L'OSSERVATORE ROMANO

 

Domenica 21 giugno 2020, pag. 5

 

Al passo con i tempi

recensione di Maurilio Lovatti

 

Herbert McCabe (1926-2001) è sicuramente il maggior studioso e interprete di San Tommaso d'Aquino del Novecento di lingua inglese, ma nonostante ciò è molto poco conosciuto in Italia. Durante la seconda guerra mondiale si iscrisse a chimica all'università di Manchester, ma pochi mesi dopo si trasferì alla facoltà di filosofia. Dopo la laurea divenne frate domenicano. Dopo un breve periodo a Cambridge, nel 1968, all'età di 42 anni, fu trasferito al convento di Oxford, dove rimase fino alla morte e dove insegnò teologia alla scuola dei Domenicani. La sua appartenenza all'Ordine domenicano e alla Chiesa Cattolica costituiscono un fattore determinante per spiegare l'evoluzione e le motivazioni profonde del suo pensiero. In particolare McCabe apprezzò gli orientamenti emersi dal Concilio Vaticano II, anzi furono proprio questi a confermarlo nell'idea, sempre presente nella sua opera, che la fede sia compatibile con la razionalità e non sia e non debba essere ostile verso la cultura contemporanea, la scienza e la psicoanalisi, ma anzi debba confrontarsi proficuamente con essa, come risulta anche dalla sua opera Faith whitin Reason (uscita postuma nel 2007).
E' fresco di stampa il primo libro che ne esamina globalmente il pensiero filosofico e l'influsso esercitato sulla cultura contemporanea: Herbert McCabe. Recollecting a Fragmented Legacy di Franco Manni, pubblicato da Cascade, Eugene (Oregon) 2020.
Manni esamina, con chiarezza e con puntuale riferimento ai testi, gli snodi cruciali del pensiero di McCabe nell'ambito della teologia filosofica (ovvero la riflessione su Dio compiuta dalla ragione umana indipendentemente dalla Rivelazione), dell'antropologia e dell'etica.
McCabe elabora la propria originale interpretazione di Tommaso d'Aquino alla luce del pensiero contemporaneo (in particolare la filosofia analitica prevalente nella cultura di lingua inglese, fortemente caratterizzata dalla ricezione del pensiero di Wittgenstein e della filosofia del linguaggio) in un continuo e proficuo confronto critico con le categorie della riflessione accademica del suo tempo.
McCabe è convinto che, indipendentemente dalle convinzioni religiose dei singoli autori, la filosofia contemporanea abbia l'esigenza razionale di porsi il problema di Dio sostanzialmente per due motivi: da un lato il bisogno di dare risposta ad una delle domande filosofiche fondamentali (perché esiste qualcosa piuttosto che il nulla?, la cosiddetta ultimate why question) e dall'altro per le implicazioni che la questione comporta sull'elaborazione razionale dell'etica. Infatti se si vuole giustificare un'etica finalistica, secondo cui le virtù e, di conseguenza, le leggi morali sono indirizzate ad un fine, ovvero la realizzazione integrale della natura umana, occorre domandarsi l'origine di questa natura umana. E' evidente che se l'uomo fosse creato, di per sé si avrebbe la giustificazione dell'esistenza del fine ultimo di diritto dell'uomo (per usare le parole di Sofia Vanni Rovighi) e quindi una fondazione sicura dell'etica.
Il libro di Manni mette bene in luce alcune concezioni originali di McCabe, in particolare sul tema centrale del rapporto tra fede e ragione che, pur ispirandosi a S. Tommaso, si distaccano dalle tradizionali tesi della filosofia neoscolastica o da convinzioni diffuse anche tra molti cattolici.

Provare l'esistenza di Dio

In primo luogo, per quanto riguarda la prova razionale dell'esistenza di Dio, McCabe è convinto che possa basarsi esclusivamente sulla cosiddetta Terza Via di S. Tommaso (la prova ex contingentia mundi). Per McCabe è fondamentale partire dalla domanda perché esiste qualcosa piuttosto che il nulla? Ovviamente non possiamo accontentarci di individuare cause del mondo di tipo scientifico, come il Big Bang, perché queste fanno già parte del mondo o dell'essere e quindi non ci dicono perché esiste qualcosa. Dunque esiste una causa del tutto che noi non conosciamo. Se la conoscessimo, essa farebbe parte dell'universo, sarebbe intramondana, e dunque non sarebbe la causa dell'essere. Quindi se ipotizziamo che questa causa sia Dio, si pone il problema della possibilità della conoscenza razionale di Dio. Dio non si può conoscere con la ragione. E nemmeno con la fede, che però ci aiuta, secondo McCabe, ad evitare di cadere in tentazioni antropomorfiche.
Ne consegue una diversa concezione della Creazione, fondata sul pensiero di Tommaso, ma per certi versi sorprendente. Per McCabe la creazione è un evento extramondano; Dio e l'universo non sono due enti (già l'Aquinate ci ricordava che con la ragione non possiamo dimostrare che l'universo ha avuto inizio nel tempo) e dunque ne consegue che la creazione non produce cambiamenti nel mondo e quindi nell'universo non vi è alcuna traccia dell'azione di Dio. Se vi fosse, o se fosse conoscibile qualche traccia dell'azione di Dio, Dio sarebbe una causa all'interno dell'universo. Per McCabe è ingenuo e antropomorfico pensare di poter cogliere qualche conseguenza nella realtà dell'azione di Dio, così come noi possiamo, ad esempio, capire che c'è stato un terremoto esaminando le distruzioni che esso ha prodotto.
In altre parole McCabe è convinto che la prova cosmologica (ad esempio la Quinta Via di Tommaso) sia un ragionamento inconsistente. La cosa ci sorprende. La neoscolastica contemporanea lo ritiene invece valido, così come gran parte dei credenti. Lo stesso Kant aveva definito nel periodo precritico la prova cosmologica “l'unico argomento possibile per la dimostrazione dell'esistenza di Dio”. Il filosofo, teologo e pastore anglicano William Paley, nel Settecento, aveva sostenuto che essa era l'argomento più plausibile e convincente, apprezzato anche da Newton. Aveva introdotto la celebre analogia dell'orologio: se trovo per terra un orologio, sono convinto che ci sia stato un orologiaio che a suo tempo l'abbia costruito, anche se non so chi sia. Lo stesso Richard Dawkins, biologo e divulgatore scientifico, uno degli autori più letti nel nostro tempo, per confutare le tesi del creazionismo e per sostenere all'opposto il carattere cieco e non finalistico dell'evoluzione, fonda tutti i suoi ragionamenti su una critica ampia e stringente alla prova cosmologica. Il lettore rimarrà certamente sorpreso nel constatare come McCabe condivida nella sostanza le confutazioni di Dawkins, salvo un punto, che però è fondamentale. La prova cosmologica non è l'unico argomento possibile per dimostrare l'esistenza di Dio.

