Franco Manni e Adriano Bernasconi

 

 

La saga di Earthsea

 

 

Ursula Le Guin Crop



La scrittrice americana Ursula K. Le Guin – classe 1929, tutt’oggi vivente anche se anziana – fu famosa negli anni Sessanta e Settanta per i suoi romanzi di fantascienza che dai cultori sono considerati dei classici, libri come La mano sinistra delle tenebre, I reietti dell’altro pianeta o La falce nei cieli. Negli stessi anni (1968 – 1971 – 1972) scrisse però anche tre romanzi di una saga fantasy ambientata nel mondo di Earthsea (Terramare), cui diede completamento con due ulteriori volumi solo molto più tardi, nel 1990 e nel 2001. Il lettore italiano può trovare questi cinque romanzi pubblicati in volumi separati dalla Mondadori (2003-2005, 9 euro l’uno circa) oppure li può trovare tradotti e raccolti in un unico volume pubblicato nel 2007 (e poi ristampato sette volte fino al 2010) dall’Editrice Nord di Milano col titolo La leggenda di Earthsea (834 pagine a soli 19,90 euro).
Il mondo descritto nella saga non presenta – a differenza della stragrande maggioranza dei fantasy – grandi continenti o reami distribuiti su estese regioni di terraferma; esso è invece un gigantesco arcipelago con centinaia di isole sparse nell’oceano. Non è del tutto chiaro cosa vi sia al di là dell’Arcipelago, proseguendo lungo i quattro punti cardinali; nel primo libro, quando il protagonista cerca di veleggiare oltre l’ultima isola meridionale, gli isolani replicano: «Questa è l’Ultima Terra. Non ce ne sono altre, più in là. Non c’è che acqua fino all’orlo del mondo». Inoltre la completa assenza di imbarcazioni, invasioni o anche solo leggende riguardanti terre al di là dell’oceano fa presupporre che l’Arcipelago di Earthsea sia un mondo chiuso al di fuori del quale non via sia nulla. Soltanto nei libri successivi, come vedremo più avanti, la Le Guin amplia il suo mondo parlando della Terra Arida e delle terre dove vivono i Draghi, che comunque risultano normalmente inaccessibili agli esseri umani.

1. Il Mago di Earthsea (A Wizard of Earthsea)

 

Il protagonista di questo primo romanzo è Ged – poi soprannominato Sparviero – il futuro arcimago di Roke. Di lui ci vengono narrate l’infanzia e l’adolescenza; sin dalla nascita possiede grandi poteri di magia che però fatica a coltivare nella campagnola isola di Gont: difatti il suo primo insegnante è la sua anziana zia, considerata una strega. È l’arrivo di un gruppo di predoni che assalta il suo villaggio che fa usare a Ged per la prima volta la magia ed attira l’attenzione di un saggio mago, Ogion il Taciturno, che riconosce nel ragazzo enormi poteri e che quindi, per aiutarlo a controllarli, decide di fargli da maestro. È Ogion che dà al ragazzo il suo “vero nome”, Ged. Nel mondo di Earthsea, infatti, i maghi che conoscono il vero nome di qualcuno sono in grado di avere il controllo su quella persona; allo stesso modo coloro che rivelano il proprio vero nome lo fanno solo nei confronti di quelle persone di cui hanno completa fiducia. Normalmente le persone si conoscono tramite un “nome d’uso” e Ged sceglie quello di Sparviero.
L’immagine del ragazzino portentoso che non è in grado di gestire i propri poteri magici e che viene “riconosciuto” ed aiutato da un mago più saggio e potente, nonostante sia una figura ricorrente nel fantasy, ricorda in particolare il primo libro di Harry Potter, quando l’arrivo di Hagrid nella casa dei Dursley permette ad Harry di “capire” per la prima volta il proprio dono magico.
Ogion impartisce un’istruzione diversa dal solito a Ged e gli pone l’assoluto divieto di leggere i Libri delle Tradizioni che il mago tiene in casa. Ciò nonostante Ged infrange il suo divieto e – per orgoglio ferito dal sarcasmo di una ragazzetta – legge un incantesimo proibito che gli fa conoscere il modo tramite il quale entrare in un mondo freddo ed oscuro, fatto di orrore e bisbigli nelle tenebre, un mondo all’interno del quale gli si prospetta l’esistenza di un’Ombra. Ogion salva Ged e gli pone una scelta: rimanere con lui o andare sull’isola di Roke, dove si trova la più grande scuola di magia di Earthsea. Il ragazzo, nonostante sia affezionato al vecchio maestro, è irruento, ambizioso e irresistibilmente attratto dall’avventura e dal mistero e decide dunque di recarsi sull’isola. A Roke Sparviero entra nella Scuola di Magia; qui le analogie con l’opera della Rowling sono molteplici. Anche qui, come ad Hogwarts, vi sono vari insegnanti esperti in diverse discipline magiche – il Maestro delle Evocazioni, il Maestro Cantore, il Maestro delle Mani, il Maestro degli Schemi, il Maestro dei Nomi e così via – nonché un mago-Portinaio ed un Arcimago come preside della scuola. Anche qui inoltre vi è il cameratismo tra compagni di scuola (ad esempio tra Ged e Veccia) ma anche l’antagonismo tra giovani maghi ambiziosi (tra Ged e Diaspro, un po’ come tra Harry e Draco Malfoy).
Nella scuola di magia di Roke Ged amplia le proprie conoscenze ed affina il proprio talento; tuttavia anche il suo orgoglio e la sua arroganza crescono con la stessa velocità ed il giovane compagno di scuola Diaspro diventa occasione per lui di rivalità ed inasprimento del desiderio di potere e supremazia. È Ged, più che Diaspro, ad essere scostante, competitivo e provocatore. La loro competizione sfocia in un duello di magia, durante il quale Ged tenta un’impresa incredibile e pericolosa: rievocando l’incantesimo proibito letto sul libro di Ogion, egli prova ad evocare uno spirito dal mondo dei morti. L’incantesimo sfugge di mano a Ged ed una creatura sconosciuta fa il suo ingresso nel mondo di Earthsea, attaccandolo con violenza e sfigurandogli il volto; è di nuovo l’Ombra, solo che stavolta è più potente ed incontrollabile. La vita di Ged viene salvata – per quel momento - dall’Arcimago di Roke, Nemmerle, che usa tutta la sua forza vitale per bloccare l’essere e che muore poco dopo lo scontro. Tuttavia per Ged non v’è scampo: da quel momento in poi l’Ombra lo cerca, famelica e vorace, per impossessarsi di lui ovunque vada. Il nuovo Arcimago, Gensher, lo mette in guardia:
«Se tu te ne andassi ora, la cosa che hai scatenato ti troverebbe subito ed entrerebbe in te e s’impossesserebbe di te. Non saresti più un uomo, ma un gebbeth, una marionetta che compirebbe la volontà dell’ombra maligna da te chiamata alla luce del sole. […] Essa non ha nome. Tu hai un grande potere innato, e l’hai usato malamente, per operare un incantesimo che non potevi dominare […] Ti sei lasciato indurre a questo dall’orgoglio e dall’odio. Ti stupisci che il risultato sia stato la rovina? Tu hai evocato uno spirito dei morti, ma con lui è venuto uno dei Poteri della non-vita. È venuto, senza che tu lo chiamassi, da un luogo dove non ci sono nomi. È maligno, e vuole compiere il male per tuo tramite».
Quest’Ombra, questo gebbeth, da questo momento in poi sarà – come dice il suo nome – un’ombra che seguirà Ged ovunque egli andrà; un’oscurità indelebile che cercherà di prendere il sopravvento su di lui ogni qualvolta il mago abbasserà le difese, intensificandosi laddove crescono la sua angoscia e la sua paura. L’Arcimago spiega: «Il potere con cui l’hai chiamato gli dà potere su di te: siete collegati. È l’ombra della tua arroganza, l’ombra della tua ignoranza, l’ombra che tu getti». Ma che cos’è quest’ombra? Letta su un piano psicologico personale potremmo definirla come le parti negative della nostra mente di tipo inconscio, di cui non siamo consapevoli, parti che, se non sono rese consapevoli e combattute, finiscono col perseguitarci e sopraffarci. «Un’ombra ha un nome?» domanda l’Arcimago a Ged, dato che nel mondo di Earthsea i nomi veri delle cose sono importantissimi e quest’entità pare non avere un nome proprio. La cosa-senza-nome, la cosa che fa paura è l’ombra stessa della nostra morte, l’ombra delle nostre parti malate e corrotte e finché non sapremo darle un nome, non saremo neppure in grado di gestirla. Essa infatti conosce il nome vero di Ged ed ha potere su di lui, mentre Ged pare non avere alcun potere su di lei, non conoscendone il nome.
Tuttavia, quest’interpretazione pare limitante. Quest’ombra infatti riesce ad infestare anche altre persone, a divorare la loro mente e a prendere il loro aspetto. Se si trattasse soltanto di una condizione interiore e personale non dovrebbe essere in grado di fare questo. Che cos’è dunque l’Ombra? Potrebbe forse trattarsi di un “grumo di idee malate” – che possiamo chiamare “fantasia” o, se più strutturata, “ideologia” – un grumo che viene portato nel mondo da una mente umana che lo concepisce e che, una volta immesso nel mondo, può infestare anche le altri menti con follie e perversioni; il suo scopo è diffondersi, proprio come fanno le ideologie.
Ged alla fine del romanzo riesce a salvarsi dall’Ombra. Non a vincerla, ma a salvarsi da essa.
«A voce alta, chiaramente, infrangendo quell’antico silenzio, Ged pronunciò il nome dell’ombra, e nello stesso momento l’ombra, senza labbra e senza lingua, parlò dicendo la stessa parola: – Ged – E le due voci erano una sola voce».
Dunque, diversamente da quel che aveva detto l’Arcimago, l’Ombra aveva un nome. Ma questo nome era lo stesso nome di Ged, poiché essa – evidentemente – era una parte di lui. Non distruggendola o cacciandola, ma accettandola come propria e risanandola alla fine Ged riesce ad essere di nuovo integro e libero.
Nel romanzo troviamo echi tolkeniani: ad esempio, quando Ged sviene dopo una battaglia con l’Ombra e passa attraverso una porta lucente per poi risvegliarsi in un comodo letto in una casa ospitale e al sicuro, ci fa venire in mente Frodo a Granburrone dopo la fuga al Guado. In un altro combattimento «Ged levò il bastone e lo splendore di questo divenne insostenibile, così bianco e grande da vincere perfino quella tenebra antica» - a chi non è venuto in mente Gandalf che alza il proprio luminoso bastone davanti al Balrog di Moria? O ancora la figura di Veccia, mago che segue l’amico Ged verso terre pericolose per aiutarlo nella sua disperata battaglia con l’Ombra, è assai simile a quella di Sam che segue Frodo nelle desolate e disperate terre di Mordor.

