Maurilio Lovatti 

 

Per ristabilire la verità

 


L'ottavo Congresso Provinciale della FIM, tenutosi nel maggio del 1973, aveva mostrato una grande unità interna dell'organizzazione.
La relazione introduttiva e la mozione finale erano state approvate all'unanimità. Sempre all'unanimità il Consiglio Direttivo Provinciale eletto dal Congresso aveva confermato la precedente Segreteria formata da FRANCO CASTREZZATI (responsabile) GIANFRANCO CAFFI e ANGELO ZAMBONARDI.
Le prime divergenze si manifestano immediatamente dopo tale congresso tra i dirigenti sindacali della OM-FIAT e la Segreteria Provinciale, in occasione del Congresso Nazionale della FIM-CISL. La materia del contendere è una questione che di per sé non presuppone una diversa visione politica del sindacato: la designazione dei rappresentanti di Brescia al Consiglio Nazionale della FIM.

Il rimpasto della Segreteria provinciale

GIOVANI LANDI, leader del gruppo OM, chiede ufficiosamente alla Segreteria di inserire ATTILI0 CORTI (al posto di ZAMBONARDI) tra i tre componenti il Consiglio Nazionale la cui nomina compete, per statuto, al Direttivo Provinciale.
La proposta, non motivata politicamente, incontra un fermo rifiuto da parte della Segreteria e pertanto il Direttivo Provinciale nomina ZAMBONARDI unitamente a DANTE FRANCESCHETTI e PIERFRANCO GOZZA, che entrano a far parte del Consiglio Nazionale assieme a CASTREZZATI, CAFFI e
LUIGI GAFFURINI, direttamente eletti dal Congresso. La Segreteria, tuttavia, per evitare l'accentuarsi dei contrasti verificatisi con l'esclusione di CORTI dal Consiglio Nazionale, sostiene la candidatura di quest'ultimo al Collegio Nazionale dei Probiviri.
Le tensioni che erano sembrate sopirsi, si riacutizzano verso la fine dello stesso anno, il 1973, quando ZAMBONARDI, per ragioni esclusivamente personali, desiderando rientrare in fabbrica, si dimette dalla Segreteria Provinciale. Il gruppo della OM propone la candidatura di CORTI al posto resosi vacante in Segreteria. La proposta è avanzata, come sempre, attraverso LANDI, che, nonostante le sue ripetute affermazioni sulla necessità di una partecipazione della base alla scelta dei dirigenti dell'organizzazione, è sempre pronto a sollecitare incontri ristretti nel tentativo di far passare gli Organismi che ha progettato.
CASTREZZATI e CAFFI respingono la proposta di LANDI, controproponendo allo stesso il suo ingresso in Segreteria.
Coinvolgendo direttamente LANDI nella gestione della FIM si consentirebbe a tutte le sue espressioni interne di essere rappresentate in Segreteria in una sua gestione collegiale, costringendo perciò LANDI ed il suo gruppo a farsi carico di tutte le realtà dell'organizzazione, precludendogli così molte possibilità di manovre individuali non rispondenti ad esigenze collettive.
E ciò perché cominciavano allora a manifestarsi i primi segni esteriori, apparentemente insignificanti per chi non conosce a fondo la realtà della FIM, dell'ampio ed abile disegno di LANDI che servendosi del gruppo OM mirava ad egemonizzare il sindacato attraverso il controllo dell'apparato. LANDI, naturalmente, respinge la proposta di entrare in Segreteria. Analogamente, già in precedenza, nonostante avesse ufficiosamente avanzato a più riprese pesanti critiche e giudizi negativi nei confronti della gestione del sindacato da parte della Segreteria Provinciale della CISL, egli aveva sempre rifiutato la proposta di CASTREZZATI che intendeva candidarlo per quell'organismo. La tendenza ad evitare l'impegno diretto, al fine di garantirsi lo spazio per attuare le sue manovre,
é dunque una delle caratteristiche costanti del comportamento di GIOVANNI LANDI.
Di fronte al rifiuto di LANDI, comunque, per uscire dalla situazione di stallo viene concordata una soluzione di mediazione. La Segreteria risulterà composta da CASTREZZATI, CAFFI, FRANCESCHETTI e (per la minoranza che in questo periodo inizia a configurarsi come tale) GAFFURINI e MAFFETTI. FRANCESCO MAFFETTI resterà a lavorare in fabbrica e, all'interno della Segreteria, il suo compito specifico consisterà nel seguire la situazione sindacale della OM.
Il precario compromesso raggiunto nella composizione della Segreteria, anziché favorire una maggiore unità interna, diverrà ben presto occasione di nuovi e più profondi contrasti.

Le accuse dell'operatore della Valtrompia

Nei primi mesi del '74 l'operatore ATTILI0 CORTI assume atteggiamenti sempre più critici nei confronti della Segreteria, accusandola di moderatismo, di eccessivo centralismo nei rapporti con gli operatori e i delegati delle zone e talvolta anche di insufficiente volontà unitaria nei confronti dei metalmeccanici della CGIL e della UIL.
Queste accuse di CORTI vengono formulate in occasione dì discussioni su singole vertenze o per questioni di limitata importanza, non vengono mai motivate dall'interessato come conseguenza di una divergente visione strategica e sono quindi caratterizzate da una estrema genericità dal punto di vista politico e da spirito polemico sulle questioni specifiche.
Le critiche vengono rivolte con particolare acredine a CAFFI, responsabile per la Segreteria del coordinamento della zona della Valtrompia e di Lumezzane, nella quale CORTI opera. CAFFI, amareggiato dalle ingiuste accuse e con la speranza di porre fine alle tensioni, decide di rinunciare al suo incarico e chiede al Segretario responsabile di affidargli una altra zona. CASTREZZATI è contrario alla rinuncia di CAFFI, non solo perchè non condivide le accuse di CORTI, ma soprattutto per evitare di far passare, nei fatti, il principio
secondo il quale, in caso di contrasti tra un Segretario ed un operatore, si dovrebbe sostituire il Segretario.
Tuttavia CAFFI insiste e GAFFURINI gli subentra come coordinatore della zona della Valtrompia. A distanza di tempo, allorché l'alleanza tra il gruppo della OM e CORTI apparve chiara e inconfutabile nei suoi disegni, si è purtroppo capito che il tutto non avvenne casualmente, ma che era un momento di una strategia ben precisa e coordinata, mirante alla conquista dell'egemonia sul sindacato attraverso un progressivo controllo delle zone e dell'apparato.
Nel novembre del '74 CORTI riprende ad accusare la Segreteria di "moderatismo" ed a diffondere tra i lavoratori della sua zona critiche generiche ed immotivate nei confronti del Segretario Responsabile.
CASTREZZATI, venuto a conoscenza della cosa e preoccupato delle conseguenze negative che tale comportamento irresponsabile del CORTI può provocare, convoca la Segreteria per valutare la situazione.
Di comune accordo viene deciso di chiedere a CORTI di precisare le motivazioni delle sue critiche e di confermare quanto vi sia di vero nelle voci che sono circolate.
CORTI ribadisce le accuse precedentemente formulate, sostenendo in particolare che il Segretario responsabile dirige la FIM in modo centralistico ed autoritario. Mentre CAFFI e FRANCESCHETTI respingono nettamente tali accuse, MAFFETTI e GAFFURINI concordano per molti versi con le affermazioni di Corti, ritenendole perlomeno meritevoli di serie riflessioni.
CASTREZZATI amareggiato dall'imprevisto atteggiamento dei suoi due colleghi, rassegna le dimissioni da Segretario. Il testo della lettera con la quale CASTREZZATI formalizza le dimissioni viene trasmessa alla Segreteria affinché lo notifichi al Consiglio Direttivo.
Ma la Segreteria blocca l'invio ditale lettera al Direttivo e tenta di convincere CASTREZZATI a recedere dalla sua decisione.
Solo dopo ripetute pressioni e sollecitazioni da parte di tutti i membri della Segreteria (e in particolare di CAFFI e FRANCESCHETTI) e di molti militanti e dirigenti che erano
venuti a conoscenza del fatto, CASTREZZATI accetta di rivedere la sua decisione.
Il 14 dicembre CASTREZZATI si dichiara disponibile a non dar seguito alle sue dimissioni, dopo 18 giorni di assenza dall'organizzazione.

