza possiamo – dopo la fine del XIX secolo – chiamarla “nazionalismo imperialista” o “nazionalismo” e basta. 

 

  • il socialismo : nella prima metà del XIX secolo fioriscono i teorici del socialismo (Owen, Saint Simon, Louis Blanc, Blanqui, Fourier, Proudhon) che – sottolineando metodi e percorsi diversi – hanno in comune l'obiettivo di ridurre le differenze economiche tra gli esseri umani, tendendo almeno come limite alla uguaglianza economica. Semplificando, le vie per raggiungere tale obiettivo sono due : o distribuendo una proprietà privata di beni economica uguale o pressapoco uguale per tutti, o togliendola a tutti ed attribuendola allo Stato o ad altri enti sovra-individuali (cooperative, falansteri), questa seconda via è chiamata “comunismo”. Nella misura in cui le idee socialiste si sono diffuse nel continente europeo e (anche se in misura assai minore) nel mondo anglo-sassone, si è diffuso  l'uso di distinguere una “destra” da una “sinistra”: come osserva Norberto Bobbio (nel suo libro Destra e Sinistra) ogni Destra si distingue dalla “sua” (cioè nello stesso suo Stato, nello stesso suo suo momento  storico)  Sinistra in quanto propende per la disuguaglianza socio-economica, mentre la sua Sinistra propende per una maggiore eguaglianza socio-economica.

 

  • il Liberalismo : nel XIX secolo : Benjamin Constant, Alexis de Tocqueville, John Stuart Mill (tra i teorici) e Cavour e Gladstone (tra gli uomini politici) . Nel XX secolo: Benedetto Croce, Max Weber, Hans Kelsen, Karl Popper (tra i teorici) e Giolitti, Lloyd George, Churchill, Roosevelt, Adenauer (tra gli uomini politici).

ñ come sintetizza Norberto Bobbio (Teoria generale della politica, p. 224) , i cardini del Liberalismo sono due : 1) le libertà del cittadino (le quattro libertà: personale o di habeas corpus, di espressione del pensiero, di associazione, di movimento) ; e 2) la separazione dei tre poteri dello stato (legislativo, esecutivo, giudiziario) che devono essere tra loro indipendenti, come avviene in maniera esemplare  nella Costituzione degli Stati Uniti d'America

ñ Detto con una formula breve: “in uno Stato Liberale il cittadino può criticare pubblicamente il governo senza esser perseguitato”

ñ lo sfondo antropologico del Liberalismo è una concezione di moderato pessimismo sulla natura umana, pessimismo  che è ben resa dalla formula del liberale Lord John E.  Acton: “power tends to corrupt, and absolute power corrupts absolutely”. Da tale concezione antropologica discende la teoria politica per la quale bisogna limitare il potere dello Stato e lasciare una ampia “libertà da ingerenze statali” attorno all'individuo. E per far questo all'interno dello stato deve esserci un “balance of powers” dovuto alla reciproca indipendenza dei poteri

ñ la diffidenza verso il potere dello stato non cambia se la Sovranità sia di uno (monarchia) , di pochi (oligarchia) o del popolo (democrazia): anche la maggioranza può uccidere le quattro libertà del cittadino e conculcare le minoranze! Tocqueville metteva in guardia nelle  democrazie moderne dal “dispotismo della maggioranza”, e Start Mill dalla “tirannia della maggioranza”.

ñ si potrebbero confondere tra loro Liberismo e Liberalismo. Ma in realtà i loro scopi sono indipendenti e dunque possono esistere degli Stati : 1) liberali ma non liberisti (le socialdemocrazie scandinave dopo la Seconda guerra Mondiale); 2) liberali e liberisti (gli Stati Uniti d'America), 3) liberisti ma non liberali (le dittature sudamericane), 4) non liberali e non liberisti (l'Unione Sovietica, Cuba) . Alcuni liberali furono prevalentemente liberisti (Churchill, Luigi Einaudi) altri prevalentemente a favore dell'intervento dello Stato in materia economica al fine di ridurre le diseguaglianze tra i suoi cittadini (Stuart Mill, Popper, Roosevelt, Olof Palme, Alcide De Gasperi).

 

  • G. W. F. Hegel (prima metà XIX secolo) e la teoria dello “stato etico” : le funzioni della Famiglia e quelle della Società Civile (chiese, aziende, partiti, sindacati) devono esser assorbite dallo Stato, che è l'unica fonte dell'etica. I Liberali successivi criticarono questa teoria di Hegel: Benedetto Croce (prima metà XX secolo) più moderatamente (Etica e politica, pp.  183-188), e Karl Popper (seconda metà XX secolo) più radicalmente (La Società aperta e i suoi nemici, secondo tomo). Lo statoeticismo hegeliano è stato definito come il “presupposto teorico” dei regimi totalitari del XX secolo.