2. Le tombe di Atuan (The Tombs of Atuan)

 

In questo secondo volume della saga la storia viene narrata attraverso gli occhi di una bambina delle terre di Kargad, un popolo bellicoso che vive a nord-est dell’Arcipelago, è estraneo ai suoi commerci e nelle cui terre la magia non è ben accetta. Tale bambina, il cui vero nome è Tenar, è stata sequestrata ai genitori per divenire la sacerdotessa del lugubre culto delle Tombe di Atuan, l’antico credo religioso per i Senza Nome. Verso tale culto, ai tempi della narrazione, si dà ormai un rispetto poco più che formale, ma esso basta per rovinare la vita di Tenar: ella, perduto il proprio vero nome e chiamata Arha ovvero “divorata” – proprio come tutte le sacerdotesse che l’hanno preceduta e di cui lei dovrebbe essere una mera reincarnazione – viene reclusa negli edifici annessi alle Tombe a officiare riti vuoti e talvolta sanguinari. La giovinezza di Tenar è un continuo contrasto tra le sue spensierate avventure infantili e gli oscuri e solenni rituali che è costretta a celebrare. Arha è circondata da altre sacerdotesse e da eunuchi che sono sì suoi servitori, ma al contempo sono i carcerieri che la tengono legata al culto dei Senza Nome.
Gradualmente Arha pare accettare il suo solitario ed anonimo ruolo ed inizia ad esplorare il suo piccolo mondo: in quanto sacerdotessa ha il privilegio di potersi muovere per le labirintiche Tombe di Atuan, un complicato e vasto ipogeo che si estende per molti chilometri nel sottosuolo. Nel buio totale – dovuto al rispetto verso i Senza Nome che certo non apprezzano la luce – Arha si aggira per gallerie, stanze, scale e cripte, esplorando col tatto quei luoghi ed imparandone i percorsi: una svolta a destra, poi tre a sinistra, e così via. Le Tombe, con i loro malevoli spiriti dei Senza Nome e con il loro macabro rituale (spedirci i prigionieri in modo che possano morire in una lenta agonia), con i loro vecchi e polverosi tesori di altre e più antiche ere, non riescono però a dare un senso alla vita di Arha, vita monotona e priva di affetti e di scopi. Inoltre Arha è minacciata da una sacerdotessa sua sottoposta, l’invidiosa Kossil, scettica verso il culto cui formalmente si prostra e segretamente seguace del Re-Dio di Awabath, titolo pomposo dato all’attuale tiranno di quel territorio che voleva dismettere l’antiquato credo delle Tombe. Messa in pericolo dalle macchinazioni politiche di Kossil, Arha trova rifugio nelle Tombe e si sente libera unicamente nell’enorme labirinto sotterraneo.
La monotona vita di Arha continua così fino a quando un giovane mago giunge alle Tombe come un ladro e grazie alla sua magia vi penetra: si tratta di Ged/Sparviero, il protagonista del primo libro, giunto fin lì per una missione segreta. Una volta entrato nelle Tombe la porta si richiude alle sue spalle e lui rimane intrappolato negli ipogei a morire di sete. Inizialmente la sacerdotessa è diffidente e spaventata da Ged/Sparviero: egli è un intruso, un nemico del popolo di Kargad, un infedele senz’anima, nonché un mago, dunque pericoloso per definizione; ella lo dovrebbe/vorrebbe uccidere per aver profanato i domini dei Senza Nome. Tuttavia Ged è anche uno sconosciuto, un elemento di novità, ed è dotato di Potere, un potere vero e tangibile; inoltre è un uomo “vero”, il primo che lei abbia visto in vita sua. Arha dunque lo imprigiona, ma non lo lascia morire. Segretamente lo ammira e finisce per sentirsi attratta da lui e a lui legata: forse intravede in Ged una possibilità di svolta per sé stessa, per la sua noiosa ed insensata vita. Questo nuovo desiderio cresce in lei a tal punto che inizierà a mentire alle proprie sacerdotesse pur di mantenere in vita Ged e poter conversare con lui.
Col procedere dei giorni, Arha inizia a fidarsi di Ged/Sparviero ed un giorno il mago le rivela che cosa siano le Tombe ed i Senza Nome:
«Pensi davvero che siano morti? Non è così, loro non muoiono, sono tenebrosi ed immortali e odiano la luce, la breve ma fulgida luce della nostra mortalità... sono immortali ma non sono dei... non lo sono mai stati, non meritano la devozione di nessuna anima umana... non hanno nulla da dare, non hanno il potere di creare, il loro potere consiste nell'ottenebrare e nel distruggere... non possono lasciare questo luogo, loro sono questo luogo... non bisognerebbe né rinnegarli né dimenticarli, ma non si dovrebbe neanche adorarli... la terra è bellissima e luminosa ma non è tutto, è anche terribile e crudele... il coniglio grida morendo nei prati verdi, ci sono squali nei mari...e dove gli uomini venerano queste cose là scaturisce il male... si creano nel mondo dei luoghi dove si addensa la tenebra, consegnati a coloro che chiamiamo i Senza Nome, le potenze della tenebra e della follia... Kossil ti ha detto che i Senza Nome sono morti...solo un'anima perduta alla verità può crederlo... loro esistono…».
Ged le spiega anche che cosa sta cercando come un ladro in quegli ipogei: la seconda metà dell’Anello di di Erreth-Akbe, antico manufatto posseduto dal leggendario re-mago Inthain e che molto tempo prima era stato spezzato in due metà. La prima metà dell’Anello era stata trovata da Ged in una piccola isola sperduta, abitata soltanto da due vecchietti, fratello e sorella, abbandonati colà sin da bambini, a causa di un intrigo dinastico. La seconda metà si trova in una delle camere delle Tombe. Sull’Anello è impresso il simbolo della Pace ed è dall’epoca della sua frattura e dello smarrimento delle sue due metà – secoli prima – che nessun Re siede sul trono di Havnor (la principale isola dell’Arcipelago di Earthsea). Nell’Arcipelago si erano susseguiti soltanto principi e tiranni e guerre continue tra le isole. Ged, nella sua Cerca, spera di ricongiungere le due metà e mettere fine a questa situazione d’instabilità.
Ged/Sparviero rivela ad Arha il suo vero nome, quello che possedeva prima del sequestro rituale: Tenar. Da quel momento in poi per la sacerdotessa non c’è più pace: ella è più Arha o più Tenar? I ricordi assopiti della sua vita precedente prendono il sopravvento e le parole di Ged/Sparviero s’insinuano nei suoi dubbi verso il culto che dovrebbe officiare. Alla fine prende una decisione: « – Io sono Tenar – disse lei, ma non a voce altra; e tremava di freddo e di terrore e di esultanza, là sotto il cielo spalancato, inondato dal sole – Ho riavuto il mio nome. Io sono Tenar! – »
Inseguiti da Kossil, che ormai ha scoperto il tradimento della giovane sacerdotessa, e dalle guardie delle Tombe, Ged e Tenar si addentrano nelle profondità del labirinto fino alle sale dei Senza Nome e ricongiungono le due metà dell’Anello. Ged riesce a convincere Tenar a lasciare le Tombe e la sua vita fasulla e forzosa, soprattutto mostrando di avere fiducia in lei, nelle sue parti ancora vitali ed aperte al futuro. Infine i due riescono a fuggire dal potere dei Senza Nome riunendo le proprie forze e le Tombe di Atuan, private del loro potere, collassano ed implodono su sé stesse, seppellendo i loro inseguitori.
Tema centrale di questo secondo romanzo di Earthsea pare essere quello della vita dell’individuo sacrificata da forze collettive, da fanatismo e pregiudizi (un culto vecchio e a cui nessuno crede più, che continua ciò nonostante a mietere vittime e a rovinare le vite delle bambine “divorate”). Viceversa, l’altro tema centrale pare essere quello della misericordia:
«Sono venuto qui come un ladro, un nemico, armato contro di te» dice Ged a Tenar «E tu hai avuto misericordia, e ti sei fidata di me. E io mi sono fidato di te fin dalla prima volta che ho scorto il tuo volto, per un momento, nelle grotte sotto le tombe, bellissimo nell’oscurità».
Una misericordia che non salva solo il salvato (Ged) ma anche il salvatore (Tenar).
Diversi echi si possono rintracciare ne Le tombe di Atuan. Quelli tolkeniani: c’è un Anello di potere in questa storia, quello di Erreth-Akbe; ci sono sotterranei simili a quelli di Moria ed uno stregone che, come Gandalf, contrasta magie e sfonda porte di pietra col proprio bastone e racconta antiche storie del passato e dà insegnamenti morali. Un altro eco rintracciabile è quello dello scrittore dell’orrore Lovecraft: proprio come nelle sue storie abbiamo a che fare con luoghi oscuri e labirintici, abitati da forze antiche ed innominabili in grado di far smarrire il senno a chiunque tenti di contrastarle; ed abbiamo anche folli e perduti rituali di venerazione per queste forze ancestrali. Infine è abbastanza evidente il parallelismo tra i labirintici ipogei delle Tombe di Atuan e la tipica struttura dei dungeon che ha reso famosi i giochi di ruolo come Dungeons & Dragons.