Sindacato e compromesso storico al consiglio generale unitario del 24 dicembre '74 nella relazione Gaffurini


Fino a questo momento le divergenze sembrano limitate a questioni personali, ed anche un attento osservatore avrebbe stentato ad individuare le divergenze politiche tra i due schieramenti che all'interno del gruppo dirigente della FIM si erano, di fatto, delineati.
Un più serio motivo di tensione nasce in occasione della riunione del Consiglio Generale Unitario (C.G.U.) della FLM del 17 dicembre 1974.
GAFFURINI era stato incaricato di tenere la relazione introduttiva sulla base di quella svolta precedentemente da BENTIVOGLI al Consiglio Nazionale della FLM. GAFFURINI, invece, si presenta con una relazione che, nella parte relativa all'analisi della situazione politica, non è in sintonia con le linee generali del sindacato.
Questa relazione lascia trasparire, in modo sfumato, ma inequivocabile, un orientamento a favore del compromesso storico; orientamento più che lecito per i singoli militanti del sindacato, ma certamente estraneo alla proposte di BENTIV0GLI e non facente parte della linea della FLM (v. doc. n. 1 a pag. 47).
Ma l'aspetto più grave è costituito dal fatto che GAFFURINI ha modificato la relazione senza consultare i colleghi della Segreteria. Naturalmente la cosa suscita un certo malumore, soprattutto all'interno della FIM. Per porre fine alle polemiche ed anche alle distorte interpretazioni dell'episodio che erano emerse, CASTREZZATI propone al C.G.U. del 24/2/75 un documento che, tra l'altro, chiarisce i rapporti tra strategia sindacale e scelte politiche di competenza dei partiti (v. doc. n. 2 a pag. 50). Il documento viene approvato.
Le tesi ivi sostenute vengono meglio esplicitate nel documento, sempre proposto da CASTREZZATI, approvato il 1-3-75 dal Consiglio Direttivo Provinciale della FIM-CISL, che afferma tra l'altro:
"le formule di governo, anche se possono lasciare intravedere programmi e risultati..., restano prerogativa e responsabilità dei partiti". (v. doc. n. 3 a pag. 52).

La vertenza Lucchini

La riunione del Consiglio Direttivo Provinciale dell'il novembre 1975, presieduta dal Segretario generale nazionale della FIM-CISL FRANCO BENTIVOGLI, costituisce un momento fondamentale e determinante nell'evolversi dei rapporti tra maggioranza e minoranza. Ma per comprendere il vero significato della votazione effettuata in quella riunione, demistificando tutte le false ed interessate interpretazioni che di essa sono state diffuse artatamente, è necessario soffermarsi, sia pur brevemente, sulla vertenza LUCCHINI e sugli episodi che ad essa seguirono.
Nel corso del 1975, i lavoratori della LUCCHINI furono impegnati per molti mesi in una vertenza aziendale difficile e complessa.
Il nodo fondamentale che impediva di risolverla era costituito dalla posizione estremamente rigida del LUCCHINI che si rifiutava di riconoscere il Consiglio di Fabbrica, in quanto alcuni membri di tale organismo avevano dichiarato di essere gli autori di un ciclostilato nel quale si accusava lo stesso LUCCHINI di aver rubato i soldi ai lavoratori per pagare il riscatto del figlio rapito.
Dopo diversi mesi di lotta caratterizzata da scioperi sempre più pesanti, si arrivò al presidio della fabbrica, con la chiusura totale dell'azienda.
Poiché passavano le settimane ed i mesi senza che nulla si muovesse, che cioè facesse intravedere la prospettiva della conclusione della vertenza, la Segreteria della Federazione CGIL-CISL-UIL si riunì con quella della FLM per valutare la situazione.
Le due Segreterie congiuntamente decisero di dare mandato ai Segretari generali della Federazione Unitaria PILLITTERI, TORRI e ALBERTI, di contattare il Prefetto per sondare la possibilità di ricercare un compromesso.
L'ipotesi emersa, dopo l'incontro con il Prefetto, era questa: per tutti i problemi, anche marginali, relativi ai rapporti fra azienda e CdF si sarebbero tenute riunioni presso l'Ufficio del Lavoro. La Direzione si sarebbe sistemata in un locale di tale ufficio ed il CdF in un altro. Un funzionario dell'Ufficio del Lavoro avrebbe fatto da spola tra le due parti.
L'ipotesi fu accettata da tutti, compreso l'operatore della FIM della Valtrompia.
Purtroppo LUCCHINI non fu d'accordo neanche su tale ipotesi.
Successivamente vi fu un incontro di LUCCHINI presso la Prefettura con i Segretari generali SABATTINI e CASTREZZATI. Dell'incontro erano informati gli operatori di zona (quindi anche CORTI) che seguivano direttamente la vertenza; ma non si ebbero tuttavia risultati.
Dopo alcune settimane, gli stessi Segretari generali della FLM presero contatto col prefetto perché sollecitasse un nuovo incontro.
In quella circostanza giunse nel Gabinetto della Prefettura una telefonata del Presidente della Provincia prof. BRUNO BONI, il quale dichiarava la sua disponibilità ad interporre i suoi buoni uffici per trovare una soluzione.
CASTREZZATI e SABATTINI si recarono subito dal Presidente della Provincia col quale si concordò un incontro con LUCCHINI.
Durante tale incontro il prof. B0NI riconobbe che era impossibile pensare ad uno accordo senza il pieno riconoscimento della CdF.
LUCCHINI avrebbe dovuto recedere dalla sua posizione, scartando anche la macchinosa ipotesi degli incontri all'Ufficio Provinciale del Lavoro.
L'adesione della controparte alla proposta di BONI apri la strada alla trattativa sul merito della piattaforma. LUCCHINI poneva però una condizione e cioè che il sindacato, nel corso delle trattative, non pubblicasse né esaltasse come sua vittoria questo importante risultato.
Comunque l'intesa sui Consigli di fabbrica sarebbe divenuta ufficiale, e quindi ampiamente pubblicizzabile, una volta raggiunto l'accordo sulla piattaforma, per la quale non vi furono scambi di vedute o pre-intese riservate.
CASTREZZATI e SABATTINI, per evitare fughe di notizie che avrebbero pregiudicato la conclusione della vertenza (i lavoratori erano senza salario da quasi 8 mesi e in precedenza, in 4 mesi avevano effettuato molte ore di sciopero), parlarono di questa ipotesi soltanto con gli operatori che seguivano direttamente la vertenza (CORTI e DELTRATTI). Essi furono perfettamente consenzienti sull'opportunità del massimo riserbo; richiesero però preventivamente il testo della dichiarazione sui riconoscimento del CdF, testo che era stato consegnato in duplice copia ai soli due Segretari generali a massima garanzia degli impegni di riservatezza. Tale testo fu letto ed approvato dagli operatori della zona.
Si tenga presente, inoltre che i due operatori furono sempre informati su tutti i particolari degli incontri riservati e affermarono sempre di essere consenzienti a tutte le decisioni adottate.

Una fuga di notizie

Pochi giorni prima dei previsto inizio delle trattative vere e proprie presso la sede dell'Amministrazione Provinciale, un fatto incredibile rischia di compromettere il paziente lavoro dei sindacato per sbloccare la vertenza.
Il GIORNALE DI BRESCIA del 17.9.75 pubblica un articolo nel quale si rivela che LUCCHINI è stato costretto dalla resistenza dei lavoratori a riconoscere il Consiglio di Fabbrica (v. doc. n. 4 a pag. 34).
La fuga di notizie su una questione, per la quale esisteva un formale impegno di riserbo, impedisce che si aprano le trattative nei tempi convenuti, con grave danno per i lavoratori della LUCCHINI.
Dal momento che solo quattro sindacalisti, oltre al Presidente della Provincia ed a LUCCHINI, erano informati dell'avvenuto riconoscimento del CdF, diviene necessario - e anche relativamente semplice - accertare chi avesse potuto
fornire le informazioni al GIORNALE DI BRESCIA.
Viene immediatamente interpellato il corrispondente della Valtrompia del GIORNALE DI BRESCIA che indica in ATTILI0 CORTI ed ETTORE CROCELLA (un ex-dipendente della ditta LUCCHINI) coloro i quali hanno passato la velina da cui è stato tratto l'articolo.
CORTI, al contrario, assicura di essersi limitato a fare da "autista" a CROCELLA, di averlo cioè accompagnato in macchina dal giornalista.
CROCELLA svolgeva provvisoriamente la funzione di operatore della FIOM in Valtrompia, in attesa dell'esito del processo che aveva intentato nei confronti della Ditta LUCCHINI, contro il suo illegale licenziamento.
Secondo la versione di CORTI, sarebbe stato CROCELLA a consegnare al corrispondente del GIORNALE DI BRESCIA un appunto, scritto dal CROCELLA stesso, ma sulla base di informazioni fornitegli da CLAUDIO SABATTINI, Segretario generale della FIOM-CGIL.
SABATTINI, non appena informato dell'accusa che gli è stata rivolta, richiede urgentemente un incontro con il corrispondente del GIORNALE DI BRESCIA e con CORTI e CROCELLA.
In questa riunione - tenutasi il 19 settembre - viene concordato il comunicato FLM di smentita all'articolo del 17 settembre.
Quando CASTREZZATI, precedentemente impegnato in una assemblea di fabbrica, raggiunge i colleghi, il comunicato è già pronto e la questione sembra rientrare.
L'importante è non creare nuovi ostacoli ad una positiva soluzione della vertenza LUCCHINI ed il comunicato che è stato steso assolve a questa funzione.
CASTREZZATI e SABATTINI si recano quindi a sottoporre il testo del comunicato al Presidente della Provincia. Il prof. B0NI, dopo averlo letto per telefono a LUCCHINI, comunica ai due sindacalisti che si possono ormai considerare superate le difficoltà intervenute in seguito alla pubblicazione dell'articolo sul riconoscimento del Consiglio di Fabbrica, apparso sul GIORNALE DI BRESCIA del 17 settembre.
Alcune ore più tardi però si verifica un'altro colpo di scena.
CORTI avvicina CASTREZZATI e gli mostra una dichiarazione manoscritta di CROCELLA che ribadisce l'accusa precedentemente formulata contro SABATTINI. CORTI afferma di non aver mai scagionato SABATTINI e si lamenta con CASTREZZATI affermando che gli avrebbe impedito di precisare le responsabilità di SABATTINI nell'incontro in precedenza tenuto per stendere il comunicato stampa. CASTREZZATI, stupefatto, chiede a CORTI di consegnargli una copia della dichiarazione di CROCELLA, ma CORTI non acconsente.
Nel frattempo il GIORNALE DI BRESCIA, al quale era pervenuto il comunicato della FLM che smentiva l'articolo del 17 settembre, minaccia di pubblicare, unitamente al comunicato, una precisazione redazionale con la quale si rivela che le informazioni sul riconoscimento del CdF erano state fornite da CORTI e CROCELLA.
Se ciò fosse avvenuto la pubblicazione del comunicato sarebbe stata puramente accademica e del tutto inutile. Infatti CORTI rappresentava la FLM nella zona della Valtrompia ed era uno dei quattro sindacalisti al corrente della intesa riservata sul riconoscimento del CdF; affermare che lui era la fonte delle informazioni fornite al giornale significava coinvolgere direttamente la FLM e quindi provocare nuovamente l'interruzione delle trattative per la vertenza LUCCHINI.
Dopo un convulso scambio di telefonate tra FLM e giornale, nel tentativo di trovare una via d'uscita alla posizione di stallo venutasi a creare (LUCCHINI pretendeva la pubblicazione del comunicato e il GIORNALE DI BRESCIA non era disposto a pubblicarlo se non precisando la fonte delle informazioni), l'intervento del Segretario dell'Unione Provinciale della CISL riesce finalmente a sbloccare la situazione.
PILLITTERI riesce a convincere i responsabili del GIORNALE DI BRESCIA a tacere il nome di CORTI. Il giornale deve però giustificare la provenienza delle notizie pubblicate, considerato che il comunicato della FLM afferma che "né i Segretari Provinciali della FLM, né il Consiglio di Fabbrica hanno rilasciato dichiarazioni". Tuttavia nella precisazione redazionale verrà citato il nome del solo CROCELLA (v. doc. n. 5 a pag. 55).