L'antropologia filosofica  

Un altro aspetto stimolante del pensiero di McCabe è l'importanza attribuita all'antropologia filosofica. Non solo perché essa è, in ultima analisi, il fondamento dell'etica, ma anche perché il filosofo inglese è convinto che il tomismo può interessare e coinvolgere gli uomini del nostro tempo proprio se in grado di spiegare e giustificare una propria coerente antropologia, capace di confrontarsi e di confutare altre visioni antropologiche diffuse, come il marxismo, l'esistenzialismo, il positivismo e anche le forme di dualismo neocartesiano, che tra l'altro sono diffuse anche nelle visioni di molti cristiani che concepiscono l'anima come qualcosa d'invisibile e immortale presente nel nostro corpo e distinto da esso.
McCabe sviluppa la sua antropologia filosofica nell'ambito di una visione d'insieme profondamente influenzata da Wittgenstein. L'uomo è caratterizzato dal possedere un linguaggio verbale e ogni ragionamento e pensiero si articola e si sviluppa dentro le regole del linguaggio, che è intersoggettivo. E' una prospettiva chiaramente anti positivistica e anti riduzionistica (il cervello non è l'organo del pensiero, la mente non è il cervello). Semmai è una concezione compatibile con la teoria dei tre mondi di Popper, secondo cui il mondo Tre (le teorie, le opere d'arte, ecc.) è intersoggettivo, come il linguaggio o anche con la teoria freudiana del super-io, anch'esso intersoggettivo.
In ogni caso McCabe ritiene che questa prospettiva sia pienamente coerente con l'insegnamento aristotelico e tomistico rettamente inteso. Le sensazioni, i ricordi, le fantasie sono particolari e individuali, ma l'uomo può astrarre, formare e usare i concetti universali, che sono linguistici ed intersoggettivi, cioè può pensare, dedurre, ragionare, costruire teorie nel linguaggio. Il concetto è per natura universale e comunicabile, cioè pubblico; l'immagine è per natura privata, individuale, eventualmente comunicabile solo attraverso la mediazione del linguaggio, cioè degli universali. Pertanto quell'intelletto non materiale e separato sul quale, dopo Aristotele, molti pensatori hanno scritto, pensiamo in particolare alla tradizione averroistica, non è né Dio né un'intelligenza angelica, perché non è altro che la parte non materiale del linguaggio umano, o, almeno, delle diverse lingue storiche che, sebbene diverse l'una dall'altra, possono essere tradotte l'una nell'altra. Se un concetto fa parte del linguaggio, esso svolge un ruolo all'interno di un sistema o di una struttura che, come tale, non è materiale. Questo ruolo nella struttura è effettivamente correlato a segni materiali, ma in modo libero: il nostro concetto di mela è il significato espresso dalla parola "mela" o dai sinonimi; benché sia impossibile avere un concetto prima di avere parole per esprimerlo, tuttavia, parole o segni diversi possono esprimere lo stesso concetto. Noi contemporanei, dopo Wittgenstein, analizziamo la comprensione dei concetti nell'ambito del linguaggio, mentre l'Aquinate analizza il linguaggio sulla base della comprensione e definizione dei concetti. McCabe è convinto che questa non sia una grande differenza, tuttavia ritiene che l'analisi del XX secolo sia un miglioramento rispetto a quella del XIIII secolo.
Il libro di Manni illustra in maniera chiara molti altri snodi del pensiero di McCabe, dallo status dell'ontologia, al problema del male nel mondo, ai fondamenti dell'etica, per poi analizzare nell'ultima parte del libro la teologia rivelata, la cristologia e la concezione della Trinità del filosofo inglese. Tutti temi che non possiamo qui nemmeno sfiorare, ma che siamo certi risulteranno utilissimi al lettore per comprendere la complessità e la grandezza di questo protagonista del pensiero contemporaneo.

Maurilio Lovatti

 

 

 

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