3. La spiaggia più lontana (The Farthest Shore)

Terzo capitolo della saga e terzo punto di vista. Dopo il mago Ged/Sparviero e la sacerdotessa Arha/Tenar, stavolta vediamo Earthsea con gli occhi di un ragazzo di sedici anni, Arren (il cui nome significa “spada”), figlio del principe di Enlad e delle Enlades, erede del principato di Morred, una delle più nobili ed antiche casate di Earthsea.
All’inizio del romanzo Arren approda sull’isola di Roke, alla ricerca di Ged, divenuto nel frattempo Arcimago. Lo Sparviero che incontriamo qui non è più il ragazzo impetuoso e orgoglioso che aveva richiamato l’Ombra ne Il mago di Earthsea e neppure il giovane temerario che si era avventurato da solo nelle Tombe di Atuan; ora appare adulto, maturo e meditativo. È la necessità a guidare le sue azioni e il suo compito – in questo libro – appare più difficile e pericoloso di quelli affrontati in passato. Nel libro viene approfondita la descrizione della Scuola di Magia di Roke cominciata nel primo romanzo. Si parla dei vari maghi, i Maestri, e dei rapporti fra di loro, nonché si approfondisce l’ambientazione del Bosco Immanente, che è come il cuore spirituale di Roke. Si viene anche a conoscenza in modo più dettagliato della situazione politica di Earthsea, altrove appena accennata: da ottocento anni non c’è più un Re perché né il dominio più importante dell’Arcipelago, Havnor, né i maghi di Roke fino ad ora hanno riconosciuto in una persona la forza e la pace sufficienti per diventarlo.
Un preoccupante malessere si sta diffondendo in varie zone di Earthsea, un male apparentemente inspiegabile: la Magia sta venendo meno, sta perdendo il suo potere e ciò che con essa si riusciva a fare (guarigioni, buoni raccolti, manifattura, rotte di navigazione) ora si fa sempre peggio e mentre le arti decadono e le canzoni vengono dimenticate, gli esseri umani e gli animali si ammalano o impazziscono. È evidente che la Magia, nel simbolismo narrativo della Le Guin, sta per le virtù dianoetiche dell’umanità, quelle virtù cioè legate al pensiero e all’intelletto, che traggono la propria origine e crescita dall’insegnamento: scienza, sapienza, arte, saggezza, intelligenza.
Arren è giunto fino a Roke non soltanto per cercare Ged, ma anche per diventare suo discepolo e servirlo, perché suo padre ritiene che dietro la decadenza della magia vi sia l’opera di una forza malefica. Sparviero gli risponde che «non si può rifiutare a cuor leggero l’offerta di uno spirito generoso» – in questa frase possiamo leggere l’eco tolkeniano della frase che Denethor dice a Pipino quando questi gli offre i suoi servigi: «Ed ecco provato ancora una volta che l’aspetto di un Uomo – o Mezzuomo – può indurre in errore. Accetto i tuoi servigi. Vedo che le parole non ti turbano e che il tuo è un parlare cortese […] e nei giorni a venire avremo gran bisogno di persone cortesi, siano esse grandi o piccole». Arren si dà con entusiasmo a Sparviero:
«Fino ad ora tutto era stato un gioco e lui aveva giocato ad amare; ma adesso i suoi sentimenti più profondi erano stati risvegliati e non da un gioco o da un sogno ma dall'onore e dal pericolo e dalla saggezza [...] così il primo passo di chi abbandona la fanciullezza si compie all'improvviso, senza prudenza e senza riserve»
Arren è un ragazzo molto umile e non ha nulla dell’arroganza di Sparviero quando aveva la sua età. Lo si può vedere nell’ardente devozione per l’arcimago – che considera un amico, un compagno di viaggio, ma anche un maestro ed un mentore – e nei confronti del quale prova un amore puro e sincero. Si può vedere anche nell’amichevolezza per il co-novizio Azzardo. Ancora, è visibile nel disagio che Arren prova a portare l’antica spada del suo retaggio nobiliare. Sparviero vuole il giovane principe con sé per la sua missione (un viaggio alla ricerca della fonte/causa del decadimento della Magia) e preferisce Arren al Maestro Evocatore: è solo un ragazzo, ma è anche l’erede di un antico lignaggio. «Negare il passato è negare il futuro. Un uomo non può creare il proprio destino: lo accetta o lo rinnega» spiega Sparviero ad Arren «Se le radici del rowan sono poco profonde, non ha una chioma fronzuta […] Le tue radici sono profonde». Citando l’albero di rowan, Ged/Sparviero cita anche il “vero nome” di Arren, ovvero Lebannen. Inoltre la citazione è molto simile a «le radici profonde non gelano», frase contenuta nella poesia che Bilbo dedica ad Aragorn – non a caso anch’egli discendente di un’antica e nobile casata e anch’egli destinato a diventare Re.
Dunque Arren e Sparviero partono ed il loro è un viaggio lungo ed incerto, dato che incerta è la fonte del male che sta devastando Earthsea. Prendono il largo in due sulla barca a vela di Sparviero, la Vistacuta, sotto le mentite spoglie di un mercante e di suo nipote. Bellissime sono, nel libro, le descrizioni del loro veleggiare in alto mare: quasi si riescono a percepire, attraverso le pagine, le immagini della barca che scivola sull’oceano, il riverbero della luce del sole sulle onde, il profumo di salsedine nell’aria, la pelle abbronzata di Ged ed Arren che nuotano tra i flutti. Ed è in questa cornice estiva e marittima che Sparviero riflette, assieme al giovane principe, sulla cupidigia dell’essere umano che può volere ricchezze e potere infiniti. Solo un uomo può aver creato una perturbazione nell’ordine naturale delle cose:
«Quando aspiriamo al potere sulla vita, a ricchezze infinite, sicurezza inattaccabile, immortalità… allora il desiderio diventa avidità. E se la conoscenza si allea alla cupidigia, sopravviene il male».
Sparviero riflette anche su sé stesso e mette in guardia Arren dall’essere avventato come lui lo era stato da ragazzo:
«Quand’ero giovane, dovetti scegliere tra la vita dell’essere e la vita del fare. E mi avventai su quest’ultima, come una trota su una mosca. Ma ogni azione che compi, ogni atto, ti lega a sé e alle sue conseguenze, e ti costringe ad agire e ad agire ancora. E allora, solo raramente incontri la paura, un tempo come questo, tra un’azione e l’altra, quando puoi fermarti e limitarti ad essere. O a domandarti chi sei, dopotutto»
Le loro avventure li conducono nella città di Hort, dove incontrano l’ex mago Lepre, che espone la sua teoria del “misticismo”: annullare la conoscenza ed arrivare “dritti alla realtà” attraverso “esperienze indicibili” favorite dalle droghe; dimenticare i nomi, anche il proprio vero nome, rinunciare alla magia e giungere così nelle terre immortali. La teoria di Lepre (che riecheggia le teorie degli hippy degli Anni Sessanta sugli stupefacenti) è evidentemente condannata dalla Le Guin, che vede in essa l’ideologia che sta uccidendo il mondo di Earthsea. Sparviero dice ad Arren:
«Noi uomini dobbiamo imparare quello che la balena e la foglia fanno per loro natura. Dobbiamo imparare a mantenere l’equilibrio. Poiché abbiamo l’intelligenza, non dobbiamo agire nell’ignoranza. Poiché possiamo scegliere, non dobbiamo agire senza responsabilità […] e se ci fosse di nuovo un Re al di sopra di tutti noi, e chiedesse consiglio a un mago e io fossi quel mago, gli direi: mio signore, non fare mai qualcosa perché lodevole o generoso farlo, fa solo quello che devi fare e che non puoi fare in altro modo»