La Segreteria trasferisce l'operatore della Valtrompia

Risolti i problemi col Giornale di Brescia e scongiurato il pericolo della rottura delle trattative per la vertenza LUCCHINI, rimangono da chiarire le accuse di CORTI a SABATTINI.
Per dirimere la questione ed accertare come realmente stiano le cose, si rende necessario un altro incontro, che si tiene la mattina del giorno seguente a Villa S. Filippo.
Vi partecipano CASTREZZATI, SABATTINI, DELTRATTI e GROCELLA. ATTILIO CORTI, invece, benché atteso, non arriva. L'incontro si prospetta agitato e complesso, ma all'improvviso, in apertura di riunione, CROCELLA ammette di aver inventato tutto e di aver accusato ingiustamente SABATTINI. Rassegna quindi immediatamente le dimissioni dall'incarico provvisorio che il sindacato gli aveva affidato in Val Trompia.
E' il 20 settembre e la questione pare finalmente chiarita.
Ma due giorni dopo si tiene presso la CISL una riunione per delineare il comportamento da tenere negli sviluppi della trattativa con LUCCHINI. Vi partecipano CASTREZZATI, SABATTINI, DELTRATTI, CORTI, CROCELLA, MAFFETTI e GAFFURINI (quest'ultimo in qualità di responsabile per la FIM della zona ove è ubicata la LUCCHINI).
CASTREZZATI, nell'aprire la riunione, riepiloga il susseguirsi difatti che si sono verificati fino a quel momento. Ovviamente nella sua relazione riferisce anche che CORTI ha accusato SABATTINI di aver fornito a CROCELLA le informazioni sul riconoscimento del CdF della LUCCHINI e che anzi ha continuato ad insistere con questa accusa anche dopo la prima riunione (quella di stesura del comunicato stampa).
CORTI inaspettatamente replica di non essersi mai sognato di accusare SABATTINI e che la famosa dichiarazione di CROCELLA non è mai esistita.
Questo comportamento di CORTI mette CASTREZZATI in condizione di indicibile disagio, suscitando comprensibili reazioni. Ma per fortuna le precedenti affermazioni di CORTI erano state udite anche da DELTRATTI, che aveva altresì
letto la dichiarazione scritta da CROCELLA. DELTRATTI, quindi, interviene e conferma la versione dei fatti data da CASTREZZATI.
La scorrettezza e la gravità del comportamento dell'operatore ATTILI0 CORTI non possono passare senza alcuna conseguenza. CASTREZZATI convoca la Segreteria Provinciale. Benché il comportamento di CORTI meriti un provvedimento più grave, CASTREZZATI chiede il suo trasferimento alla zona di Odolo con la precisa motivazione che tale zona non pone problemi di rapporti tra l'operatore e il Segretario generale. La proposta viene approvata a maggioranza; votano a favore CASTREZZATI, CAFFI e FRANCESCHETTI.
CASTREZZATI, partendo dall'analisi della frattura che si è verificata al momento della votazione, sottolinea come la passata unanimità nelle decisioni (che aveva caratterizzato la Segreteria subito dopo la sua elezione) sia venuta meno e che un solco di sfiducia si è sempre più approfondito tra maggioranza (lui stesso con CAFFI e FRANCESCHETTI) e minoranza (GAFFURINI e MAFFETTI).
Infatti divergenze, più latenti che espresse, si sono verificate sempre più spesso, specialmente su questioni importanti quali la scelta di nuovi operatori (la minoranza, al di là di ogni affermazione di principio sulla partecipazione della base, tentava ad ogni costo di far assumere operatori ad essa fedelissimi, al fine di rafforzare il suo controllo sull'apparato).
La situazione - conclude CASTREZZATI - non può continuare così all'infinito. Propone quindi di convocare il Consiglio Direttivo per discutere delle difficoltà interne della Segreteria, ferma restando la immediata esecutività della decisione assunta sul trasferimento di CORTI, come di qualsiasi altra determinazione presa a maggioranza.