 

  • Karl Marx (seconda metà XIX secolo), discepolo di Hegel,  e il suo “comunismo” che abolisce la proprietà privata per attribuirla – almeno in una “fase transitoria” - allo Stato. Questo Stato secondo Marx (che non credeva nel Liberalismo e sbeffeggiava i diritti inviolabili, il pluripartitismo e la divisione dei poteri definendoli  “vuote libertà borghesi”) deve essere una “dittatura del proletariato”, preparando la strada a Lenin e al partito unico tirannico, omicida e totalitario della Unione Sovietica. Norberto Bobbio bene descrive la opposizione al Liberalismo dei marxisti, che non riconoscono né gli interessa il problema  - peculiarmente liberale – della lotta contro gli abusi del potere (Teoria generale della politica, pp. 226-227). Peraltro Marx riteneva che tale Dittatura sarebbe stata transitoria e che, in seguito, lo Stato si sarebbe estinto e sarebbe rimasta una società di “persone buone” priva di Stato, una teoria ultimamente anarchica, ispirata al “bon sauvage” di Rousseau. Nella Storia reale, però, gli Stati Comunisti come la Unione Sovietica e i suoi satelliti non si sono mai “estinti”, e la fase transitoria è stata definitiva.

 

·        Max Weber

ñ     Max Weber (1864-1920) distingue una abbastanza celebre tripartizione dei Tipi di Potere nello Stato: 1) tradizionale, quando la fonte dal potere attinge al prestigio delle dinastie e delle abitudini sociali di lungo periodo; 2) burocratico-razionale, quando essa attinge alla analisi oggettiva dei costi/benefici per ogni azione da compiere nel presente ; 3) carismatico , quando essa attinge ai “doni” irripetibili di un leader ritenuto nuovo, speciale e salvifico

ñ     definisce il Potere Politico come quello che fa ricorso alla coazione (uso o minaccia di uso della forza fisica) in regime di monopolio e di richiesto riconoscimento morale (legittimità).  Dunque lo Stato può fare a meno sia del Potere Ideologico/Culturale sia  del Potere Economico, ma non può fare a meno di quello Politico/Coattivo. 

ñ     Per Weber non è possibile definire lo Stato ( e dunque il Potere Politico)  in base al suo scopo: infatti nella storia ci risulta che qualsiasi scopo, tra i più diversi, è stato perseguito da questo o quello Stato, e anche che nessuno scopo è stato perseguito da tutti gli Stati di cui abbiamo notizia (cfr. Bobbio, Teoria generale etc, p. 76) (TGP 76)

 

  • Democrazia :

·        Liberalismo e Democrazia rispondono a due diverse domande : il primo a “come si governa?”, la seconda a ”chi è che governa?”. Il primo risponde: “in maniera limitata dalla sfera delle libertà individuali”, la seconda “il popolo, cioè la maggioranza dei cittadini”. (Bobbio, Liberalismo  e democrazia)

·        se il significato comune di “libertà” è autodeterminazione, il liberalismo tende ad allargare la sfera della autodeterminazione individuale, la democrazia tende ad allargare la sfera di autodeterminazione collettiva (Teoria generale della politica, p. 41-42)

·        Jean Jacques Rousseau nel XVIII secolo teorizzò con efficacia e fortuna la democrazia come “i governati che coincidono coi governanti”, pensando a una democrazia “diretta”. La impossibilità pratica di essa negli Stati Moderni ha permesso – invece – solo una “democratizza indiretta” attraverso deputati o rappresentanti del popolo.

·        I principale esponenti della democrazia nel XIX e XX secolo sono stati Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garibaldi, Lammenais e Lacordaire, W. Wilson, Franklin D. Roosevelt, Adenauer, De Gasperi

ñ     Rousseau pensava – per la sua ingenua idealizzazione della natura umana – che una volta che tutti governassero non ci sarebbe stato più bisogno delle garanzie di limitazione del potere politico proprie del liberalismo, e dunque la sua proposta politica si può definire di “democrazia assoluta “ e non di “democrazia liberale”.  (Ryn, America the Virtuous, pp. 72-73. Ma siccome in realtà in ogni democrazia di fatto quotidianamente sono alle prese con le decisioni di governo solamente le élites di vario tipo (culturale, famigliare, economico, religioso, corporativo), e la massa è per la maggior parte del tempo e delle occasioni della vita staccata dalle decisioni politiche, ecco che diventa essenziale confermare e rafforzare i meccanismi di garanzia contro gli abusi del potere e permettere a chiunque di potere esprimere la propria opinione e, dunque, di accedere – quando la occasione maturi – al foro del dibattito politico che prepara e spinge le decisioni politiche. (Bobbio, Teoria generale della politica, p. 231). Per questo le grandi menti della Antichità – quando una teoria liberale dei limiti del potere non era stata ancora sviluppata - Platone e Aristotele erano contrari alla democrazia (Bobbio, Teoria generale etc , p. 327)