Vari e diversi sono gli incontri che Sparviero ed Arren fanno durante il loro viaggio: il paese dei tintori in decadenza di Lorbanery; i Figli del Mare Aperto, un popolo che vive su zattere; lo Stretto dei Draghi, dove scoprono che anche gli antichi e potenti Draghi stanno perdendo la ragione a causa del male che ha invaso il mondo. Infine giungono sull’isola più occidentale di tutte, Selidor – la spiaggia più lontana del titolo – e lì incontrano finalmente il malvagio mago Cob, alias Pannocchia, colui che ha dato inizio alla perdita della magia del mondo. Egli ha aperto un varco tra il mondo di Earthsea ed il luogo dove vanno le anime dopo il decesso, nel tentativo di ingannare la morte e poter vivere per sempre. Cob può essere anche visto come un alter-ego di Ged: laddove Sparviero – dopo essersi dilettato da giovane nell’evocazione dei morti ed esserne rimasto scottato – si è ritratto da quella pericolosa via e l’ha abbandonata, Cob ha seguito quell’oscuro sentiero fino in fondo, giungendo dunque nella Terra Arida dove vivono i morti. Cob/Pannocchia è un nemico infido perché, proprio come l’Ombra, porta in sé un “grumo di idee malate”, un’ideologia malsana che avvelena il mondo e la mente di chi vi presta orecchio. Sparviero, interrogandosi sulla natura del male che Cob ha evocato, domanda ad Arren:
«Dove sono i servitori di questo antiré? Nelle nostre menti, ragazzo. Nelle nostre menti. Il traditore è l’io: l’io che grida Voglio vivere; bruci pure il mondo, purché io viva! La piccola anima traditrice dentro di noi, nell’oscurità, come il verme nella mela. Lui parla a tutti noi, […] coloro che cercano di essere sé stessi. Ed essere sé stessi è una cosa rara e grande. Essere sé stessi per sempre: non è ancora meglio?».
Il duello finale tra Ged e Cob pare risolversi a favore di quest’ultimo, quand’ecco intervenire il potente drago Orm Embar, che sacrifica la propria vita per salvare Earthsea ed incenerire Pannocchia. Privato del proprio corpo, il mago malvagio è tuttavia ancora vivo:
«qualcosa di orrendo e raggrinzito, come il corpo di un ragno enorme disseccato nella sua tela […] Non vi rimaneva più ombra di bellezza ma solo rovina, la vecchiaia sopravvissuta alla vecchiaia. La bocca era incartapecorita. Le occhiaie erano vuote e lo erano da molto tempo».
La descrizione ricorda quella che Oscar Wilde fa del ritratto di Dorian Gray alla fine del libro: avvizzito, rugoso, repellente, disgustoso. Non per nulla, anche in questo caso abbiamo un uomo che – attraverso artifizi innaturali – ha tentato di preservare in eterno la propria bellezza e la propria giovinezza, pagando però così un prezzo troppo alto. Ciò che resta di Pannocchia, quest’essere informe, questa “figura sfracellata e strisciante” ridotta a poco più di un’Ombra, riesce a fuggire attraverso il varco che aveva aperto all’interno del mondo della morte, nella Terra Arida. Ged ed Arren lo inseguono.
Questo mondo dell’aldilà appare centrale e molto importante nella saga di Ursula Le Guin, soprattutto alla luce degli ultimi due romanzi, che riprenderanno ed amplieranno questo concetto. È una sorta di “paese dei morti” creato artificialmente dai maghi nella speranza di dare immortalità agli esseri umani, ma poi risoltosi in una fallimentare eterna prigione di disperazione. Le anime sono sì separate dai corpi mortali (e dunque immortali), ma sono costrette ad una infinita “non-vita” squallida e terribile.
La scrittrice descrive la Terra Arida così: in una spoglia e declinante brughiera vi è un lungo e basso muretto di pietre; oltre ad esso vi sono terre senza vegetazione, cieli neri con stelle morte e immobili, letti di fiumi aridi e non c’è alito di vento; vi sono anche città in cui le luci non si accendono mai, in cui le piazze sono deserte, dove nulla viene usato o fabbricato; «la ruota del vasaio era ferma, il telaio vuoto, la stufa fredda, nessuna voce cantava mai»; le città sono piene di morti che non comunicano tra di loro e che, semplicemente, vagano qua e là senza scopo. «I morti non erano feriti né ripugnanti, erano integri e risanati, i loro volti quieti e liberi dall’ira e dal desiderio, e nei loro occhi bui non c’era speranza». Arren, attraversando quelle terre morte è assalito da paura e terrore e gli pare che «il cuore si rattrappisse, agghiacciato». Poco più in là vede una madre ed il suo figlio «che erano morti assieme ed erano insieme nella terra tenebrosa: ma il bambino non correva e non piangeva, e la madre non l’abbracciava, non lo guardava neppure. E coloro che erano morti per amore s’incrociavano per le vie senza scambiarsi un’occhiata».
Arren a questo punto, più che dall’orrore, è colto dalla pietà verso queste creature prive di emozioni e teme di giungere anche lui in quel luogo, al momento della sua morte. Nella descrizione della Terra Arida si leggono echi dell’Oltretomba pagano descritto ad esempio nell’Odissea: un regno dei morti buio e vuoto, popolato di anime che si aggirano tristi fra grigi campi e pallidi asfodeli, rimpiangendo la vita e la luce del sole.
Al confine estremo della Terra Arida, presso una nera catena di montagne, Arren e Sparviero ritrovano Pannocchia, questo non-morto che crede di essere immortale ed ancora potente, il quale racconta di come fece il più grande incantesimo mai realizzato per trovare l’immortalità e che ora pensa di poter dominare sia i vivi che i morti (ecco un altro eco tolkeniano: Pannocchia «ha dimenticato la luce, l’amore e il proprio nome» proprio come è accaduto a Smeagol/Gollum).
Tuttavia Sparviero replica che questa sua mania di grandezza è solo un’illusione: gli uomini morti rimangono nella terra viva tra la luce del sole e l’aria e le foglie e i viventi ed essi rinascono nei nuovi viventi una tradizione di vita; qui nella Terra Ardia, invece, vi sono solo parvenze e nomi. Pannocchia ha sì voluto salvare il suo io immortale, ma questo suo io è vuoto e dimentica ogni ricordo. Viene qui anticipata la spiegazione più articolata che verrà data alla fine della saga riguardo all’inconsistenza dell’io singolo e a come la persona umana sia viva solo nel suo inscindibile legame con la terra e con tutti gli altri esseri umani: l’individuo come tale, scisso dagli altri, non ha senso, non ha consistenza. Ecco dunque un altro eco, stavolta dalla saga della Rowling: nel confronto finale tra Harry Potter e Tom Riddle/Voldemort, il primo spiega a quest’ultimo che proprio il suo voler essere immortale, il suo spezzare la sua anima tramite l’omicidio e trasferirla negli oggetti-Horcrux è stato la causa della sua disfatta, perché privato dei legami vitali con le altre persone s’è reso più debole ed ha perso la propria vera identità.
Alla fine dell’incontro Pannocchia/Corb è lacerato, vorrebbe essere distrutto da Sparviero ma, al tempo stesso, non vorrebbe: «era stranissimo quel miscuglio di disperazione e di orgoglio vendicativo, di terrore e di vanità nelle sue parole e nella sua voce». Inseguendo Pannocchia, Arren e Sparviero giungono ad una voragine oscura, una sorta di “buco” dove la vera vita di tutti sarebbe stata prima o poi inghiottita. Ged, con la sua arte magica, cerca di richiudere la voragine, mentre Arren tiene a bada Pannocchia. La chiusura del varco maligno può essere anche considerato come l’adempimento finale del suo desiderio di “disfare il male” che egli, da giovane, aveva manifestato all’Arcimago Gensher successivamente alla sua evocazione dell’Ombra. Non a caso quest’impresa costerà a Ged la perdita di tutti i suoi grandi poteri da mago, quei poteri che possedeva fin dalla nascita, e che ora non possederà mai più!
Chiuso il varco e giunti finalmente nel mondo dei vivi, Arren si rende conto di aver adempiuto alla profezia dell’ultimo re di Earthsea: «Ad ereditare il mio trono sarà colui che avrà attraversato la terra oscura vivo giungendo all'estrema sponda dei giorni». Difatti, tornati a casa, Arren sarà incoronato come Re con il nome di Lebannen. Anche la lunga e difficile via del ritorno per i due eroi ha rimembranze tolkieniane – ricorda infatti il capitolo Monte Fato con Sam e Frodo a Mordor, che avanzano nella terra morta. Pure l’immagine del Padre dei Draghi, Kalessin, che in volo riporta Arren e Ged a Roke, ricorda il Re delle Aquile Thorondor che riporta in volo Sam e Frodo da Monte Fato a Gondor.