Il direttivo del 17 novembre 1975

Alcuni giorni più tardi si verifica un altro fatto gravissimo. La Segreteria Provinciale riceve due documenti, uno dei delegati della zona di Lumezzane e l'altro proveniente dalla Val Trompia (v. doc. n. 6 a pag. 55). I due documenti, uguali per forma e contenuto (evidentemente sollecitati da qualcuno) criticano la Segreteria per la decisione di trasferire CORTI, accusandola di "gestione verticistica e burocratica del sindacato", di " eliminare i momenti democratici intermedi di partecipazione" e di funzionare "in termini clientelari tipici di cricche correntizie ".
I documenti sono stati approvati da assemblee unitarie di delegati convocate rispettivamente a Lumezzane e a Gardone V.T. (la seconda è pressoché fallita per la scarsissima partecipazione). Alle due assemblee aveva partecipato GAFFURINI. Successivamente si viene a sapere che lo stesso GAFFURINI ha personalmente sollecitato le adesioni al documento che accusa la Segreteria Provinciale della FIM, benché egli sia membro della Segreteria stessa.
Appena conosciuti i fatti, CASTREZZATI riunisce la Segreteria e dopo aver affermato che la situazione creatasi è gravissima e intollerabile, comunica formalmente che al Direttivo, già convocato per discutere delle difficoltà interne della Segreteria, egli svolgerà una relazione a titolo personale e non a nome della Segreteria. I suoi colleghi di Segreteria saranno pertanto liberi di controrelazionare, di intervenire, di presentare mozioni, di fare tutto ciò che preferiscono.
Il Consiglio Direttivo Provinciale si riunisce il 17 novembre 1975, al Centro Pastorale Paolo VI. La riunione è presieduta dal Segretario generale nazionale dalla FIM-CISL FRANCO BENTIVOGLI. CASTREZZATI, nella relazione introduttiva riferisce analiticamente i fatti precedentemente accaduti. Si sviluppa un ampio e vivace dibattito che dura dal mattino fino a mezzanotte e nel quale intervengono quasi tutti i membri del Direttivo. A conclusione della discussione, CASTREZZATI presenta una mozione di sfiducia nei confronti del Segretario GAFFURINI (v. doc. n. 8 a pag. 57).
Il risultato della votazione, per appello nominale, è il seguente:
- presenti: 65
- favorevoli: 48
- contrari: 15
- astenuti: 2
Hanno votato SI all'o.d.g. Castrezzati: CAFFI GIANFRANCO, FRANCESCHETTI ALFREDO, BOLPAGNI PIETRO, FRANCESCHETTI DANTE, BONERA CARLO, PASINI ULTIMO, GREGORELLI MARIO, GOZZA P. FRANCO (Falck), MORA PIETRO, COMINASSI MARCO (Beretta), MOSTARDA FRANCESCO (Redaelli), ROSA LUIGI (Idra), MINELLI GIANNI (TLM), RIGOSA ATTILI0 (SMI), ZANOLA LUIGI (Breda), MALZANI PIETRO (Marzoli), BETTINSOLI ALFREDO (Zenit), DI SOTTO BENEDETTO (TLM), ARMANELLI G. PAOLO (Marzoli), T0NINI GIULIO (Glisenti), BONETTI ATTILIO, MESA MARIO (G.S.),BONIZZARDI ENNIO (Falk), GALLI MARIO (Gnutti di Chiari), LOMBARDI ANNIBALE (Santoni), PRATI RINALDO (Stefana F.lli), LOMBARDI MARCO (INN-SE), GATELLI GIANNI (INNSE), MOSSONl ITALO (Beretta), PASOLINI CESARE (ATB), MARTINELLI BATTISTA (ATB), G0NZINI GIOVANNI (INN-SE),
ALBERTINI ADELIO (Falk), PASOLINI FAUSTO (INN-SE), FAINI MARIO (Fenotti & Comini), ANTONIOLI ENRICO (Vallecamonica), RONCHI ALDO (Valtrompia), ZILETTI GIUSEPPE (Bassa Bresciana), TOMASELLI CLAUDIO (Desenzano), MARINELLI ALFONSO (Ideal), VERTUA BRUNO (Samo), SIMONELLI BRUNO (ATB), AMBROSINI ANGELO (Pietra), AGNELLI AUGUSTO (INN-SE), CASTRINI ALBERTO (Franchi Luigi), FUMAGALLI ROSA (Lanfranchi), SANDRINI GIUSEPPE (Beretta), MORSTABILINI FRANCO (Marzoli).
Hanno votato NO: CORTI ATTILI0, GHEZA FRANCO, GHIDINI MARINO, BRIVIO G.BATTISTA, SERRA COSTANTINO, MAFFETTI FRANCESCO (OM), LANDI GIOVANNI (OM), BONAFINI M.TERESA (OM), MINESSI SANTO (OM), TEMPONI OSVALDO (OM), SENECI FRANCO (Eredi Gnutti), BOTTICINI CATERINA (Palazzoli), MORETTI GIULIO (Lumezzane), AMADEI DANIELE (Palazzolo), TAGLIETTI ALIBERTO (OM).
Si sono astenuti: CASTREZZATI FRANCO, GAFFURINI LUIGI.
Erano assenti: BIANCHI FRANCESCO (Teorema), MONTEVERDE ANTONIO (Eredi Gnutti Brescia), VIOLI GIACOMO (Acciaierie Pisogne), PARILLI GIORGIO (Eaton Nova), PELIZZARI VALERIANO (Falk), SCARPAZZA ROMEO (Breda).

Nel corso della riunione, ATTILI0 CORTI aveva consegnato alla Segreteria una lettera del 13 novembre, contenente le sue dimissioni da operatore (v. doc. n. 7 a pag. 57). Sempre nel corso del dibattito, MAFFETTI, aveva annunciato le proprie dimissioni, qualora fosse stata votata la sfiducia a GAFFURINI.
La sua lettera di dimissioni, scritta pochi giorni dopo (v. doc. n. 9 a pag. 58) viene diffusa ai primi di gennaio unitamente alla replica della Segreteria (v. doc. n. 11 a pag. 60). In dicembre si era dimesso da operatore anche MARINO GHIDINI (v. doc. n. 10 a pag. 59).

Le prime polemiche

La votazione del Direttivo del 17 novembre e le susseguenti dimissioni di MAFFETTI comportano l'esclusione della minoranza interna dalla Segreteria Provinciale della FIM-CISL bresciana. Ma questi fatti non concludono la polemica. Nel corso di tutto il '76 e nei primi mesi del '77, fino alla celebrazione del IX Congresso Provinciale, la minoranza manifesta più volte il suo dissenso nei confronti della Segreteria e critica ripetutamente, all'interno e all'esterno del sindacato, la strategia e la linea politica della FIM, arrivando ad accusare pesantemente (come si avrà occasione di vedere) alcuni dirigenti sindacali.
Dopo una prima fase in cui prevalgono le polemiche e le diverse interpretazioni sul significato politico e sui risultati della riunione del Direttivo del 17 novembre, il dissenso interno si sposta sul piano più strettamente politico, sul modo di concepire l'unità sindacale e l'autonomia.
All'inizio del '76 FRANCO CASTREZZATI propone, nel corso di una riunione del Direttivo, di aprire un vasto dibattito politico all'interno della FIM, anche per evitare che le divergenze emerse si trasformino e si riducano a sterili contrapposizioni personalistiche. Nell'ambito di tale dibattito interno, la Segreteria organizza una tavola rotonda per discutere il documento della Conferenza Episcopale Italiana sul rapporto tra marxismo e cristianesimo. A questo dibattito, che si tiene il 21 febbraio, partecipano come relatori Mons. TULLO G0FFI, il Sindaco di Brescia CESARE TREBESCHI e il dirigente sindacale BRUNO MANGHI.
I componenti del gruppo OM ed i loro amici, però, disertano completamente questa occasione di confronto, affermando anzi che, per la sua impostazione, l'iniziativa si configura come "antiunitaria".
Circa un mese dopo, il Consiglio di Fabbrica della OM-FIAT approva un documento, di cui il "gruppo OM" vanta ed ostenta la paternità, che possiamo considerare come la prima presa di posizione pubblica e sufficientemente organica, contenente la specificazione della linea politica della minoranza della FIM (v. doc. n. 13 a pag. 64).
Nel documento è esposta una concezione del sindacato come subalterno alle esigenze dell'evoluzione del quadro politico, mentre il significato dell'unità sindacale è reinterpretato come momento preparatorio e funzionale a "quel processo di coinvolgimento e convergenza delle grandi forze storiche popolari intorno alla definizione del nuovo progetto storico di società da realizzare" (cioè al compromesso storico).