ñ     di fatto dalla Rivoluzione Francese in poi nel Mondo Occidentale prima e poi altrove abbiamo avuto esperienza di due tipi di democrazia: quella  “assoluta” o “giacobina” (dal nome del partito di Robespierre che per primo la mise in pratica a vasto raggio durante la Rivoluzione) e quella “liberale” o “costituzionale” (visto che le garanzie liberali vengono dichiarate pubblicamente in una Legge Fondamentale chiamata Costituzione), (Ryn, America the Virtuous, p.50)

ñ     Alexis de Tocqueville vide per primo in maniera forte la ambivalenza della tendenza democratica del suo secolo (il XIX) : “ Le nazioni moderne non possono evitare che le condizioni diventino uguali, ma dipende da loro che l'uguaglianza le porti alla schiavitù o alla libertà, alla civiltà o alla barbarie, alla prosperità o alla miseria”. Oggi il problema di una democrazia non liberale cioè totalitaria è un problema reale, altrettanto reale quanto lo era nella prima metà del XIX secolo quello di un liberalismo non democratico (Bobbio, Teoria generale etc, pp. 219- 220)

·        recentemente ai nostri giorni George Bush jr. ha parlato di “democrazia “ e ha però sbeffeggiato i “liberal”: il che ci persuade a mantenere la distinzione lessicale e lo schema di Tocqueville

·        i “framers” (cioè i Padri Costituzionali degli Stati Uniti d'America)  erano contro la democrazia assoluta, i loro ispiratori erano i costituzionalisti inglesi e gli illuministi scozzesi e non Rousseau  (Ryn, America the Virtuous, pp. 65-66)

·        invece capita che i cosiddetti “Neocons” dell'inizio del XXI secolo - intellettuali e politici aggregatisi attorno la presidenza di  George Bush jr. - siano  appassionati proprio  di Rousseau (Ryn, America the Virtuous, p. 71)

·        Rousseau e non Montesquieu o Voltaire aveva già ispirato Robespierre con l'idea che la maggioranza non può sbagliare e dunque ha diritto a reprimere  ogni dissenso delle minoranze attraverso il Terrore (Ryn, America the Virtuous, pp. 72-74)

·        a livello filosofico (gnoseologico ed etico) osserviamo che la Democrazia Liberale  conosce la cosa più facile che l'uomo può conoscere, e  cioè cosa è sbagliato, invece  la Democrazia Assoluta o Plebiscitaria dice di conoscere  la cosa più difficile da conoscere per l'uomo e cioè cosa è giusto (Ryn, America the Virtuous, p. 91)

 

  • l'  Imperialismo (1880-1913):

·                    si parla di “impero” quando attraverso guerre di conquista si forma uno Stato Pluri-Nazionale nel quale una Nazione è dominante sulle altre che compongono la popolazione dello Stato. I concetti di “guerra” e “dominio” (“imperium”) sono dunque centrali in questo tipo di Stato (gli “imperatores” erano i generali delle legioni nella Antica Roma)

·                    verso la fine del XIX secolo si accelera l'espansione coloniale europea negli altri continenti allargando imperi già vasti come quello inglese e francese, confermando quelli spagnolo e portoghese, e anche immettendo delle nuove potenze imperialiste come la Germania, gli Stati Uniti, il Belgio  e l'Italia. Siamo nella cosiddetta “belle époque” , l'apice della egemonia politica, economica e culturale dell'Europa Occidentale sul Mondo (cfr. Barbara Tuchmann, The Proud Tower), sono questi i decenni immediatamente precedenti la Prima Guerra Mondiale (che segnerà l'inizio della fine della cosiddetta Età Moderna, che è l'Età della Storia caratterizzata dal predominio dei popoli europei  sul mondo).

·                    sotto la regina Vittoria e suo figlio Edoardo VII, il British Empire fu il più grande Impero mai esistito nella storia umana: nei cinque continenti esso dominava un quarto delle terre emerse. Il suo aedo letterario fu il poeta e romanziere Rudyard Kipling, i suoi controversi Eroi furono Joseph Chamberlain e Cecil Rhodes.

·                    Quale ideologia nell'Imperialismo ? Per usare l'espressione di Kipling, “il fardello dell'uomo bianco”, la sua missione di portare la civiltà ai popoli del mondo fino ad allora consegnati a un indefinito prolungamento della barbarie.

·                    Quali effetti reali? Esso impiantò - in maniera certo drammatica e non esente da ombre morali - l'essenziale presupposto (agli inizi prevalentemente militare, politico ed economico, nei decenni successivi sempre più culturale) della “globalizzazione”, cioè della unificazione dei popoli del mondo. Hannah Arendt riflettendo su questo periodo scrisse: “esso ha intrecciato così stranamente il bene e il male, che senza la 'espansione per l'espansione' degli imperialisti, il Mondo non sarebbe mai diventato tutt'uno” (Le origini del totalitarismo, p. LIII). Oggi le costituzioni liberal-democratiche, i sistemi giudiziari, i parlamenti, i codici civili per gli affari privati, le istituzioni accademiche, le tecnologie per produttori e consumatori, l'editoria letteraria e scientifica, i curricula della pubblica istruzione, le arti, la musica, la cinematografia, l'edilizia e la moda dell'Occidente hanno pervaso tutti i popoli del mondo, non solo “dando” ad essi , ma anche – in alcuni di questi settori -  da essi “ricevendo”.