 

4. L'isola del drago (Tehanu)

L’ambientazione del quarto romanzo è molto diversa da quella dei volumi precedenti: tutto quanto – o quasi – si svolge nell’isola di origine di Ged/Sparviero, ossia Gont. Due sono le protagoniste del libro, entrambe femminili.
La prima è Tenar, l’ex sacerdotessa Arha, che si è sposata con il contadino Selce, ha avuto figli e dopo tanti anni è diventata vedova ed ora vive una vita modesta, relazionandosi amichevolmente con le altre donne del villaggio di Re Albi, le quali vivono modestamente come lei. Nonostante le condizioni umili e dimesse, Tenar vive una vita assai più piena e vera di quella che faceva quand’era sacerdotessa ad Atuan. Ella ha ancora contatti con Sparviero, il quale – dopo aver perduto tutti i suoi poteri da mago – vive pure una vita modesta, facendo l’umile capraio a servizio.
L’altra protagonista è una bambina, Therru (nome d’uso) / Tehanu (nome vero), che è cresciuta in un contesto sociale degradato: il padre l’ha picchiata a sangue e poi ha cercato di bruciarla, ma ella è sopravvissuta – per quanto sfigurata – ed è stata adottata ed amorevolmente allevata da Tenar. Questa bambina traumatizzata è però titolare di una profezia fatta dal vecchio mago Ogion poco prima della sua morte, che dice: «Impareranno a temerla». Infatti questa bambina è un essere specialissimo, una specie di Carrie (personaggio di Stephen King) all’ennesima potenza, al tempo stesso debolissima, perseguitata ed indifesa, ma anche capace di suscitare tempeste e terremoti e di trasformarsi in un Drago.
La storia è ambientata anni dopo La spiaggia più lontana, durante il regno di Re Lebannen, nome che Arren ha assunto al momento dell’incoronazione (e che ricorda Aragorn che viene incoronato con il nome di Elessar). Arren/Lebannen è divenuto quel re giusto, saggio e restauratore della pace e dell’ordine che da secoli si attendeva, una sorta di re Artù leggendario. Egli vorrebbe tanto riprendere i contatti con Ged/Sparviero per averlo accanto a sé come consigliere, ma Sparviero non ne vuole sapere nulla: vuole invece passare il resto della sua vita nell’umiltà e nel nascondimento ed anche si vergogna di non avere più poteri. Terri Windling nel suo saggio presente nel volume collettivo Meditations on Middle-earth classifica il fantasy in due sottogeneri: a) Quelli che parlano dell’epica eroica del salvare il mondo da un grave pericolo; b) quelli che parlano di storie private, della difficoltà della vita e nelle quali – di solito – la protagonista è un’eroina e non un eroe. Esempi del secondo genere sono L’amore delle tre melarance o Cenerentola. Questo romanzo, dalla trama insolita, si può classificare proprio in questo secondo sottogenere.
La saga di Earthsea, a partire da questo penultimo volume, prende una svolta. Gli ultimi due romanzi (scritti nel 1990 e nel 2001) infatti seguono di molti anni i primi tre; l’autrice pare come essersi fatta delle domande su cosa sia successo in dettaglio a Sparviero, a Tenar, ad Arren; su cosa siano la Terra Arida o i Draghi. Tutti temi e personaggi che nelle ultime righe del terzo romanzo erano stati come “riassunti” in maniera retorica e leggendaria e che invece, in questi due ultimi scritti ha sviluppato meglio, cercando di dare soluzioni di tipo più realistico e meno leggendario.
Le ferite lasciate da Pannocchia/Cob ad Earthsea non si sono ancora del tutto rimarginate, anche perché il mago aveva come estremizzato per follia di potere un qualcosa che però gli preesisteva, ossia la Terra Arida e il suo concetto di tenebroso Aldilà. Tale Terra non è stata creata da lui, ma risale a molto tempo prima, è un retaggio ancestrale dovuto agli sforzi congiunti di molti antichi maghi. Simili sforzi non erano stati compiuti a “fin di male” bensì a “fin di bene”: erano mossi dal desiderio di dare una vita immortale all’anima delle persone che amavano, in modo che il loro io potesse sopravvivere alla morte del corpo e vivere in una terra paradisiaca al di là del mare. Eppure Ursula Le Guin ci fa riflettere su come di “buone intenzioni” sia lastricata la strada che conduce all’inferno, viste le conseguenze nefaste che il buon proposito di questi antichi maghi ha provocato. In questo “perdurare del Male” troviamo ancora una eco tolkieniana: dopo la distruzione di Sauron le eredità del male da lui causato alla Terra di Mezzo continuano; ecco dunque, su Earthsea, il trascinarsi del malfunzionamento della Magia, il circolare di pirati ed avventurieri, il permanere del degrado sociale, l’insorgere ancora di altri maghi malvagi seguaci o imitatori di Pannocchia.
La narrazione principale di questo romanzo riguarda piccole storie di paese e persone di paese, né particolarmente buone né particolarmente cattive, dai nomi semplici come Lodola, Margherita, Ventaglio, Lucciola, Melina, Prunella, Ciliegia, Rivochiaro, Edera, Scintilla, Erika o Zia Muschio. Tra di loro ci sono però anche persone cattive – Faina, Tinca, Lince – ed alcune di loro arrivano ad essere anche molto cattive, come il mago di Re Albi, Pioppo, che è invidioso e malevolo nei confronti di Tenar e tenta di sbeffeggiarla prima e distruggerla poi. Attraverso i suoi poteri e sfruttando l’impotenza di Sparviero, Pioppo perseguita Tenar e la costringe a fuggire dall’isola di Gont, gettando su di lei un incantesimo che le confonde la mente e le impedisce di ricordare il motivo per cui sta fuggendo. Verso la fine del libro c’è una scena disgustosa in cui Pioppo asserve con la magia sia Tenar che Sparviero e dice:
« – Su, cagna, su! –. Lei si mise a quatto zampe e l’uomo rise dicendo – Sulle zampe di dietro! Sei una cagna intelligente! Così, bene, fa’ finta di essere umana, vieni! –. Lei aveva ancora la corda al collo e lui la tirò e lei lo seguì. – Ecco, tieni tu il guinzaglio – disse Pioppo a Sparviero ed ora fu lui, l’uomo che lei amava ma di cui ora non ricordava il nome, a tenere la corda».
Una scena umiliante per un uomo che un tempo è stato Arcimago e per una donna che un tempo era sacerdotessa ad Atuan e che era stata considerata dal mago Ogion come un’allieva. Una scena che rivela tutta la “banalità del male” di un uomo come Pioppo, che usa la magia non per portare equilibrio nel mondo ma per accrescere il proprio ego e la propria superbia. Con Sparviero e Tenar c’è anche la bambina sfigurata, Therru, e quando Pioppo sta per uccidere i due facendo sì che si gettino da un precipizio, Therru invoca con la mente il Padre dei Draghi Kalessin, il quale arriva, distrugge Pioppo ed i suoi accoliti e chiama con il suo “vero” nome la bambina: Tehanu, come il nome della stella. Si scopre così che la bambina era anche un Drago: la questione per il momento viene soltanto accennata e sarà spiegata meglio nel quinto ed ultimo libro della saga, nel quale si chiarirà anche l’origine dei Draghi ed il loro ruolo su Earthsea.
Un altro argomento che viene approfondito dal romanzo è il perché non esistano maghi di sesso femminile: infatti tutti i maghi della scuola di Roke sono uomini, mentre le poche donne che usano poteri magici sono streghe di paese, più che altro fattucchiere ed erboriste, che non conoscono certo la Lingua della Creazione con cui è possibile dominare il vero nome delle cose. Dice il Maestro dei Venti di Roke a Tenar:
«I maghi di Roke sono uomini, il loro Potere è quello degli uomini e così la loro conoscenza. Magia e mascolinità sono costruite sulla stessa pietra, ossia il Potere, che appartiene agli uomini. Se le donne avessero il Potere, gli uomini sarebbero solo delle donne che non possono metter al mondo dei figli, e le donne sarebbero solo uomini con questa facoltà aggiunta».
Da un lato questo ragionamento pare essere confermato dalla scelta che Tenar fa, quando Ogion si offre di insegnarle la Magia: ella rifiuta, perché vuole essere donna e madre, vuole crescere dei figli. Lo stesso Sparviero può finalmente cedere all’amore per Tenar solo dopo aver perso i suoi poteri: difatti è in questo libro, quando lui è un semplice pastore, che possono sposarsi e vivere assieme – e non quando egli era Arcimago e nel pieno delle proprie facoltà. Evidentemente non è possibile servire due padroni allo stesso tempo, la Famiglia e la Alta Magia: scegliere l’uno significa rinunciare all’altro, in una specie di castità sacerdotale. Forse anche per questo alle donne – che incarnano più degli uomini la volontà della Famiglia, dato che possono procreare e diventare madri – non è consentito apprendere le vie dell'Alta Magia. Si percepisce nella società presentata dal romanzo una componente discriminatoria nei confronti del sesso femminile, racchiusa nel detto di Earthsea: «Debole come la magia delle donne, perfido come la magia delle donne». Vi è una sorta di maschilismo diffuso nell’Arcipelago e a Roke in particolare, dato che i Maestri non prendono neppure in considerazione l’elezione di una donna come Arcimago, nonostante il seggio sia vacante da quando Ged/Sparviero ha perso i suoi poteri. Vediamo inoltre Pioppo odiare Tenar, perché è donna eppure possiede qualche potere magico (ricordiamo, però, che al tempo stesso, Ogion la vorrebbe prendere come discepola!). Tenar riflette sul fatto che le streghe hanno veri Poteri di guarigione e che l’arte della guarigione si adatta bene alle donne, viene loro naturale; vorrebbe istruire Therru, anch’essa dotata di poteri magici, ma non sa come farlo.
Sembra che – a parte il sorgere della figura di Therru/Tehanu – in questo romanzo (che è il più lungo dei cinque) non succeda nulla, nulla che si possa collegare ad uno sviluppo della “grande storia” di Earthsea. È più come uno zoom concentrato su un piccolo paese – Gont – e sulle vicende dei suoi abitanti. Le ultime righe infatti finiscono con pensieri moderatamente compiaciuti di Tenar, pensieri semplici: vivere gli anni che le restano assieme a Sparviero (ora capraio), ormai vecchi, a coltivare l’orto per mangiare l’estate prossima e sentire il profumo delle infiorescenze dei fagioli…
Questo tipo di “setting” ricorda la Contea dopo la fine della Guerra dell’Anello: la lotta contro Sharkey ed i suoi manigoldi, la riparazione delle brutture inferte al territorio, il matrimonio di Sam con Rosie ed i loro bambini, Sam sindaco, Pipino e Merry benevoli notabili nella società hobbit… insomma, un’ambientazione quotidiana, privata e circoscritta nello spazio dopo gli epici avvenimenti che hanno coinvolto l’intero mondo della Terra di Mezzo. La stessa figura di Frodo e il suo ritiro da pensionato, sottovalutato e dimenticato (a parte dal lontano re Aragorn e così pure dagli altrettanto lontani Gandalf, Elrond e Galadriel o dagli amici più intimi) è molto simile alla figura dello Sparviero senza poteri e capraio, dimenticato e sottovalutato da tutti (tranne che dal lontano re Lebannen, dai suoi ex colleghi i Maghi di Roke e dagli amici più stretti come Tenar).