La vicenda della OM

Le polemiche più aspre ed i contrasti più vivaci tra la minoranza della FIM e la Segreteria Provinciale si verificano alla OM-FIAT e a Lumezzane.
Nel marzo del '76, prima del rinnovo dell'Esecutivo del Consiglio di Fabbrica della OM, il Segretario provinciale CAFFI propone a MARIA TERESA BONAFINI e ALIBERTO TAGLIETTI (facenti parte del CdF della OM) di indire una riunione dei militanti della FIM della OM per definire i nominativi da proporre per l'Esecutivo.
Tale richiesta si inserisce nell'abituale procedura di consultazione della base che la Segreteria della FIM adotta prima di indicare ad una commissione unitaria le proposte di candidati all'Esecutivo del CdF ed è resa tanto più opportuna per rispondere con i fatti alle reiterate accuse di verticismo e scavalcamento della base che il gruppo OM rivolge in quel periodo alla Segreteria provinciale.
La stupefacente risposta di B0NAFINI e di TAGLIETTI è che il rapporto con la base lo mantengono già loro e che
comunque la proposta di un incontro tra Segreteria ed esponenti FIM della OM va respinta perché antiunitaria.
La Segreteria viene quindi accusata di essere verticista se decide senza consultare i suoi militanti e di essere antiunitaria se li convoca.
Di fronte a questa situazione incresciosa ed insostenibile la Segreteria Provinciale risponde comunicando ai membri del Direttivo FIM della OM la sua astensione da ogni attività sindacale della OM stessa fino a quando non sarà risolta l'intera questione (v. doc. n. 12 a pag. 63).
Il 4 maggio si riunisce il Consiglio Generale Unitario della FLM. Viene discusso ed approvato il documento costitutivo dalla FLM. Tra i punti affrontati vi sono anche le modalità di elezione degli esecutivi dei Consigli di Fabbrica. Il documento votato conferma la necessità di garantire la presenza nell'esecutivo di tutte le componenti della FLM (cioè la FIM, la FIOM e la UILM) e pertanto fa proprio il meccanismo elettorale delineato alla Conferenza Unitaria di Bellaria, che consiste in una "proposta politica" da parte di una commissione unitaria in seno al CdF da votarsi in modo palese.
Risoltasi in questo modo la questione, la Segreteria Provinciale della FIM considera superate le motivazioni che l'avevano indotta ad astenersi dalle attività sindacali della OM e incarica VALENTINO RODOLFO di seguire la situazione sindacale della OM-FIAT (vedi doc. n. 16 a pag. 80).
VALENTINO, quarantacinque anni, proveniente dalla FIM di Terni, con lunga e consolidata esperienza sindacale nel coordinamento di grossi complessi industriali, si trova a Brescia da pochi mesi e quindi non è per nulla implicato nelle aspre polemiche tra il gruppo OM e la Segreteria Provinciale. Nonostante tutto ciò, VALENTINO è accolto con ostilità e freddezza dai componenti del gruppo OM e pregiudizialmente emarginato.
Sono passati appena pochi giorni da quando VALENTINO è stato incaricato dalla Segreteria FIM di seguire la OM, che nasce il caso Valseriati.
Il 25 giugno, la OM-FIAT licenzia il delegato sindacale PIERINO VALSERIATI, accusato di "aver colpito un'analista
-tempi, intento al suo lavoro, provocandogli una escoriazione". La strumentalità e falsità delle accuse, nonché la gravità dell'attacco al sindacato costituita dal licenziamento di un delegato, trovano pronta risposta dei lavoratori, che scendono in lotta per ottenere la riassunzione del VALSERIATI.
Ma la vertenza si presenta difficile per l'ostinata resistenza dell'azienda.
Ai primi di luglio, il Consiglio di Fabbrica chiede la mediazione del Sindaco di Brescia. Il 7 e 8 luglio si svolgono in Loggia, con la mediazione dell'avv. Trebeschi, incontri tra le parti, dai quali emerge una ipotesi di accordo, anche se non ancora definita in tutti i particolari.
Ma un articolo di Bresciaoggi del 9 luglio, dal titolo "con la mediazione del Comune - OM: rientra il delegato" (vedi doc. n. 18 a pag. 80) rende noti gli incontri riservati dei giorni precedenti e le divergenze che ancora sussistono tra le parti.
GAFFURINI, FASANI, CREMONESI e LAMBERTI ritengono che la fuga di notizie sulla trattativa, da loro attribuita ad un delegato della FIOM, rischi di compromettere l'esito della vertenza. La loro reazione è immediata: il giorno stesso si dimettono dall'Esecutivo del Consiglio di Fabbrica (v. doc. n. 19 a pag. 81).
Il 15 luglio, conclusasi positivamente la vertenza Valseriati, LANDI, GAFFURINI, la B0NAFINI e altri inviano alle Segreterie provinciali e nazionali della CISL e della FIM una lettera che accusa la Segreteria provinciale della FIM e particolarmente CASTREZZATI di essersi comportati in modo "quanto meno assenteista" durante la vertenza Valseriati (v. doc. n. 20 a pag. 82).
Nella lettera gli amici di LANDI attaccano pesantemente VALENTINO, affermando polemicamente di "dubitare profondamente delle capacità del suddetto dirigente".
Particolare apparentemente marginale, ma significativo: i firmatari della lettera, riferendosi alle dimissioni di CREMONESI, FASANI, GAFFURINI, e LAMBERTI dall'Esecutivo del CdF, affermano di condividere "la motivazione di fondo tendente a far chiarezza di linee e comportamenti all'interno del CdF e nei rapporti con la Segreteria Provinciale FIM".
In realtà, gli stessi dimissionari, nella loro lettera
del 6 luglio, precisavano di essersi dimessi in seguito agli sviluppi della vertenza Valseriati al fine di provocare un chiarimento all'interno dell'Esecutivo del CdF" (v. doc. n. 19 a pag. 81).
Questa tendenza a distorcere la realtà e perfino i dati di fatto inequivocabilmente documentabili pur di sostenere le proprie tesi si manifesterà sempre più accentuata fino al Congresso.
La volontà di mettere sotto accusa polemicamente i dirigenti della FIM anche a costo di falsare la realtà si rivela chiaramente solo quattro giorni dopo queste accuse alla Segreteria, quando un'altra lettera viene inviata da un gruppo di lavoratori della OM (di cui fanno parte alcuni firmatari della prima lettera) alla redazione de LA VOCE DEL POPOLO (v. doc. n. 21 a pag. 83). Si noti che da questo momento (luglio '76, il gruppo OM comincerà ad utilizzare frequentemente il settimanale diocesano per fomentare la polemica. E ciò nonostante avesse in precedenza affermato attraverso due qualificati esponenti (GAFFURINI e GHEZA, responsabili della stampa) (v. doc. n. 33 a pag. 103) di ritenere inopportuno che la FIM utilizzasse lo spazio sindacale de LA VOCE, per l'ospitalità da questa concessa al MCL e alle organizzazioni padronali.
La lettera aperta alla CISL dei lavoratori della OM, pubblicata nel numero del 23 luglio de LA VOCE DEL POPOLO, contiene gravissime accuse frammiste ad ingiustificate calunnie nei confronti di un giovane operatore sindacale, MARTINO TRONCATTI, noto negli ambienti politici bresciani per aver ricoperto, prima di lavorare per il sindacato, la carica di Segretario provinciale di Gioventù Aclista.
TRONCATTI viene accusato di "settarismo" ,di "faziosità", nonché di essere un gruppettaro, un qualunquista, un burocrate e un "immodesto raccomandato sindacale".
Il pretesto dal quale muovono le accuse contenute nella lettera è costituito da una frase che TRONCATTI avrebbe pronunciato alla presenza di Costantino Serra operatore della FIM a Lumezzane, commentando la vicenda del licenziamento di VALSERIATI e della conseguente vertenza per la sua riassunzione.
Dagli insulti a TR0NCATTI la lettera passa agevolmente ad attaccare la linea della FIM bresciana e la gestione della Segreteria, accusata di verticismo, nepotismo e clientelismo.
La Segreteria della FIM, che già aveva risposto alle accuse contenute nella lettera del 15 luglio, mostrandone le falsità e l'intrinseca strumentalità (v. doc. n. 22 del 23 luglio, a pag. 84), replica unitariamente alla Segreteria dell'Unione Provinciale della CISL, respingendo le critiche alla gestione del sindacato (v. doc. n. 23 del 27 luglio, a pag. 86).
Lo stesso TRONCATTI replica con una lunga lettera e, oltre a smentire decisamente il fatto attribuitogli e le accuse a lui rivolte, mostra come le critiche e gli insulti contenuti nella lettera aperta, al di là dell'intento polemico, derivino da una differente visione del ruolo del sindacato e dalla volontà dei firmatari di attaccare alcuni valori fondamentali per la CISL: l'autonomia e il pluralismo, rigettandoli (v. doc. n. 24 a pag. 87).
Sullo stesso numero de LA VOCE DEL POPOLO (il n. 32 del 27 agosto) che pubblica la lettera di TRONCATTI, viene riportata anche una replica di SERRA, la quale è interessante perché conferma i legami tra l'operatore di Lumezzane e il gruppo OM (vedi doc. n. 25 a pag. 89). Questo fatto aiuta a spiegare il comportamento ostruzionistico di SERRA nei confronti della Segreteria Provinciale durante tutta la complessa vicenda di Lumezzane.