 

  • Le origini dei Totalitarismi del XX secolo (Comunismo Bolscevico, Fascismo, Nazismo) :

ñ     il totalitarismo è un regime assoluto (tirannia, dispotismo, dittatura) che però, oltre a reprimere il dissenso, si occupa anche della promozione ed organizzazione del consenso, e per fare ciò entra nei vari ambiti della società e della vita del cittadino (in “tutti” gli ambiti: da cui la etimologia, dal latino totum): nella religione e nella chiesa, nella sessualità e nella famiglia, nella istruzione e nella cultura (scienze, arti), nella ricreazione e nel tempo libero, nella economia e nel lavoro.

ñ     Un presupposto storico del totalitarismo è la “società di massa” cioè una società (più o meno delineatasi nel XIX secolo) che collega tutti i cittadini con vari flussi comunicativi e fa sì che gli stessi avvenimenti (tecnologici, economici, culturali, politici) accadano come contemporanei per tutti. I canali di tali flussi: la organizzazione del lavoro industriale (diversamente da quella frammentata del mondo contadino), la urbanizzazione, l'evoluzione dei mezzi di trasporto e dei mezzi di comunicazione, la istruzione pubblica obbligatoria , la conseguente  alfabetizzazione e dunque la diffusione della stampa, gli altri mass-media, l'estensione del suffragio universale, i partiti politici di massa , i sindacati, la leva obbligatoria in grandi eserciti. Data la “società di massa” , lo Stato ha delle possibilità di intervento nella vita dei suoi cittadini che prima (durante la cosiddetta società di “ancien régime”) non erano  esistenti.

ñ     In tale contesto (società di massa) bisogna distinguere “ popolo” e “plebe”: il primo è una entità dove gli individui per tradizione hanno abitudini di rapporti interpersonali, costituiscono clan, classi, ceti, corporazioni, chiese etc., la seconda invece è la somma quantitativa di individui slegati dalle altre persone in quanto i legami tradizionali hanno subito un “trauma”, a causa  dei cambiamenti rapidi e forti di rapporti economici, di urbanizzazione, di secolarizzazione religiosa(Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo, p.  148). E dunque – nella “plebe” - tali legami “traumatizzati” hanno ora ”valenze” libere che uno Stato può intercettare utilizzando i canali dei flussi di socializzazione della società di massa.

ñ     Bisogna osservare una cosa importante: la insofferenza degli individui per la solitudine. Quando un uomo è o si sente estraniato dagli altri deduce una cosa dall’altra e sempre verso il peggio. Gli Stati con vocazione totalitaria hanno capito questo . (Le origini etc., p. 656)

ñ     La propaganda totalitaria trasmette alle plebi un senso di colpa e una paura che funziona da forza esortatrice alla azione: i Bolscevichi la paura di rimanere indietro e perdere il treno della Storia, rimanere in ritardo rispetto alla propria epoca (e all'Occidente !); i Nazisti  la paura di vivere contro le leggi eterne della Natura e della Vita, di esporsi a un misterioso e irreparabile deterioramento del proprio “sangue” (Le origini etc., p. 476)

ñ     i governi totalitari sanno che le plebi non hanno questo o quello scopo, vogliono la “vittoria” in maniera astratta, generica (come sensazione di riscatto da un  radicato senso di umiliazione e nullità), ecco perchè questi governi possono cambiare così velocemente e incoerentemente  gli scopi particolari delle loro azioni (Le origini etc., p.484)

ñ     Nello ancien régime, tiranni precedenti al totalitarismo non erano così ideologizzati da sacrificare tutti gli interessi locali e presenti ad idee future, internazionali e mondiali (Le origini etc., p.565)

ñ     Il fine ultimo di un Totalitarismo – per quanto remoto possa apparire -  è sempre la Conquista del Mondo. Solo così le sue menzogne possono realizzarsi : per esempio se la propaganda staliniana dice alle sue plebi che la metropolitana di Mosca è l'unica del mondo, l'URSS deve conquistare il mondo e distruggere le altre metropolitane colà esistenti, così avverando a posteriori la sua propaganda (Le origini etc., pp. 484, 569)

ñ     I capi totalitari sorgono all'improvviso e dopo la loro perdita di potere vengono subito dimenticati: questo è un indizio della natura delirante/irrealistica delle aspettative costruite attorno alla loro persona  (Le origini etc., p. 423)

ñ     la terribile esperienza dei lager nazisti e bolscevichi ci fa pensare a come oggi al di sopra della obsoleta contrapposizione tra  destra e sinistra vi sia un criterio politico più importante : se la  politica di un movimento o partito tenda al totalitarismo oppure no (Le origini etc., p. 605)