5. I venti di Earthsea ( The Other Wind)

Quinto ed ultimo volume della saga, scritto nel 2001. Laddove la prima trilogia aveva come protagonista assoluto Ged/Sparviero, ora il ciclo pare non avere più un vero e proprio eroe (Sparviero ha davvero perso tutti i suoi poteri magici ed è chiaro che non li riacquisirà mai più), ma sembra essere diventata una storia collettiva di persone: gli abitanti dell’isola di Gont, Re Lebannen e la sua corte di Havnor, la sua sposa barbarica Sesserakh, i maestri della Scuola di Magia di Roke, l’incantatore Alder, Tenar e il suo nucleo famigliare e di vicinato, Kalessin ed i Draghi e Therru/Tehanu, divenuta ormai una giovane donna, assieme ad Irian, l’altra bambina-drago. È come se nei primi quattro romanzi si stessero preparando delle storie personali, dei rapporti interpersonali, delle competenze individuali affinché queste cose poi interagissero fra di loro e si formasse un «gruppo caparbio di uomini e di donne, perché non perdessero di vista lo scopo comune».
In questo sono ravvisabili delle eco tolkieniane: la formazione della Compagnia dell’Anello e la creazione di un’Alleanza di hobbit, nani, elfi, ent, eserciti dei morti, uomini della foresta, gondoriani, rohirrim, stregoni ed aquile che collaborano attivamente alla distruzione di Sauron. Ged e Tenar appaiono in questa avventura conclusiva ormai invecchiati, senza poteri se non quello della saggezza dovuta all’anzianità, desiderosi di trascorrere in pace e tranquillità i loro ultimi giorni e coinvolti ancora una volta – loro malgrado – nei grandi avvenimenti del mondo.
La storia inizia con Alder, uno stregone di basso rango che ha “la capacità di aggiustare ciò che è rotto”, che si reca in visita al già famoso Sparviero per chiedergli consiglio; egli è infatti in preda agli incubi: ogni notte la moglie defunta gli appare, in attesa, oltre un muricciolo di pietre che separa i vivi dai morti ed invoca il suo nome, lo chiama, mentre le voci degli altri morti gli implorano di liberarli. Presto si capisce che il luogo descritto da Alder è la Terra Arida già vista in La spiaggia più lontana e che egli sia stato inviato lì dai Maestri di Roke poiché Sparviero è uno dei rarissimi uomini ad averla attraversata e ad esserne tornato indietro ancora vivo, seppur privato della propria magia. Le vicende di tutto il romanzo ruotano attorno alla problematica situazione del Regno di Havnor (i tentativi di pacificazione dell’Arcipelago con le popolazioni barbare dei Karg, il matrimonio di Re Lebannen con la principessa Sesserakh), al sommovimento inquieto dei morti (sembra che la ferita inferta ad Earthsea da Pannocchia abbia ridestato un male più antico e duraturo) e alla nuova ostilità dei Draghi (che pare vogliano riprendersi ciò che è loro di diritto): il tutto collegato agli inquietanti lamenti che turbano i sogni di Alder.
Un grande cambiamento è in agguato su Earthsea, di cui gli eventi recenti sono stati solo il preambolo. Sogni e profezie indicano che niente sarà più come prima e la presenza di un Re sul trono di Havnor dopo secoli e – al contempo – il perdurare dell’assenza di un Arcimago a Roke fanno presagire che la trasformazione è alle porte. «Tutto è cambiato» dice Ged a Tenar «A volte mi chiedo se il regno di Lebannen non sia solo l’inizio. Una porta. E lui il guardiano, che non potrà mai oltrepassarla».
Il titolo originale stesso del romanzo preannuncia il grande cambiamento, come pure l’epigrafe con cui si apre il volume: «Nell’Ovest oltre l’Ovest oltre la terra / la mia gente sta danzando sull’altro vento». L’altro vento, il vento del cambiamento, ma anche il vento delle terre abitate dai Draghi, che vivono oltre l’Arcipelago. Un cambiamento che può essere rovina, ma anche rinnovamento: «Dobbiamo unirci per scoprire in cosa consista questo cambiamento, le sue cause, il suo corso, e in che modo possiamo sperare di volgerlo dal conflitto e dalla rovina, all'armonia e alla pace». Ma in che cosa consiste questo cambiamento? Per capirlo dobbiamo fare due digressioni, due approfondimenti sulla storia di Earthsea che la Le Guin esplicita in questo quinto romanzo.
Il primo riguarda l’origine dei draghi e della razza umana: essi erano, in principio, un unico popolo e parlavano un’unica lingua. Ciò nonostante Draghi ed Uomini cercavano cose diverse e finirono col separarsi e intraprendere diverse strade; tale decisione, tale accordo è chiamato nella Lingua della Creazione Verw nadan, “divisione”. Gli esseri umani presero le terre dell’Oriente e rinunciarono alla loro conoscenza della Lingua della Creazione e alle loro ali, ricevendo in cambio l’abilità e la destrezza manuale, nonché il possesso di tutto ciò che l’arte manuale può creare. I draghi invece presero le terre dell’Occidente, abbandonarono le attività manuali ma tennero le loro ali e la Lingua della Creazione. Così – separati nei domini, nelle conoscenze, nelle attività – sono rimasti Draghi ed Uomini per millenni; ogni tanto, tuttavia, nascono bambini in grado di scegliere il loro destino e la loro identità, draghi mezzi-umani come Irian oppure uomini mezzi-draghi come Tehanu. Questa invenzione narrativa ci ricorda il diverso destino delle razze degli Elfi e degli Uomini in Tolkien: vivere una vita eterna nelle terre immortali dell’Ovest i primi, vivere una più breve vita terrena con la speranza della resurrezione dopo la morte i secondi. Anche in Tolkien esistono poche, eccezionali creature in grado di scegliere fra questi due destini: i mezzelfi come i fratelli gemelli Elrond ed Elros (il primo scelse di vivere come un Elfo e visse per millenni fino alla fine della Guerra dell’Anello, quando partì dai Porti Grigi; il secondo scelse invece di vivere da uomo e fu il primo re di Númenor) oppure i Portatori dell’Anello come Frodo, che alla fine del Signore degli Anelli parte per le terre immortali assieme a Gandalf, Elrond e Galadriel.
Il secondo approfondimento, collegato al primo, viene raccontato ai protagonisti da Sesserakh. Ella è una figura femminile molto interessante: principessa dell’Oriente, inviata dal padre (il Re-Dio dei Karg) in sposa a Lebannen, re dell’Occidente, come pegno di pace tra i due antichi regni, è stata costretta ad affrontare un lungo viaggio per mare verso una terra ignota ed un futuro marito di cui non conosce neppure il linguaggio, principe di una popolazione che le è sempre stata dipinta come demoniaca. Inizialmente è spaventata, pensa che la gente di Havnor parli una lingua diversa e maligna allo scopo di confonderla, e si rintana nella sua tenda, ammantata completamente di veli rossi e circondata dalle sue ancelle (sono qui chiari i riferimenti alla condizione delle donne mediorientali). Poi, grazie all’aiuto di Tenar – anch’ella originaria delle terre dei Karg – riesce ad aprirsi e a comunicare e finisce col fidarsi di Re Lebannen e di quegli strani uomini dalle pelle scura che praticano la magia, proibita nelle sue terre d’origine.
È proprio lei, Sesserakh, che riesce a dare la giusta chiave di lettura agli avvenimenti che stanno sconvolgendo Earthsea: ella è infatti depositaria delle antiche tradizioni e leggende dei Karg, tra le quali è racchiusa anche la storia dell’origine della Terra Arida. «Gli abitanti dei villaggi di Gont e di Hur-at-Hur ricordano quello che i saggi di Roke e i sacerdoti di Karego hanno dimenticato» prende atto il Maestro degli Schemi, mentre Tenar traduce il racconto della principessa. Dopo la separazione del Verw nadan tra Draghi ed Umani, questi ultimi infransero il giuramento fatto. Mille anni prima dei primi re di Enland, alcuni uomini di éa e Soléa impararono la Lingua della Creazione e la scrissero nelle Rune, che i draghi non erano in grado di comprendere. Furono i primi e più grandi maghi ed insegnarono agli altri uomini a dare ad ogni anima il suo vero nome – il nome che né la verità, l’essenza. Tennero il Potere che avevano scoperto e lo insegnarono ad altri e se ne servirono, facendo incantesimi con la Lingua della Creazione. Fu allora che il popolo dei Karg, non fidandosi di loro, si distaccò da quegli esseri umani, rinnegò la Magia e andò a vivere nelle terre ad Oriente dell’Arcipelago.
Ma cosa c’è di così maligno nell’aver infranto il patto ed aver riacquistato il Potere della Lingua della Creazione? È Irian ad anticiparlo:
«Gli uomini temono la morte, mentre i draghi non la temono. Gli uomini vogliono essere padroni della vita, possederla, quasi fosse un gioiello in uno scrigno. Quegli antichi maghi bramavano la vita eterna. Impararono ad usare i veri nomi per impedire agli uomini di morire. Ma chi non può morire non può mai rinascere».
Dunque quegli antichi maghi usarono il Potere per poter vivere per sempre, per dare una vita eterna alle anime di coloro che amavano, una vita dopo la morte del corpo. E videro nelle terre dei Draghi sull’altro vento, nell’Occidente oltre l’Occidente (eco delle terre dei Valar non raggiungibili dalle normali imbarcazioni) «una grande terra di fiumi e montagne e splendide città, dove non ci sono sofferenza e dolore e dove il sé permane, immutato, immutabile per sempre». Fu così che essi usurparono metà del dominio dei draghi, violarono ulteriormente il giuramento e separarono quelle terre con un muro di pietra, affinché i Draghi non potessero più entrarvi. E lì, in quelle meravigliose terre sottratte con l’inganno fecero sì che le anime loro e dei loro discendenti si raggruppassero dopo la morte, per vivervi eternamente. Tuttavia per questa usurpazione gli Uomini pagarono un grande scotto:
«quando il muro fu eretto e l’incantesimo venne completato, il vento cessò di soffiare, all’interno del muro. Il mare si ritirò. Le sorgenti smisero di zampillare. Le montagne dell’alba diventarono le montagne della notte. I morti giunsero in una terra tenebrosa, una terra arida».
Ecco dunque spiegata l’origine della Terra Arida ed ecco spiegata sia la collera dei Draghi sia la radice antica del male che sta avvelenando Earthsea.
Proviamo a leggere in questa leggenda un messaggio che Ursula Le Guin ha scritto per noi, uomini del XX-XXI secolo, per il nostro tempo. In questi antichi maghi che usano i “nomi veri” per impedire agli uomini politici potremmo forse ravvisare tutti quei “leaderini” politici o tutti quegli artistoidi/letterati dei decenni scorsi che hanno fondato la loro vita sul narcisismo: «ma chi non può morire non può rinascere», dunque il narcisismo non lascia eredità alle altre persone e alle generazioni future, e quello che di vitale un narcisista sperimenta nella sua vita non è veramente vitale e non viene trasmesso ad alcuno, non concima, non irrora, non dà vita.
Vi è poi l’eco della concezione platonica dell’anima separata dal corpo, un fluido-essenza-fantasma dell’individuo umano che può vivere isolato, stabile, immortale ed immutabile, privo di relazioni con gli altri individui. Pensiamo a come – più nel protestantesimo ma anche nel cattolicesimo – lungo la seconda metà del Novecento i discorsi “escatologici” (sull’aldilà) sono cambiati: non si predica più di un’altra vita post-mortem (temporale ma infinita), si parla solo di questa vita, puntando sui messaggi etici, di un’etica però meno individualista e più comunitaria. La “gloria del nome”, il “farsi un nome”, il “preservare il buon nome” paiono essere in recessione rispetto ai secoli scorsi, quantomeno sotto le apparenze ed almeno in alcuni gruppi-pilota di gente. Nel romanzo infatti la soluzione al problema della Terra Arida si può rintracciare nella parole di Tehanu alla fine del libro:
«Penso che quando morirò potrò restituire il soffio che mi ha dato la vita. Potrò restituire al mondo tutto quello che non ho fatto, tutto quello che avrei potuto essere e non sono riuscita a realizzare. Tutte le scelte che non ho compiuto. Tutte le cose che ho perso e consumato e sprecato. Potrò restituire tutto quanto al mondo. Alle vite che non sono ancora state vissute. Quello sarà il dono che farò al mondo, per ringraziarlo di avermi dato la vita che ho vissuto, l’amore che ho conosciuto, il respiro che ho respirato».
Dunque, la soluzione pare essere il non cercare avidamente ed egoisticamente di far perdurare il proprio io in eterno, il potersi ricongiungere – una volta morti – con la terra che ci ha generati e lasciare che le nostre eredità siano l’amore, la conoscenza, le buone azioni che abbiamo compiuto in vita. I morti della Terra Arida bramano di morire davvero e quindi l’unica soluzione è abbattere il muro di pietra che millenni prima i maghi avevano costruito per separarli dalla vita, dalle terre dei Draghi.
Ecco che, allora, prima Alder e Tehanu, poi anche Re Lebannen, tutti i Maestri di Roke ed i Draghi compiono uno sforzo combinato e collettivo per distruggere il muro di pietra. Le schiere dei morti lo valicano e spariscono: «Un filo di polvere, un alito che brillava un istante nella luce sempre più intensa». Questa scena ricorda molto un analogo momento de Il cannocchiale d’ambra, terzo libro della trilogia Queste oscure materie di Philip Pullman: anche lì c’è una scena escatologica in cui Lyra e Will, giunti nel Regno dei Morti, liberano le anime ivi intrappolate aprendo una finestra con la lama sottile; anche lì inoltre le anime si dissolvono in Polvere:
«Fece un passo avanti e rise per la sorpresa di ritrovarsi a muoversi nella notte, alla luce delle stelle, all’aria… e un attimo dopo era sparito, lasciandosi dietro una scia di felicità così radiosa da evocare in Will il ricordo delle bollicine in una coppa di champagne».
Distrutto il muretto di pietre e liberate le anime dei defunti, nella Terra Arida rifluisce a poco a poco la vita:
«C’era un Oriente, adesso, dove prima non esisteva nessuna direzione, nessuna via da prendere. C’erano Oriente ed Occidente, luce e movimento. La terra stessa si muoveva, tremava, si scuoteva come un grande animale».
Il romanzo si conclude ancora con Tenar e Sparviero e la loro vita modesta, umile: le grandi guerre sono finite e bisogna tornare ad occuparsi della quotidianità. «Raccontami cos’hai fatto mentre io ero via» le chiede lei. «Ho badato alla casa» risponde Sparviero. «Hai passeggiato nella foresta?» chiede nuovamente Tenar. «Non ancora» le risponde il marito. Ricorda molto le parole con cui si conclude Il Signore degli Anelli:
«Egli vide una luce gialla e del fuoco acceso: il pasto serale era pronto, e lo stavano aspettando. Rosie lo accolse e lo fece accomodare e gli mise la piccola Elanor sulle ginocchia. Egli trasse un profondo respiro. – Sono tornato – disse».
Centrale in questo romanzo è il tema della riconciliazione: la riconciliazione di Tehanu con la propria natura di mezzo-drago, la riconciliazione dell’incantatore Alder con la moglie defunta, la riconciliazione di Re Lebannen con la sua futura sposa e – tramite loro – quella del Regno di Havnor col Regno di Kargad. O ancora la riconciliazione di diverse tradizioni e leggende: quelle di Kargad, quelle di Paln, quelle dei maghi di Roke e quelle popolari Gont – ciascuna di esse possiede un frammento della vera storia del mondo, ma soltanto quando vengono messe in relazione mostreranno ai protagonisti la strada giusta da seguire. Ed infine la riconciliazione degli Uomini coi Draghi, e delle anime dei morti con la vita attraverso la distruzione della Terra Arida e il ristabilimento dell’ordine originario di Earthsea.