La vicenda di Lumezzane

Nel periodo immediatamente successivo a queste polemiche tra il gruppo OM e la Segreteria della FIM una nuova e più aspra contesa si apre con i dirigenti della FIM di Lumezzane.
Il 4 ottobre la Segreteria Provinciale della FIM convoca i propri componenti dell'Esecutivo del Consiglio di Zona della FLM di Lumezzane per esaminare la situazione sindacale della zona.
Prima dell'estate, infatti, due dei quattro componenti FIM dell'Esecutivo si erano dimessi in polemica con gli operatori sindacali, sostenendo che l'Esecutivo era "scollegato"
dalle elaborazioni del Consiglio di Zona e non "in regola" con la linea della FLM (v. doc. n. 15 a pag. 79 e 17 a pag. 80). Inoltre si erano manifestate, a giudizio della Segreteria FIM, notevoli difficoltà a coordinare l'attività sindacale di Lumezzane ed a mantenere un corretto rapporto tra gli organi provinciali e la realtà zonale.
Infine all'interno della FIM di Lumezzane non si erano ancora rimarginate le lacerazioni provocate dal caso CORTI dell'anno precedente e dal documento contro la Segreteria provinciale votato dall'assemblea dei delegati. In quella sede la Segreteria propone di destinare a Lumezzane un secondo operatore sindacale da aggiungere a COSTATINO SERRA. Tale proposta ha il duplice scopo di facilitare l'azione di coordinamento delle attività sindacali (sono in corso vertenze aziendali ed altre si prevedono di prossima apertura) e consentire nel contempo un ampio confronto di opinioni tra i militanti ed i lavoratori della FIM, garantito dalla presenza di due operatori, uno della maggioranza e l'altro della minoranza.
La proposta del secondo operatore era stata avanzata per la prima volta del Segretario generale nazionale della FIM, FRANCO BENTIVOGLI, nel corso di una riunione di apparato, tenutasi in settembre.
Anche SABATTINI, Segretario della FIOM, inizialmente perplesso, aveva acconsentito alla proposta, ritenendola una questione interna alla FIM. I delegati di Lumezzane presenti alla riunione, pur polemizzando con alcune affermazioni di CAFFI e FRANCESCHETTI, esprimono la loro disponibilità a collaborare per stabilire un nuovo e più corretto rapporto tra Segreteria e zona di Lumezzane.
Ma quattro giorni dopo, 18 lavoratori della FIM di Lumezzane autodefinitisi "gruppo dirigente FIM di Lumezzane" (privo di qualsivoglia fondamento statutario) con una lunga lettera respingono nettamente le proposte avanzate dalla Segreteria Provinciale della FIM. Si afferma testualmente:
"La proposta della Segreteria del secondo operatore non crediamo possa realizzare gli intenti sopra espressi. Tale scelta non può trovare neanche una minima collaborazione da parte del gruppo di Lumezzane" (v. doc. n. 35 a pag. 106).
Di fronte a questo netto rifiuto la Segreteria FIM, constatata l'impossibilità di addivenire a soluzioni concordi,
ritiene di doversi assumere la responsabilità di decidere. L'undici ottobre invia MARTINO TRONCATTI a Lumezzane (v. doc. n. 37 a pag. 108). Il giorno seguente replica ai delegati di Lumezzane motivando le decisioni assunte (v. doc. n. 38 a pag. 108).
Il 14 ottobre il gruppo di Lumezzane chiama in causa il Segretario dell'Unione Provinciale della CISL, MELINO PILLITTERI, chiedendogli una presa di posizione contro l'invio del secondo operatore; accusa la Segreteria FIM di autoritarismo e verticismo e afferma che la scelta del secondo operatore "rappresenta una notevole difficoltà nello sviluppo dei rapporti unitari" senza peraltro minimamente motivare tale fantasiosa affermazione (v. doc. n. 39 a pag. 109).
Ma ancora più aspra è la risposta dello stesso gruppo di delegati alla Segreteria della FIM. Quest'ultima è accusata di "esercizio selvaggio della autorità" e di attuare una "gestione autoritaria e verticista". La lettera si conclude con la dichiarazione che "a tali condizioni non ci sarà possibile collaborare in alcun modo con l'operatore di controllo". (v. doc. n. 40 a pag. 110).
Quest'ultima affermazione viene immediatamente tradotta in atto. SERRA non rispetta l'impegno di far partecipare TRONCATTI "a tutte le iniziative sindacali e organizzative di fabbrica e di zona". TRONCATTI viene completamente isolato. Il "gruppo" di Lumezzane giunge persino ad organizzare un picchetto di lavoratori per impedirgli di partecipare ad un'assemblea di fabbrica. Contro TRONCATTI vengono diffuse ad arte accuse e calunnie di ogni genere, prive di qualsiasi fondamento. La situazione diventa insostenibile. La Segreteria Provinciale convoca gli operatori TRONCATTI e SERRA. Alla riunione, che si tiene il 29 novembre, partecipa anche il Segretario nazionale della FIM, ALBERTO GAVIOLI. Verificata l'impossibilità di superare le reciproche diffidenze ed ostilità e quindi la incompatibilità politica venutasi a creare tra i due operatori, per non aggravare ulteriormente le lacerazioni interne alla FIM di Lumezzane, la Segreteria decide di trasferirli entrambi e di inviare al loro posto un nuovo operatore estraneo ai contrasti che si erano verificati.
La notizia del trasferimento di SERRA si diffonde rapidamente. Il 2 dicembre viene convocata una assemblea
dei delegati della FLM che vota un documento che invita la Segreteria FIM a rivedere la decisione del trasferimento di SERRA (v. doc. n. 43 a pag. 112).
Tale documento viene diffuso a tutti i Consigli di Fabbrica della zona da un gruppo di delegati di Lumezzane. La lettera di accompagnamento rincara la dose nelle accuse di verticismo alla Segreteria FIM, imputata di "operare con la ghigliottina anziché col confronto" (v. doc. n. 42 a pag. 111). La situazione rischia di aggravarsi ancora di più. A livello di FLM si decide di convocare il Consiglio di Zona per consentire un chiarimento delle reciproche posizioni e porre le basi per una rinnovata collaborazione tra tutte le componenti della FLM di Lumezzane. Alla riunione, che ha luogo il 9 dicembre, partecipano anche i Segretari generali della FIM, della FIOM e della UILM CASTREZZATI, SABÀTTINI e IMBERTI con il nuovo operatore designato GIANNI VEZZONI.
Per protestare contro il trasferimento di SERRA un gruppo di delegati della FIM abbandona i lavori del Consiglio di Zona, rifiutandosi di ascoltare la relazione di CASTREZZATI. Ma ormai si tratta di una protesta sterile e inutile. Lo stesso SERRA, pur manifestando numerose riserve si attiene alle decisioni della Segreteria ed accetta il trasferimento (v. doc. n. 44 a pag. 113).

Verso il congresso

Nella riunione del Direttivo Provinciale della FIM del 25 febbraio 1977, è annunciata ufficialmente, con un documento, la costituzione della minoranza denominata "Per un sindacato democratico, autonomo, unitario" (v. doc. n. 48 a pag. 122).
Nel documento viene ribadita la necessità di accelerare il processo verso l'unità sindacale, mentre la FIM e la FLM sono criticate per "non aver favorito questo processo". Anzi, si afferma: "Non possiamo quindi accettare la subalternità della FIM ad una gestione della CISL bresciana basata sulle amicizie e pigra nello stimolare la ricerca e la formazione di quadri dirigenti".
Vengono riaffermati i concetti di democrazia di base e di partecipazione democratica, mentre si denunciano "i limiti di una concezione dell'autonomia che è fine a se stessa e che racchiude quindi un certo agnosticismo politico".
La minoranza dichiara di essere costretta a costituirsi come tale, in quanto la gestione della FIM si sarebbe dimostrata "settaria e incapace di rispondere alla domanda dei lavoratori".
Il documento accusa inoltre i dirigenti della FIM di collusione col padronato. In relazione all'esito della vertenza Lucchini si afferma che si sarebbe verificato "il sacrificio di una parte della FIM sull'altare di un colosso industriale e finanziario".
In risposta a questa accusa gravissima, ingiustificata e priva di qualsiasi fondamento, CASTREZZATI invia una lettera sdegnata, con la quale richiede formalmente di depennare l'intera frase (v. doc. n. 52 a pag. 129).
Ma la richiesta viene respinta (v. doc. n. 53 a pag. 130 e n. 54 a pag. 131).
Il 25 febbraio alcuni delegati della OM diffondono una lettera aperta a MACARIO, LAMA e BENVENUTO con la quale ribadiscono il valore democratico del voto segreto per l'elezione delle cariche sindacali a tutti i livelli (v. doc. n. 49 a pag.125).
Il 28 febbraio COSTANTINO SERRA, a nome della minoranza, scrive a MACARIO e BENTIVOGLI chiedendo una serie di garanzie, quali la costituzione di una commissione paritetica per l'organizzazione del Congresso e la possibilità di partecipare a tutte le assemblee precongressuali (cioè anche laddove non vi sono militanti o iscritti della minoranza) (v. doc. n. 50 a pag. 127).
BENTIVOGLI e MACARIO rispondono assicurando che tutti i diritti delle minoranze previsti dallo statuto saranno rigorosamente rispettati, ma che evidentemente gli esponenti della minoranza non possono pretendere l'accoglimento di richieste in contrasto con lo statuto stesso (v. doc. n. 55 a pag. 131).

Il numero di aprile de IL CITTADINO, organo della DC bresciana, pubblica una lettera di BENTIVOGLI del 7 febbraio, con la quale il Segretario generale nazionale della FIM-CISL replica alle accuse contenute nella mozione congressuale della corrente democristiana "sinistra unita" (v. doc. n. 46 a pag. 118). Unitamente alla lettera di BENTIVOGLI viene pubblicata una lunga risposta di MARIO FAPPANI (che al Congresso Provinciale della DC aveva presentato il documento di "sinistra unita") nella quale sono riconfermate le critiche alla FIM nazionale, accusata di collateralismo con i partiti di sinistra e di aver "organizzato il sostegno elettorale" a Democrazia Proletaria (v. doc. n. 59 a pag. 141). La risposta di FAPPANI contiene però anche gravi accuse di antidemocraticità rivolte alla FIM bresciana. Un operatore della maggioranza è accusato di aver stracciato una lista elettorale di un precongresso aziendale per impedire l'elezione di un delegato della minoranza.
CASTREZZATI, pochi giorni prima del congresso, risponde smentendo le accuse (v. doc. n. 60 a pag. 143). Alla sua lettera allega due dichiarazioni (v. doc. n. 61 e 62 a pag. 144), una delle quali scritta e firmata dallo stesso delegato della minoranza, che negano inequivocabilmente che la lista elettorale della minoranza sia stata stracciata. E la prova più evidente è costituita dal fatto che il candidato di minoranza è stato eletto al Congresso proprio in quella lista che secondo FAPPANI sarebbe stata stracciata.
Nel numero di giugno de IL CITTADINO a Congresso ormai celebrato, verrà pubblicata la lettera di CASTREZZATI, ma verranno censurate le sue dichiarazioni. FAPPANI, così, replicherà confermando le sue insostenibili accuse (v. doc. n. 63 a pag. 145).
Sempre nel mese di aprile LA VOCE DEL POPOLO, che fino a quel momento si era limitata ad ospitare gli articoli della minoranza e alcune lettere contro la FIM e la FLM, entra direttamente nella polemica con l'articolo "Cosa succede alla FIM?", scritto da VINCENZO BONOMI, in modo estremamente critico nei confronti della FIM e della FLM (doc. n. 57 a pag. 135).
Distorcendo le vicende della vertenza OLS BONOMI accusa la FLM di "contrastare una tendenza ad una autogestione diretta, attraverso gli organismi di base". La minoranza FIM viene apertamente elogiata. Si sprecano le critiche e le accuse alla FIM e alla FLM.
CASTREZZATI risponde analiticamente alle critiche di BONOMI (v. doc. n. 58 a pag. 136). Un gruppo di militanti della FIM replica al documento della minoranza (v. doc. n. 64 a pag. 146). Si tratta degli ultimi atti, prima del Congresso, di una lunga polemica. La parola decisiva spetterà ai delegati dei lavoratori democraticamente eletti al Congresso.