 

 

- Il Nazi-fascismo e la Seconda Guerra Mondiale quale primo ostacolo alla “Globalizzazione”

Si potrebbe dire questo del Nazi-fascismo: esso era il Primo Mondo contro sé Stesso, cioè l'Occidente contro l'Occidente, Germania ed Italia che dichiarano la Guerra alla Francia e all'Inghilterra ... la Seconda Guerra Mondiale... scatenata da quelle potenze che rinnegavano la storia moderna e contemporanea dell'occidente vagheggiando un ritorno all'Antichità Romana (fascismo)  e al Medio Evo nordico (nazismo) ... ad un ancien régime utopico precedente all'espansione coloniale dell'Età Moderna e all'incontro multiculturale conseguente. In tale utopia nostalgica la cosiddetta “Comunità di Popolo” conserverebbe inalterata la propria “identità”.

 

- la “Filosofia della storia”

ñ     La “filosofia della storia” è l'idea che alcuni filosofi (Agostino, Gioacchino da Fiore, Condorcet, Hegel, Marx per es.) hanno avuto che sia possibile per un filosofo capire il “disegno” o “piano” o “struttura” della Storia, e perciò potere – conoscendone articolazioni, fasi e soprattutto finalità –  prevedere il futuro, il “dove andremo a finire”.

ñ     Nel XX secolo, diversamente che nei secoli precedenti, le “filosofie della storia” sono negative, parlano di un “declino” o “tramonto” dei Valori dell'Umanità e della sua Felicità. Prototipo di tutte queste presunte previsioni del futuro è il libro di Oswald Spengler,  Il Tramonto dell'Occidente (ricordo anche di Alfred Rosenberg  Il Mito del XX secolo, e i libri degli autori della cosiddetta Scuola di Francoforte come Eros e Civiltà e L'uomo a una dimensione di Herbert Marcuse, e il libro collettivo degli intellettuali associati nel cosiddetto Club di Roma,   I Limiti dello Sviluppo)

ñ     Benedetto Croce ne La Filosofia della Pratica, e Karl Popper in La società aperta e i suoi nemici e in Miseria dello storicismo hanno confutato i fondamenti logici stessi della “filosofia della storia” . Secondo questi due autori, la mente umana: 1) può conoscere il Passato, almeno in parte; 2) può pensare nel Presente a progetti di azione e volerli attuare nel Futuro; 3) ma non può in nessun modo conoscere cosa accadrà nel Futuro, visto che i progetti di azione dei singoli uomini – eterogenei tra di loro, e in massima parte sconosciuti tra di loro – sono solo una minima parte dei fattori che si combineranno per produrre la Realtà Futura.

 

  • Ispirati dalla esperienza dei totalitarismi, dopo la Seconda Guerra Mondiale i romanzieri distopici (cioè inventori di “utopie negative” come Aldous Huxley, George Orwell, Ray Bradbury, Philip Dick, William Golding, Robert Sheckley) scrivono opere di fantapolitica : il Possibile e il Futuro della società umana vengono visti in maniera cupa e minacciosa, all'opposto degli Utopisti e degli Illuministi del XVI-XVIII secolo) . Sono esplicitamente opere di “fantasia”, non sono opere di “filosofia della storia”, cioè non propongono “previsioni” del futuro, ma ammoniscono : queste cose potrebbero accadere se ci si comportasse così e così. Danno cioè esortazioni pratiche alla volontà morale presente e non descrivono ciò che non può esser descritto, il futuro appunto.

· La menzogna presente  e il rifacimento continuo della storia  passata (Orwell)

·        La neolingua (Orwell)

·        La distruzione della cultura (Bradbury)

·        La distrazione delle masse attraverso opportune paure paranoiche e opportuni divertimenti  (Orwell, Bradbury)

 

  • Dopo la Seconda Guerra Mondiale e la vittoria sul progetto del Nazi-fascismo (1945), nasce la “età dei diritti”: cioè essa era già nata nel XVIII secolo (Dichiarazione di indipendenza americana, Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino della Rivoluzione Francese), ma dopo la Seconda Guerra Mondiale questa idea assume un carattere universale, cioè per tutti gli Stati del Mondo e non solo per  il Mondo Occidentale. L'idea cioè che il Cittadino ha verso lo Stato soprattutto dei Diritti, mentre per millenni si era pensato che il Suddito avesse verso il Sovrano soprattutto dei Doveri. La Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo fatta dalle Nazioni Unite nel 1948 pone fine alla secolare problematica del Giusnaturalismo e dà un fondamento “positivo” cioè storico ai diritti dell'uomo, senza più cercarne un fondamento astrattamente “naturale” (per una ottima analisi di questo cambiamento, cfr Bobbio, L'età dei diritti, pp. 5-16)

 