6. Alcune riflessioni generali sull’autrice e sulla sua saga

Ursula Kroeber è originaria di Berkeley, in California, dunque in un luogo molto intellettuale e progressista. È nata nel 1929, dunque quando è scoppiata la Seconda Guerra Mondiale era poco più di una bambina e quando è finita un’adolescente di sedici anni. Sua madre Theodora era una scrittrice, suo padre Alfred Kroeber un antropologo di tribù amerinde abbastanza noto; nel 1953 ha sposato lo storico Charles A. Le Guin, di cui ha assunto il cognome. È ovvio che queste tre figure, assieme agli studi affrontati dalla scrittrice (letteratura maggiore all’Universita della Columbia, laurea in Storia della letteratura francese e del Risorgimento italiano), hanno influito sul suo stile narrativo e sui temi che ella inserisce nelle sue opere. Non a caso in molte delle biografie della Le Guin si parla di una forte enfasi nelle scienze sociali, in particolare la sociologia e l’antropologia, sia nei suoi scritti di fiction che in quelli di saggistica. Non solo: anche le figure di saggi nella saga di Earthsea – quali Sparviero, Ogion oppure i Maghi di Roke – potrebbero ispirarsi a queste forti figure maschili centrali nella sua vita. Ursula Le Guin ha un’intensa vita privata (tre figli e quattro nipoti) e fa conferenze soltanto sulla costa occidentale degli Usa, dove vive tutt’ora.
Ha scritto moltissimo, spaziando dalla narrativa fantasy (la saga di Earthsea) a quella fantascientifica (i già citati La mano sinistra delle tenebre, I reietti dell’altro pianeta o La falce nei cieli), dalla fiction per bambini (la serie dei Gattivolanti) a quella realistica (La via del mare: cronache di Klatsand), dal teatro (Rigel 9) alla poesia (Wild Oats and Fireweed e Going Out with Peacocks and Other Poems) e alla saggistica (Il linguaggio della notte o Dancing at the Edge of the World). Dunque una vita piena sotto vari aspetti nonché “di successo”: ha vinto cinque premi Hugo, sei premi Nebula e molti altri premi letterari, molti dei suoi scritti sono in continua ristampa da quasi quarant’anni e negli ultimi vent’anni sono stati scritti una decina di libri di analisi critica della sua opera negli Usa e nel Regno Unito.
Ursula Le Guin sembra essere un esempio eminente di “nuova figura letteraria”: in lei – come e più che in Stephen King – la vena del fantastico si mescola con quella realistica e con quella saggistica, superando la dicotomia tipica dell’Ottocento-Novecento tra autori solo fantastici (Verne, Lovecraft, Howard, Heinlein, Vogt e così via) da una parte ed autori solo realistici (Mann, Joyce, Pavese, eccetera) dall’altra. Questo nuovo tipo di scrittore pare essere impegnato anche su temi civili quali il razzismo, il femminismo, i diritti d’autore, la religione e così via.
La Le Guin in particolare pare interessarsi alle conseguenze personali, sociali ed antropologiche a cui una diversa strutturazione del mondo (rispetto al nostro) può portare: l’ermafroditismo in La mano sinistra delle tenebre o l’uso della magia in Earthsea ne sono due esempi. In particolare nella saga di Earthsea possiamo vedere l’attenzione prestata al tema delle razze: i personaggi principali, quelli che vivono nell’Arcipelago, sono persone di colore (una scelta che riflette il fatto che anche nel mondo reale la maggior parte degli esseri umani non è di pelle bianca): Ged ed Arren sono di carnagione olivastra mediorientale, mentre Veccia è nero ebano come gli africani. Il fatto che spesso gli illustratori del mondo di Earthsea li abbiano ugualmente raffigurati come dei bianchi occidentali la dice lunga sui pregiudizi e sugli stereotipi che albergano in tanta letteratura fantastica. Un altro tema, già citato nelle recensioni dei singoli romanzi, è quello del femminismo: il ruolo delle donne in Earthsea, il maschilismo dei maghi di Roke e – al contempo – la diversa natura dei loro Poteri.
La Le Guin, inoltre, conserva un qual certo ottimismo da Anni Sessanta: non fa alcuna “laus temporis acti”, non ha cioè nostalgia per il passato (né prossimo né remoto) o per qualche mitica “età dell’oro”, non depreca né irride le giovani generazioni («Ah, i giovani d’oggi!») e il grande cambiamento a cui accenna nei suoi romanzi non è un cambiamento negativo (il tramonto dell'Occidente, l'asservimento alla tecnologia disumanizzante, la fine degli ideali, la decadenza dei “valori” e così via) ma, anzi, al contrario, l’occasione per un miglioramento globale.
Questo è probabilmente ricollegabile alla sua biografia: è una persona che ha vissuto una buona vita, che l’ha soddisfatta, mentre i “lodatori del tempo che fu” sono persone insoddisfatte della propria vita. Anche Tolkien era come la Le Guin: gli Elfi “umili” e “deboli” della Terza Era come Galadriel ed Elrond non sono peggiori di quelli “superbi” e “potenti” come Fëanor o Thingol; l’Era degli Uomini non è una “decadenza” rispetto alle Ere degli Elfi; la storia, il passato, le tradizioni vanno ricordate ed onorate ma non idealizzate! Dice la Le Guin in un’intervista:
«Mi piacevano la generosità ed il senso di responsabilità verso il futuro che erano forti negli Anni Sessanta e Settanta. Sono di nuovo forti, ora, tra i Verdi e le persone dei movimenti anti-corporativi, contro la guerra e contro Bush. Un sacco di persone non diventano sagge solo perché invecchiano, invecchiano e basta»
È facile notare, leggendo i cinque romanzi, la differenza nello stile e nelle tematiche tra la prima trilogia, composta tra il 1968 e il 1972, e gli ultimi due episodi. Il quarto romanzo è stato pubblicato nel 1990: tra La spiaggia più lontana ed esso ci sono di mezzo tutti gli Anni Settanta e gli Anni Ottanta. Che cos’è accaduto al mondo reale che può avere ispirato l’autrice? Su un piano biografico e personale lei è certamente invecchiata, “maturata”, ha avuto storie famigliari, i suoi figli sono cresciuti e sono divenuti genitori a loro volta e lei nonna… nel frattempo il successo letterario avuto negli Anni Sessanta grazie alla fantascienza non è stato dimenticato ma neppure è cresciuto ed anzi la sua notorietà è diminuita.
E sul piano “pubblico”, quello del “Mondo”? Negli Anni Sessanta c'era stato un vento di novità, tante speranze e tante utopie: ci sono stati il mouvement studentesco, gli hippy, la destalinizzazione di Kruschev, la rivoluzione di Fidel Castro e Che Guevara, il libretto rosso di Mao Tse Tung, il boom economico ed il welfare state, le lotte sindacali per i diritti dei lavoratori, la beat generation, il Vietnam ed il pacifismo («make love, not war»), Martin Luther King, la corsa astronautica verso lo Spazio e l’uomo sulla Luna, i due fratelli Kennedy, il Sessantotto, il Concilio Vaticano II, il femminismo e la liberazione sessuale...
Ma, nei decenni successivi, queste speranze degli Anni Sessanta si sono realizzate solo in piccola parte, mentre in altra parte sono state viste successivamente come illusioni (anche illusioni molto pericolose!): la tensione fra le due superpotenze Usa-Urss è continuata storicamente tra trattati di disarmo e scudi stellari di riarmo, nonché con conflitti locali in Medio Oriente, Afghanistan, Africa (ben diversamente che nei sogni dei pacifisti); sono intervenute crisi energetiche ed economiche; è emerso il nuovo liberismo egoistico-edonistico della Deregulation di Reagan e della Thatcher (ben diversamente che nei sogni dei neomarxisti); il maoismo si è visto esser stato una distruzione della società cinese e anche un vero e proprio genocidio fisico (ben diversamente che nei sogni dei sessantottini); la famiglia tradizionale non è stata scardinata dalle “comuni” (ben diversamente che nei sogni degli hippy); femminismo e sindacalismo hanno fatto sì avanzare i diritti, ma non più di tanto; i giovani – ovviamente – sono invecchiati anche se la loro musica rock è rimasta sempre la stessa, con gli stessi stili e convenzioni a volte grottescamente ripetitivi (diversamente che nei sogni della beat generation); le leggende del rock sono morte di droga oppure invecchiate ed anch’esse sono più o meno aggrappate ad un’immagine di evergreen (diversamente che nei sogni del movimento psichedelico); i laici hanno più presenza nel volontariato, ma i preti continuano a comandare ed anzi il papa ha aumentato il proprio potere (diversamente che nei sogni dei promotori del Concilio).
Però negli Anni Settanta e Ottanta, nella concretezza incarnata delle miriadi di storie locali e famigliari ed amicali ed individuali c’è stato come un “metabolismo”, una digestione, un rimuginamento delle ideologie precedenti, ed anche una loro critica, soprattutto verso gli estremisti ideologici sia marxisti che giovanilistici-neoromantici o ancora capitalistici-tecnologici. Queste miriadi di storie di persone individuali hanno come preso su il buono e lasciato giù il cattivo delle ideologie degli Anni Sessanta e qualche cosa hanno prodotto! Nel 1989 è caduto il Muro di Berlino e con esso è imploso il totalitarismo sovietico; è finita la Guerra Fredda e sono cominciate altre storie con dinamiche in parte nuove: quel “nuovo decennio” che sono stati gli Anni Novanta.
L’ultimo romanzo, I venti di Earthsea, è stato completato al termine di quel decennio, nel 2001; cos’è accaduto negli Anni Novanta? Facciamo di nuovo un sommario elenco: l’avvento di Internet e il grande aumento dell'informazione e della comunicazione nel vissuto delle gente comune, la globalizzazione dei mercati e dei sistemi produttivi agricoli ed industriali, la politica di distensione e collaborazione di Bill Clinton, la sparizione quasi totale dei partiti comunisti, l’autocrazia di papa Wojtyla, l’emergere di nuovi fondamentalismi religiosi sia nell’Islam che nel Cristianesimo, il moltiplicarsi di storie di donne che scelgono la “carriera” invece che la “famiglia”, molti grandi progressi della medicina, imponenti (“epocali”!) flussi migratori di lavoratori dal Terzo Mondo verso i Paesi Occidentali…
È quantomeno probabile che tutti questi mutamenti collettivi – uniti a quelli personali della Le Guin – abbiano notevolmente influito sulla stesura del quarto e del quinto romanzo della saga. Proviamo inoltre a leggere i grandi mutamenti di Earthsea negli ultimi due romanzi alla luce dei grandi mutamenti del nostro mondo: 1) non c’è più nessun Arcimago a Roke (nessuna più ideologia/filosofia egemone nel mondo Occidentale? Nessuna leadership filosofica e culturale?); 2) c’è finalmente un Re sul trono di Morred ad Havnor (è finita la Guerra Fredda e Nato, Onu, Banca Mondiale ed Unione Europea stanno governando unitariamente il mondo?); 3) la bambina Tehanu convoca i Draghi e loro la chiamano “figlia” e “sorella” (le nuove generazioni possono sembrare disimpegnati e confusi “bamboccioni” ma magari al di sotto delle apparenze e dei luoghi comuni stanno incubando cose belle e nuove?).
Ecco ancora un altro esempio dell'influenza della Storia (reale) sulle Storie (di fiction):
«Una delle cose che ho imparato» dice la stessa Le Guin, riferendosi al suo cambiamento stilistico nel corso del tempo «è stato come scrivere come una donna, non come un “uomo onorario” ossia l’imitazione di un uomo. Da un punto di vista femminile, Earthsea sembrava molto diverso da com’era visto da un uomo. Tutto quello che dovevo fare era descriverlo dal punto di vista dei deboli: le donne prive di potere, i bambini, un mago che ha speso il suo dono e deve vivere come un “uomo qualunque”. Lo stesso luogo, ma come sembrava cambiato! Alcune persone odiano il [quarto] libro per questo. Mi rimproverano per l’aver punito Ged. Io credevo di averlo premiato»