La linea della minoranza

La linea della minoranza è chiaramente esposta nell'articolo "Bilancio dell'unità con gli organismi di base", scritto dai delegati FIM MARIA TERESA B0NAFINI, LUIGI LAMBERTI, GIOVANNI LANDI, FRANCESCO MAFFETTI, ANTONIO PELIZZARI e dal sig. GERVASIO PAGANI (quest'ultimo è un esponente democristiano che nulla ha a che vedere con la FIM, non essendo né lavoratore metalmeccanico né sindacalista) e pubblicato nel numero di agosto-settembre 1976 de I CONSIGLI (v. doc. n. 31 a pag. 99).
Dal giudizio che gli autori formulano sul significato e sulle conseguenze dei risultati elettorali del 20 giugno, emerge chiaramente la loro collocazione politica e partitica. Gli articolisti si dichiarano apertamente a favore del confronto e dell'incontro tra le diverse componenti del movimento popolare (comunisti, socialisti e cattolici), mentre rifiutano nettamente l'alternativa di sinistra ipotizzata dal PSI e da Democrazia Proletaria.
Individuano all'interno della DC una contrapposizione tra l'anima popolare (impersonata secondo loro da Zaccagnini) e quella conservatrice ed integralista (definita "anima moderata") ed esprimono l'esigenza di rafforzare la prima componente, per evitare che debba "soccombere ai disegni integralisti ".
Come tale, questa posizione politica è rispettabilissima, ed anzi non è certamente tra le meno avanzate all'interno della DC.
Ciò che non convince è l'intenzione della minoranza, espressa esplicitamente, di trasferire meccanicamente nella vita delle organizzazioni sindacali l'impegno politico-partitico
per raggiungere gli obiettivi sopraindicati, subordinando ad essi l'azione del sindacato.
Essi, infatti, individuano nel movimento sindacale il terreno più adatto nel quale è possibile fin da ora far marciare questo tipo di ipotesi politica e affermano che "l'unità sindacale diventa allora campo importante di verifica per l'elaborazione culturale e esperienza significativa per i processi di collaborazione tra le forze storiche, per la costruzione di una nuova società".
Ciò significa che l'unità sindacale non è concepita come superamento delle divisioni tra i lavoratori per rafforzare la loro forza contrattuale e la possibilità di ottenere migliori condizioni di lavoro, ma è vista come terreno di sperimentazione di disegni politici che altrove non è ancora possibile attuare per la mancanza di condizioni favorevoli.
Non quindi l'unità sindacale funzionale agli interessi dei lavoratori, ma una unità sindacale strumentale rispetto alla realizzazione di alcuni obiettivi connessi al mutamento del quadro politico.
Contro questa logica si esprime nettamente un gruppo di delegati di Brescia nell'articolo "La crisi del sindacato nel rapporto con i lavoratori", pubblicato nel numero di dicembre de I CONSIGLI (v. doc. n. 45 a pag. 114).
Essi ribadiscono che va rifiutata un'unità sindacale voluta o imposta come conseguenza di una più accentuata collaborazione tra i partiti democratici, in quanto presuppone che i lavoratori si organizzino nel sindacato in base alle ideologie o alle rispettive appartenenze politiche.
L'unità sindacale è certamente unità tra componenti diverse (la CGIL, la CISL e la UIL), ma intesa come sintesi di esperienze sindacali concrete e valorizzazione del patrimonio storico acquisito con le lotte dei lavoratori e non certamente come mediazione tra correnti partitiche o come sincretismo di differenti ideologie.

Un'altra conseguenza discende direttamente dall'impostazione politica della minoranza della FIM. Affinché l'unità sindacale possa effettivamente costituire un' anticipazione di quella unità tra le grandi forze storiche (comunisti, socialisti e cattolici) a livello politico, è necessario che tra le componenti sindacali (la CGIL, la CISL e la UIL) ed i partiti vi sia in qualche modo una affinità di posizioni ed una omogeneità di orientamenti tale che l'esperienza di una data organizzazione sindacale possa rappresentare un riferimento trainante per un dato partito e viceversa (naturalmente si sottintende che le "affinità" sussistono rispettivamente tra CGIL e PCI, tra UIL e PSI, tra CISL e DC).
In questo modo si annulla nei fatti il concetto di autonomia del sindacato dai partiti politici, che costituisce uno dei più significativi risultati raggiunti nel lungo e travagliato processo verso l'unità sindacale e l'imprescindibile condizione per orientare l'attività del sindacato esclusivamente sulla base delle reali esigenze dei lavoratori e non secondo gli interessi contingenti dei partiti.
La minoranza FIM, invece, sostiene che "occorre riconoscere che l'azione del sindacato è sterile senza una corretta impostazione delle alleanze nel quadro politico che peraltro contribuisce a modificare" (v. sempre doc. n. 31). Tale condizionamento dell'attività sindacale in funzione "delle alleanze nel quadro politico" si renderebbe secondo costoro necessario considerando il fallimento delle altre due alternative possibili, da una parte il pansindacalismo e dall'altra "una certa interpretazione della autonomia che, quando non è stata usata pregiudizialmente a favore delle incertezze nello stesso processo di unità sindacale poiché ne parlava in astratto, ha significato a volte agnosticismo rispetto al dibattito all'interno e tra le forze politiche, oppure ha rappresentato un anello portante dell'impalcatura teorica che intendeva coprire l'equilibrio politico esistente o usare l'azione sindacale a sostegno della creazione della 'nuova sinistra'".
Evidentemente si rifiuta il concetto di autonomia, sempre che per autonomia si intenda la capacità da parte del sindacato di prendere le sue decisioni indipendentemente da ogni condizionamento dei partiti.
Ma c'è un'altra conseguenza negativa che discende da questa impostazione. Infatti il considerare le componenti sindacali (la FIM, la FIOM e la UIL) come espressioni di differenti ideologie partitiche porta ad identificare la FIM e la CISL col filone "cattolico-democratico". Molto sovente gli esponenti della maggioranza, parlando dei militanti della CISL
usano il termine di "cattolici-democratici". Ma, se si può convenire col fato che, storicamente, i metalmeccanici cattolici hanno militato quasi esclusivamente nella FIM, non è lecito, ed anzi è in contrasto con i suoi indirizzi di fondo e le sue norme statutarie, considerare la FIM come il "sindacato cattolico". L'art. 3 dello statuto della FIM-CISL di Brescia afferma infatti: "Tutti i lavoratori metallurgici possono essere organizzati nella FIM, indipendentemente dalle loro concezioni politiche o religiose, purché accettino integralmente il presente statuto e le direttive stabilite dai Congressi e dagli altri organi competenti".
Va notato che laddove la minoranza critica la concezione dell'autonomia e dell'unità sindacale sostenuta dalla FIM bresciana, non si oppone ad un aspetto contingente o limitato nel tempo della linea politica dell'organizzazione, ma alle caratteristiche qualificanti che la FIM-CISL ha assunto a Brescia fin dal 1958, data di elezione della prima Segreteria Castrezzati. Risale infatti al 1958 (ed è la prima esperienza in Italia), quell'impegno della FIM-CISL bresciana per realizzare l'unità d'azione tra i lavoratori che ha positivamente qualificato, non solo a Brescia ma anche a livello nazionale, i metalmeccanici bresciani quali protagonisti dell'unità d'azione prima e del processo per l'unità sindacale poi.
Durante tutti questi anni, e particolarmente in occasione del VII e VIII congresso provinciale, l'impegno per l'unità sindacale e l'autonomia trovano perfettamente consenzienti, almeno a parole, alcuni esponenti dell'attuale minoranza.
Solo a partire dal 1975, quando da un lato la minoranza si trova esclusa dalla segreteria della FIM e dall'altro i suoi esponenti rivestono un ruolo più importante nella DC, assumendo anche cariche di responsabilità, verranno ribaltate le affermazioni per anni sostenute e cominceranno a piovere le critiche e i capziosi "distinguo" alla scelta dell'autonomia.
Frequenti si fanno i richiami al pericolo che l'autonomia si trasformi in "agnosticismo" rispetto al quadro politico e cominciano le insinuazioni secondo le quali i democristiani vengono emarginati dalla FIM.