  • il Comunismo del Secondo Mondo (l'Europa Orientale, erede della cultura dell'Impero Romano d'Oriente) e l'Islamismo Politico del Terzo Mondo (il mondo non-europeo e non facente parte delle colonie di popolamento europee come gli USA o l'Australia) hanno costituito i due ulteriori ostacoli alla “Globalizzazione” dopo la Seconda Guerra Mondiale: cioè due ostacoli alla missione del Primo Mondo (l'Europa Occidentale - erede della cultura dell'Impero Romano d'Occidente - e le sue colonie di popolamento) di unificare culturalmente tutta l'Umanità

 

  • Dopo la caduta del Muro di Berlino (1989) e cioè la fine del secondo ostacolo alla Globalizzazione, quello del Comunismo, e dopo la distruzione delle Torri Gemelle  (2001) con le conseguenti guerre dell'Afghanistan e dell'Iraq e l'uccisione di Saddam Hussein, Osama Bin Laden e Gheddafi, e cioè dopo la fine del terzo ostacolo alla Globalizzazione, quello dell'Islamismo Politico, ecco allora  che oggi possiamo fare alcune  osservazioni:

                una nuova situazione geopolitica planetaria  senza più il Bipolarismo tra le due Superpotenze USA e URSS, la grande ondata migratoria dal Secondo e dal Terzo Mondo verso il Primo, la globalizzazione dei mercati economici, la espansione accelerata dei mezzi di trasporto e di quelli di comunicazione (internet, soprattutto) e dunque il prospettarsi della cosiddetta  Società Multiculturale .

                Il costituirsi di fatto di tale società (attraverso i due movimenti successivi: 1) l'influenza politica,  culturale ed economica del Primo Mondo sul Secondo e sul Terzo, e 2) la immigrazione nel Primo Mondo di un numero sempre crescente di persone provenienti dal Secondo e dal Terzo )   confuta  l’attuale luogo comune che non ci possano essere incontri di mentalità tra le diverse culture ( Ryn, A Common Human Ground, p.XII). Per un malinteso senso di “rispetto” per le diverse identità culturali,   molti intellettuali di sinistra  di oggi non riconoscono che ci sono Valori Comuni in opera nella realtà (A Common etc, p. 6). Ma contro tale concezione dogmatica del radicalismo di sinistra bisogna invece osservare che i Valori vanno visti non astoricamente ma storicisticamente (A Common etc, p. 3), cioè nei processi dinamici e anche drammatici degli incontri umani e della comunicazione umana così come si sviluppano fase per fase nella storia.  I Valori sono “trascendenti” solamente in un senso, e cioè nel senso che le espressioni storiche mai li esauriscono,  non nel senso che essi  esistano fuori dalla storia (A Common etc, p.  62). I Valori sono infatti “potenzialità incomplete”: già e non ancora (A Common etc, p. 126). L’incontro tra popoli diversi non ha nulla di sentimentale e ottimistico (come immaginato da certi intellettuali di sinistra di ideologia rousseauiana, i quali poi, non trovando nulla di così idilliaco nella realtà, reagiscono pessimisticamente negando che possa esistere mai una condivisione di valori comuni). Questo incontro  deve invece basarsi su una dura autodisciplina (A Common etc, p.  96).

ñ                L’Universalità è incompatibile con ALCUNE particolarità, ed è invece  compatibile con ALCUNE ALTRE (A Common etc, p.  11). La difficoltà più grossa è la incapacità di distinguere la “identità culturale”  che nobilita chi la ha ed arricchisce chi la incontra, da quella che degrada chi la ha e non può essere assimilata  da chi la incontra  (A Common etc, p.  23).

ñ                 I “neo-conservatori” (i “Neocons”, gruppo di intellettuali e di politici che ha sostenuto il governo di George Bush jr) sono neo-giacobini che vogliono la universalità uniforme (A Common etc, p.  49).  Il giacobinismo storico infatti  voleva portare a una uguaglianza indifferenziata distruggendo l’ordine tradizionale (Ryn, America the Virtuous, p.  21).  Questa ideale di uniformità dei “Neocons” è contrario all'ideale di tolleranza e di pluralismo dei  “framers”, cioè i Padri Costituzionali degli Stati Uniti nel XVIII secolo (A Common etc, p.  54). I Neocons hanno dichiarato esplicitamente  di volere imporre tale universalismo uniforme e di volere dominare il Mondo (America the Virtuous, pp. 125, 127).

ñ                In effetti spesso tali Neocons sono i Cristiani di Destra che vogliono equiparare il cristianesimo alla “democrazia virtuosa” di Robespierre, in realtà dimenticando l’idea propriamente cristiana ( e non giacobina !) dell’imperfezione e del peccato originale (America the Virtuous, p.128).  Il giacobinismo – con tale sua idea di Perfezione da imporre con la forza -  aveva già avuto una sconfitta con la caduta dell’Urss, ma con Bush jr ha avuto una resurrezione (America the Virtuous, p.20). I Neocons vogliono  il Potere dicendo che lo fanno per diffondere alti principi morali (America the Virtuous, p. 8): questa loro posizione è una riedizione dell’ideale giacobino dei “filosofi al potere” (America the Virtuous, pp.32-33).  Invece uno dei “framers” degli USA, Alexander Hamilton, si è battuto  contro l‘idea di “vivere nella perfezione” e di imporre tale perfezione agli altri (America the Virtuous, pp. 206 – 207).