Il messaggio principale della saga pare - però - essere, alla luce degli ultimi due romanzi, quello “Filosofico” della Terra Arida. Opportunamente la Le Guin parla di un tema importante, di tipo strettamente culturale: nella società occidentale post-Seconda Guerra Mondiale sempre più sta cambiando l’idea che le persone hanno dell’escatologia (cioè della fine dei tempi, dell’aldilà, una proiezione mitica dell’etica); ora l’etica è diventata sempre di più imperniata sui rapporti interpersonali e comunitari e sulla valorizzazione della corporeità, il che significa anche maggiore umiltà e maggiore riconoscimento della dipendenza dagli altri. La Le Guin critica notevolmente lo “spiritualismo” platonico (e quel luogo comune, assai diffuso tra i cristiani, che vede il Paradiso o l’aldilà esattamente come l’Iperuranio platonico): la Terra Arida, dove l’anima (l’ego individualista) vorrebbero vivere in eterno è in realtà un luogo di prigionia, un vicolo cieco.
Un altro messaggio complessivo della saga è la “Decentralizzazione”: lo stesso Arcipelago rappresentata questo concetto a livello geografico. C’è poi quella tra Roke ed Havnor (capitale del potere magico la prima, del potere politico la seconda) e quella tra civiltà evolute e civiltà barbariche (i Karg): anche queste ultime, tuttavia, hanno i loro valori ed i loro principi, che possono contribuire allo sviluppo di tutto il mondo (vedi, nell’ultimo romanzo, l’intervento di Sesserakh); c’è la decentralizzazione tra Uomini e Draghi (poteri diversi, facoltà diverse) e quella tra magia maschile e magia femminile; ed infine quella tra terra e mare (i mercanti marittimi, i pirati, il popolo delle zattere). Nei romanzi non viene mai indicato un modello unico buono per tutti, non c’è una “visione etnocentrica” che prediliga questo o quel popolo, né una “visione antropocentrica” che prediliga gli umani ai draghi o viceversa. Insomma, pare che sia più la sommatoria dei vari punti di vista a migliorare globalmente il mondo di Earthsea, piuttosto che uno soltanto di essi. Non a caso più volte è stata sottolineata la coralità degli ultimi due romanzi rispetto ai primi – altro messaggio della Le Guin alla luce delle nuove esperienze: il culto personalistico dell’Eroe non c’è più, anzi Ged/Sparviero è ormai privo di tutti i suoi poteri, e ci si può salvare soltanto collaborando ed unendo le proprie esperienze e le proprie, differenti, potenzialità.
Ancora, c’è un messaggio che pare un ampliamento di quello che Tolkien aveva già affrontato riguardo al “Potere”: ancora più che nel Signore degli Anelli qui sono gli umili che contano per risolvere il problema del mondo. È vero, vi sono anche le antiche aristocrazie come quella da cui discende Arren/Lebannen, oppure ci sono i potenti maghi di Roke. Eppure fin dai primi romanzi compare una figura come Tenar, che è una semplice ragazza divenuta sua malgrado sacerdotessa ed è grazie alla sua pietà che il potente Sparviero si salva e che viene recuperato l’Anello di Erreth-Akbe. Inoltre gli ultimi due romanzi non mettono più al centro i grandi poteri, ma le persone comuni oppure prive dei loro poteri (Sparviero e Tenar).
Proprio come in Tolkien, poi, c’è un messaggio come di “Sociologia Religiosa”: così come nel Signore degli Anelli non ci sono “veri” dei (non ci sono templi, sacerdoti, non vengono nominati né pregati apertamente), anche in Earthsea viene sì nominato Ségoy come “creatore dell’Arcipelago” ed è vero che Tenar è una sacerdotessa del culto dei Senza Nome, ma in generale la presenza di sacerdoti, templi passa quasi inosservata e non vi sono espliciti riferimenti a divinità di alcuna sorta. Ciò che permette l’incontro e la collaborazione di individui di nazionalità, età e formazione/istruzione diverse è la convergenza su alcuni valori morali e non su una confessione religiosa comune.
Un altro messaggio è, diciamo, di “Interpretazione della Storia”: diversamente dalle opere di Tolkien o dal ciclo di Narnia di Lewis o dalle Cronache del ghiaccio e del fuoco di George Martin, qui i “grandi cambiamenti” del mondo non sono derivati da grandi Guerre, ma emergono – molecolarmente – da una miriade continua di vissuti particolari in tempo di “pace”: sono diciamo cambiamenti più socio-culturali che politici. Ad esempio, la decadenza della magia, la violenza o la micro-violenza sociale, la ribellione al “sistema della Terra Arida”: quasi ad indicare il mondo successivo alla Seconda Guerra Mondiale, in cui non ci sono conflitti globali ma vi sono grandi cambiamenti di cultura e di costume.
Ursula Le Guin si è avvicinata sempre più, durante la sua vita, al “Taoismo”; ha quindi inserito in molte sue opere – compresa Earthsea – i principi di questa filosofia religiosa. Ciò è evidente fin dalla canzone La Creazione di éa, composizione nota tra le popolazioni dell’Arcipelago che narra l’origine del loro mondo; essa dice: «Solo nel silenzio la parola / solo nella tenebra la luce / solo nella morte la vita / fulgido il volo del falco nel cielo del deserto». Il Tao, che ha provocato la creazione dell’universo, ha dato origine a due principi cosmici (yin e yang) e l’opposizione / combinazione di questi due principi basilari è riscontrabile in ogni elemento della natura: maschio e femmina, luce ed oscurità, attività e passività, movimento e staticità e così via. Tale dualismo però non è da intendere come quello platonico (ovvero come una scissione reale tra due cose e la scelta di una delle due come migliore dell’altra) bensì come una scissione / codifica compiuta dall’uomo mediante la ragione. Nelle cose in sé stesse, in realtà, il dualismo non esiste, perché in ogni cosa vi è anche il suo opposto ed essi si equivalgono e sono complementari, non sono “nemici” come per Platone Anima e Corpo, o Spirito e Materia.
Nessun principio può uscire dai propri domini e surclassare il suo opposto: questo infatti genererebbe uno squilibrio, come infatti avviene in Earthsea ogniqualvolta un uomo (ad esempio Pannocchia nel terzo libro) od un avvenimento (la questione della Terra Arida nel quinto volume) sbilanciano l’equilibrio cosmico verso uno soltanto dei due principi, cercando di sopraffare l’altro. Oppure pensiamo alla riconciliazione tra Ged e la sua Ombra nel primo libro: il messaggio della Le Guin pare essere che ogni Luce deve incontrare la propria Ombra per brillare veramente. Nel mondo di Earthsea ci possono essere anche nemici esterni, ma la vera minaccia pare essere nel cuore e nella mente dei suoi abitanti.
Un'altra regola del Taoismo è quella dell’agire senza agire (wu wei), secondo la quale per non creare disarmonia e dolore l’uomo deve pensare prima di agire e – in generale – lasciare che la natura porti sempre a compimento i propri cicli. Non per nulla nella saga ci vengono presentati personaggi che scelgono la via dell’essere anziché la via del fare, dell’agire: in primis Ogion il Taciturno, che vive in disparte dai propri colleghi, in una località chiamata Re Albi (che richiama il nome di una località nel sud della Francia, Albi, in cui tra il XII e il XIII secolo si sviluppò l’eresia catara, che vedeva il Bene in equivale potenza al Male); poi sicuramente gli stessi Tenar e Sparviero degli ultimi due libri, privi dei loro poteri, che però sono felici della loro vita semplice.
Terzo punto di evidente contatto tra la saga della Le Guin ed il Taoismo è il concetto di aldilà: mentre secondo le tradizioni occidentali greco-romana e germanica (non però in quella ebraico-cristiana!) la morte è l'antitesi della vita, nel Taoismo la vita e la morte sono in stretta relazione, sono due stadi necessari della vita universale sulla terra e della vita individuale degli esseri. La morte è vista come un ritorno, una rinascita ad una nuova esistenza; è detta “il grande risveglio”, visto che l’uomo dopo la morte giunge alla sua completezza ricongiungendosi con la Divinità – e questo è un processo naturale e benefico. Dice una massima del maestro taoista Zhuangzi:
«Un fascio di ramoscelli esiste come tale finché è legato e stretto; quando viene sciolto i ramoscelli si disperdono ed esso non è più un tutt'uno. Così è dell'uomo: esso è uomo finché tutte le sue parti costituiscono un tutt'uno: cessata tale unione, cessa l'individualità umana. È da avvertire però che il fascio, se incendiato, può trasmettere il fuoco a un altro fascio, innanzi che il primo sia del tutto disfatto e consumato, e così di seguito il fuoco e la luce vengono trasmessi da fascio a fascio: i fastelli a mano a mano vengono composti e disfatti, come le persone vivono e muoiono, compaiono e scompaiono; ma il fuoco e la luce, o l'esistenza e la vita, continuano perenni nel mondo».
Molto simile è l’esistenza post-mortem in Earthsea nel momento in cui la Terra Arida viene distrutta e l’equilibrio del mondo ripristinato.
Avvicinandoci alla conclusione della nostra ampia recensione, chiediamoci ora dove abbia avuto origine l’Arcipelago di Earthsea creato dalla Le Guin. C’è chi vede in esso il riflesso degli interessi dell’autrice per l’antropologia: da un lato appare simile al Mediterraneo ellenico descritto nei poemi omerici, dall’altra presenta tematiche simili a quelle di Margaret Mead, antropologa statunitense che ha studiato lo sviluppo adolescenziale delle giovani samoane e dei giovani giavanesi, contrapponendo – con un tot di ingenuo romanticismo rousseauiano o sessantottino - la presunta crescita armonica di questi adolescenti nelle “culture selvagge” alle presunte crisi ed oppressioni cui sarebbero soggetti i loro coetanei nell’Occidente. Spesso infatti l’Arcipelago è accostato alla Polinesia, all’Indonesia e alle Filippine. Ursula Le Guin dice di aver visto qualcosa di molto simile ad Earthsea nelle Scilly Isles (un arcipelago a sud-est della Gran Bretagna) e in una piccola baia chiamata Trinidad nelle coste a nord della California, in una mattina di nebbia, ma che tutti questi luoghi sono principalmente dentro di lei. In un’intervista ha infatti affermato che: «tutti noi abbiamo arcipelaghi nelle nostre menti», intendendo così che la fonte d’ispirazione per Earthsea è stata più la propria fantasia che lo studio antropologico di reali popolazioni del nostro pianeta.
Una riflessione infine sul “cambiamento di rotta” della Le Guin nei confronti della magia e della somiglianza, in questo, con alcuni fantasy moderni. Se nei primi tre libri di Earthsea difatti il ruolo della Magia è grande, nei due libri finali pare esserci un ripensamento: i protagonisti sono senza poteri, alle prese con antagonisti che invece usano la magia per il proprio tornaconto, ed in generale la Magia ha un ruolo minoritario nella risoluzione dei problemi del mondo. Così, quando nel 1990 scrive L’isola del drago, la Le Guin sa bene che il genere fantasy in quel momento sta sfornando un’infinita quantità di titoli che vanno a nozze con il magico: Brooks, Eddings, Goodkind per dirne alcuni. Lei, invece, sceglie una via più difficile: è possibile scrivere un buon fantasy senza che la magia (o la presenza di altre razze non umane) abbia un ruolo centrale? Ci prova e il tentativo le riesce, inserendosi così in quel filone in cui possiamo mettere anche autori come George Martin o Jacqueline Carey, che hanno preferito le trame e gli intrighi politici alla centralità della magia nei loro fantasy.
Se, come abbiamo suggerito, “Magia” (sul piano della fiction) significa “Scienza” (sul piano della realtà), ecco un ulteriore passo di allontanamento dalla narrativa di fantascienza degli Anni Cinquanta e Sessanta... cioè da una narrativa che riprendeva l'ideologia ottimistica verso la scienza propria di quegli anni, quelli delle “teste d'uovo” kennedyane e della gara astronautica. Come se la Le Guin ed altri romanzieri si fossero accorti che nei destini del Mondo l'avanzamento delle scienze è solo un fattore, e non quello più decisivo, e che – invece - le responsabili o irresponsabili decisioni etiche e politiche sono fattori molto più importanti.





 

 

 

 

 

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