L'aspetto della linea della minoranza che è appena stato esaminato (cioè la subordinazione delle scelte sindacali equilibri del quadro politico) è certamente quello più significativo, che aiuta a comprendere le ragioni ultime del comportamento del gruppo OM, destinato ad assumere un grosso ruolo nella sostituzione dei GIP (Gruppi di impegno politico della Democrazia Cristiana) dei quali, anzi, il Landi diverrà responsabile provinciale. Va però rilevato che in molteplici occasioni questa posizione politica è stata abilmente celata (e talvolta addirittura omessa) all'interno di un discorso critico nei confronti della gestione della FIM, basato sulla apparente riaffermazione della democrazia di base.
Ad esempio, l'articolo di Fasani, Cremonesi e Lamberti, pubblicato da LA VOCE DEL POPOLO del 10 settembre 1976, si pronuncia formalmente contro il centralismo e la gestione burocratica del sindacato, per riaffermare a parole il protagonismo dei lavoratori, la lotta all'organizzazione capitalistica del lavoro e l'unità sindacale costruite dal basso (vedi doc. n. 28 a pag. 93). Valori tutti e quanti costruiti e sostenuti sempre con rigore e coerenza dalla maggioranza FIM.
In sostanza con tutte le critiche che sempre più in crescendo vengono espresse - in modo ufficiale, ma soprattutto ufficioso e tra i corridoi - alla linea della FIM-CISL, gli esponenti della minoranza hanno cercato di raccogliere consensi alle loro posizioni usando strumentalmente i valori della partecipazione e della democrazia di base.
Tale utilizzo strumentale appare subito chiaro se lo si coordina con il discorso della minoranza nel suo complesso, la quale sostiene che l'attività del sindacato deve essere funzionale al raggiungimento di obiettivi connessi con gli equilibri di quadro politico. Per cui evidentemente la partecipazione dei lavoratori alle scelte del sindacato può avvenire solo nella misura in cui ciò non contrasta con tali vincoli.
Si tratta di fatto di una partecipazione più apparente che reale. Cioè una difesa della partecipazione e del protagonismo dei lavoratori a parole, che poi nei fatti viene svuotata.
Per chiarire ulteriormente lo stretto legame, ideologico ma anche organizzativo, che unisce i sindacalisti della minoranza della FIM con il partito democristiano, si confronti il documento n. 29 (un articolo di MARIA TERESA BONAFINI e di GAFFURINI su LA VOCE DEL POPOLO del 17 settembre
1976, vedi pag. 96) con il documento n. 47 (documento della Giunta esecutiva della DC sull'unità sindacale del 9 febbraio 1977, vedi pag. 120).
Le lettere minuscole riportate tra parentesi quadra in margine ai due documenti facilitano il confronto dei passi attinenti lo stesso argomento. Come si vede per ben sei volte il secondo documento (quello della DC) ha copiato letteralmente dal primo, salvo qualche variazione di minima entità.
A titolo di curiosità si può segnalare che l'unica differenza politica riscontrabile nei sei passi a cui si fa riferimento riguarda il periodo contrassegnato dalla lettera (d) a margine dei due documenti; nell'articolo di B0NAFINI e GAFFURINI si parla di "alleanza" tra le forze cattoliche, socialiste e comuniste mentre, nel documento della DC, l'alleanza si trasforma (prudentemente) in "confronto".
Un esempio questo, ricavato dall'analisi comparata dei due documenti, così evidente ed incontestabile che può essere assunto come emblema significativo di una serie nutritissima di precisi legami tra minoranza FIM e DC. Legami che tolgono, ove vi fosse ancora, ogni possibile e residua illusione circa la sincerità o meno di tante, quanto estemporanee affermazioni degli esponenti della minoranza stessa, a partire dalla volontà tanto proclamata a parole di garantire 1autonomia del sindacato dai partiti politici.

Accuse inconsistenti

Occorre inoltre tener presente che, al di là delle posizioni espresse nei documenti ufficiali, la minoranza ha cercato di minare il vasto consenso di cui gode la maggioranza della FIM tra i lavoratori usando argomenti ed accuse palesemente falsi e spesso tra loro contradditori.
Così, ad esempio, è stato sostenuto che col direttivo del 17 novembre 1975 sono stati estromessi dalla Segreteria e dall'apparato della FIM ed emarginati coloro che si opponevano alla linea della maggioranza.
Ma evidentemente, per chi è a conoscenza dei fatti, l'accusa non regge. Infatti solo LUIGI GAFFURINI è Stato revocato dalla Segreteria, ma in seguito ad una contestazione
ben precisa, relativa al suo gravissimo comportamento. Come si è visto, benché membro della Segreteria della FIM, GAFFURINI aveva sollecitato firme di adesione ad un documento che si opponeva alle decisioni della Segreteria stessa. Si è trattato dunque di una palese violazione dell'art. 6 dello statuto della FIM che stabilisce che ogni iscritto ha il dovere di "osservare e realizzare disciplinatamente le decisioni regolarmente adottate dagli organi" e dall'art. 14 che afferma che "le decisioni assunte regolarmente a maggioranza impegnano tutta l'organizzazione".
Tutti gli altri componenti la minoranza ed in particolare MAFFETTI, CORTI e GHIDINI si sono dimessi per loro esclusiva scelta personale.
La minoranza ha pure tentato di contrabbandare il voto di sfiducia a GAFFURINI come un voto contro i lavoratori democristiani.
Ma anche qui non esiste alcun elemento che possa avallare l'accusa. Nella FIM vi sono infatti iscritti e militanti democristiani sia nelle file della maggioranza sia in quelle della minoranza.
Ma, soprattutto, è importante tener presente che la FIM-CISL bresciana non ha mai chiesto a nessun iscritto o militante le sue scelte politiche o religiose. I metalmeccanici che hanno ritenuto di aderire alla CISL lo hanno fatto in piena libertà, senza dover mostrare alcuna tessera; le adesioni dovevano e devono essere esclusivamente la conseguenza del consenso alla linea politico-sindacale ed ai modi di gestirla.
Tuttavia l'accusa all'attuale maggioranza di essere contro i lavoratori democristiani è circolata, creando confusione e smarrimento nelle zone più sprovvedute e periferiche dell'organizzazione. Altrove, specialmente a Lumezzane, la FIM-CISL è stata accusata di estromettere i quadri della "nuova sinistra", in quanto tra le file della minoranza vi erano alcuni militanti e simpatizzanti del PDUP (e questa accusa è stata ripresa anche dal quotidiano Il Manifesto, v. doc. n. 32 a pag. 102).
In molteplici occasioni la FIM-CISL, e talvolta tutta la FLM, sono state accusate dalla minoranza FIM di verticismo, antidemocraticità ed autoritarismo.
Si è volutamente ignorato il fatto che le decisioni sono
sempre state assunte dagli organismi statutariamente preposti, nel più rigoroso rispetto di tutte le norme democratiche, sia nella forma che nella sostanza. E infatti, al di là delle accuse generiche, la minoranza non è mai stata in grado di indicare un solo caso in cui si possa imputare alla FIM o alla FLM di aver violato le regole democratiche. La minoranza non è mai stata in grado di indicare un solo caso in cui una deliberazione regolarmente adottata nell'ambito delle rispettive competenze dai Direttivi Provinciali, dai Consigli Generali Unitari, dai Consigli di fabbrica e di zona sia stata disattesa dalla Segreteria della FIM o della FLM.
Va notato che gli ordinamenti statutari della FIM e della CISL, in vigore nelle loro linee essenziali da circa trenta anni, sono altamente democratici ed hanno consentito l'alternarsi di maggioranze e minoranze, come ricordano MACARIO e BENTIVOGLI nella lettera del 17 marzo '77 (v. doc. n. 55 a pag. 131). La stessa maggioranza che portò all'elezione della prima Segreteria CASTREZZATI nel 1958 divenne tale, sostituendo la precedente maggioranza, nel più rigoroso rispetto delle regole democratiche e statutarie.
Le accuse di antidemocraticità rivolte alla FIM-CISL risultano dunque completamente prive di ogni fondamento.
La minoranza ha criticato e screditato il Direttivo Provinciale della FIM quando questo ha revocato la fiducia a GAFFURINI, benché nessuno dei suoi componenti, né alcun iscritto o militante ne avesse contestato la legittimità democratica al momento in cui esso venne eletto a conclusione dell'VIII Congresso Provinciale. Tanto meno esso era stato contestato quando (alla fine del '73) aveva eletto la Segreteria di cui facevano parte anche GAFFURINI e MAFFETTI.
Le accuse e le critiche di questo genere sono state molteplici, addirittura copiose. Ma non meritano ulteriore risposta.
Abbiamo riportato tutti i documenti che possono aiutare a comprendere fino in fondo l'obiettivo svolgersi dei fatti, per consentire a chiunque di valutare e giudicare autonomamente i comportamenti e le responsabilità delle parti in causa, al di là delle mistificazioni propagandistiche. Ed i fatti sono più eloquenti di qualsiasi disquisizione.

tratto da :

Autonomia, democrazia, pluralismo nel sindacato: la FIM-CISL bresciana negli anni settanta (a cura della FIM-CISL bresciana), Edizioni Impegno sindacale, Brescia 1978, pag. 11-43. (Nelle versioni .pdf e .doc di questo testo è mantenuta la numerazione originale delle pagine per eventuali citazioni).

 

 

 

 

 

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