ñ                Gli universalisti di oggi sembrano reagire contro il “soggettivismo relativistico” del radicalismo di sinistra anarchico-sessantottino, ma lo fanno ignorando la Sfida Moderna del pensiero storicistico, il quale -  da Vico, a Hegel,  a Croce – ha mostrato come gradatamente, anche se drammaticamente, nell'imprevedibile percorso storico, si crei la vera Unità attraverso una integrazione della Distinzione (A Common etc, p.  69).

ñ                È triste che questo grande problema dei nostri giorni sembri avere solamente  da una parte la soluzione neo-giacobina dei Neocons,  e dall’altra quella relativista postmoderna del radicalismo di sinistra. In realtà queste due concezioni – pur sembrando opposte tra di loro – hanno un lato comune:  e cioè una incapacità a mettere un Limite ai propri desideri, senza tale capacità è impossibile incontrare realmente l'Altro e comunicare con lui (A Common etc, p.  57). Un altro lato comune tra i Neocons e i Relativisti Postmoderni  è il “nichilismo morale”:  sia i Neocons sia i relativisti Postmoderni attaccano la Coscienza Morale della Persona, perchè entrambe queste ideologie negano che la Persona abbia bisogno di fare “autocritica” (A Common etc, p.  58)

ñ              Solo con la conoscenza autentica e non approssimativa della Cultura si riesce a capire cosa c’è in comune tra le varie tradizioni dei popoli : chi non conosce Aristotele come fa infatti a capire Confucio ? (A Common etc, pp.  21-22). Il vero umanesimo è sempre cosmopolita, chi conosce in profondità ed ama il proprio retaggio, desidera conoscer ed amare anche quello altrui, la prova è che il vero umanista  critica le proprie cose cattive proprio come critica le cose cattive degli altri (A Common etc, p.  22).

ñ              L’attuale conflitto non è dovuto alle antiche differenze tra le antiche civilizzazioni, ma a una nuova arroganza, non è fedeltà alle tradizioni morali occidentali, ma piuttosto è una disobbedienza ad esse, come già si vide coi Giacobini durante la Rivoluzione Francese, i quali  non vollero trarre forza e idee dalla tradizione per riformarla e migliorala in percorsi nuovi, ma vollero distruggerla.  Dichiarando di essere  tradizionalisti,  i Neocons in  realtà vogliono distruggere la Tradizione Occidentale (America the Virtuous, pp. 1-2-3; A Common etc, pp.  90-91)

 

ñ     un quarto ostacolo alla Globalizzazione è il materialismo economicistico :

 

ñ                 il “materialismo economicistico” è il Mito che tutti i problemi reali ed importanti della Umanità si risolvano solamente nel e attraverso il livello della Economia: secondo questo Mito la Politica, la Religione, la Cultura sono “sovrastrutture”, poco o per nulla rilevanti (Tommaso Padoa-Schioppa, Dodici Settembre. Il mondo non è al punto Zero).

ñ                 l'opposizione a questo Mito fu l'unico aspetto buono del Nazi-fascismo, che – in nome alla opposizione  a tale Mito – fece guerra sia ai “materialisti del capitalismo anglosassone” sia ai “materialisti del marxismo sovietico” . Il Nazifascismo fu però cieco verso i  due grandi ideali difesi dai suoi due nemici: l'ideale della Libertà difeso dai Paesi Anglosassoni e l'ideale della Uguaglianza difeso dalla Unione Sovietica, ideali entrambi gravemente e follemente disprezzati nella teoria e distrutti nella pratica dagli Stati Nazi-fascisti, che furono estremamente anti-egualitari (razzismo) e anti-liberali (totalitarismo).

ñ                 oggi le due fazioni contrapposte - quelle favorevoli e quelle contrarie alla Globalizzazione – sono accomunate dallo stesso Mito pernicioso: la idea che che la sola economia determini l'ordine mondiale, Mito che nacque nel XIX durante la prima rivoluzione industriale.  Agli avversari della globalizzazione questo mito fa credere che se l'economia mondiale funzionasse in un modo diverso, non fosse dominata dalla ricerca del profitto tipica del sistema del marcato, ecco che allora non ci sarebbero la miseria, il lavoro minorile, l'AIDS in Africa etc.. Ai fautori della globalizzazione – invece - questo mito impedisce di vedere che un sistema economico come il mercato globale non può sostituire in alcun modo un Ordinamento Politico nutrito di solide Radici Filosofiche, e che, privo di Politica e di Cultura, tale sistema economico  non può neanche  dare i migliori frutti di cui in teoria sarebbe capace.(Tommaso Padoa-Schioppa, Dodici Settembre. Il mondo non è al punto Zero, pp. 28-29)

ñ                 in realtà oggi grazie a scambi economici, flussi migratori, televisione, internet sono divenute aspirazioni comuni a tutta l'umanità non solo il benessere economico , ma anche la pace, la libertà e la giustizia, vale a dire quei beni comuni che formano il cuore stesso della Politica (Padoa-Schioppa, Dodici Settembre etc, p. 44).

ñ                 per arrivare a quel Governo Mondiale che preconizzava Kant, così sintetizza Tommaso Padoa-Schioppa: “I principi sono la definizione di obiettivi condivisi, la creazione di un potere dotato degli strumenti per raggiungerli, la soggezione di chi esercita il potere alla legge e al controllo dei cittadini. Possiamo chiamare questa la via aurea, perchè è la Ragione a suggerirla e perchè applicata agli ambiti ristretti di una città, di un paese o di un continente, essa ha assicurato – in quegli ambiti – le migliori condizioni di pace, libertà e giustizia di cui gli uomini abbiano finora goduto sulla terra” (Dodici Settembre etc, p. 46)

 

 

Bibliografia

 

 

Classici

  • Platone, La Repubblica, IV sec. a. C.

  • Platone, Il Politico, IV sec. a. C.

  • Aristotele, La Politica, IV sec. a. C.

  • Tommaso d’Aquino, De Regimine principum, 1266

  • Niccolò Machiavelli, Il Principe, 1513

  • Thomas More, Utopia, 1516

  • i Giusnaturalisti: Alberico Gentili (De iure belli, 1588), Hugo Grotius (De iure belli ac pacis, 1625), Samuel Pufendorf (De iure naturae et gentium, 1672)

  • Thomas Hobbes, Leviathan, 1651

  • Baruch Spinoza, Trattato teologico-politico, 1670

  • John Locke, , Due trattati sul governo, 1689

  • Robert de Montesquieu, Lo spirito delle Leggi, 1748

  • Jean Jacques Rousseau, Il Contratto Sociale, 1762

  • Voltaire , voce “Tolleranza” nel Dizionario Filosofico, 1764

  • Adam Smith, Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, 1776

  • Immanuel Kant, Per la pace perpetua, 1795

  • Alexis De Tocqueville, La democrazia in America, 1840

  • John Stuart Mill, Sulla libertà, 1859

 

 

Secoli XX e XXI

 

  • Lenin, Stato e Rivoluzione, 1917

  • Sigmund Freud, Psicologia delle masse e analisi dell'Io (1921) , Boringhieri, 1980

  • Oswald Spengler, Il Tramonto dell'Occidente, 1922

  •  Benedetto Croce, “Stato Etico” e  “L’Eticità e lo Stato” in Etica e Politica, Laterza, 1931

  • Hans Kelsen, L'Amore Platonico. Eros e Kratos (1933) , Il Mulino, 1985

  • Alfred Rosenberg, Il Mito del XX Secolo, 1934

  • Karl Popper : La Società aperta e i suoi nemici (1944) , Armando Editore, 1996

  • George Orwell, Millenovecentottantaquattro (1948), Mondadori, 1989

  • Ray Bradbury, Fahrenheit 451 (1953), Mondadori, 1977

  • Hannah Arendt, Le Origini del Totalitarismo, (1951) Edizioni di Comunità, 1989

  • Benedetto Croce e Luigi Einaudi, Liberismo e Liberalismo (1952), Rizzoli Quotidiani, Milano, 2011

  • William Shirer, Storia del Terzo Reich (1959) , Einaudi, 1989

  • Barbara Tuchmann, The Proud Tower. A Portrait of the World before the War, (1962), Ballantine Books, New York, 1994

  • Gruppo internazionale del “Club di Roma”, I limiti dello sviluppo, Mondadori, 1972

  • Norberto Bobbio :

-         Teoria Generale della  Politica, Einaudi, 1999

-         Politica e Cultura (1955), Einaudi, 2005

-         Destra e Sinistra, Donzelli, 1994

-         Etica e Politica in Elogio della mitezza e altri scritti morali, Linea d'Ombra, 1994

-         L’Età dei Diritti, Einaudi, 1997

-         Liberalismo e Democrazia (1985) , Simonelli, 2004

  • Umberto Eco , Cinque scritti morali (saggi su : GUERRA, TOLLERANZA, FASCISMO, RELIGIONE LAICA, STAMPA), Bompiani, 1997

  • Claes Ryn :

ñ     America the Virtuous . The Crisis of Democracy and the Quest for Empire, Transaction Publishers, 2003

ñ     A Common Human Ground. Universality and Particularity in a Multicultural World, University of Missouri Press, 2003

  • AA. VV. , Laicità. Domande e risposte in 38 interviste, Claudiana, Torino, 2003

  • Tommaso Padoa-Schioppa, 12 Settembre. Il Mondo non è al punto Zero, Rizzoli, Milano, 2002

 

 

 

 

 

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