San Lorenzo in Lucina a Roma

 

 

 

La basilica sorge sul luogo del martirio del santo, morto durante le persecuzioni di Valeriano nel 258 d.C. La zona era anticamente occupata dal Campo Marzio settentrionale, un'area pianeggiante di origine alluvionale, fra il Tevere e il Pincio, dove l’imperatore Augusto vi aveva fatto erigere il proprio Mausoleo, nel 29 a.C. e l’ARA PACIS AUGUSTAE, nel 9 a.C., come esaltazione alla propria gloria dinastica e per la pace ottenuta; anche Adriano, imperatore tra il 119 e il 138 d.C., vi fece fare lavori. Qui sorgeva un vero e proprio quartiere, con un’insula, di cui oggi, visitando la parte sotterranea della Basilica attuale, si possono vedere i resti. Questa zona è visitabile solamente l’ultimo sabato del mese. La basilica, costruita per volere di Sisto III [432-40], venne restaurata durante il pontificato di Pasquale II nel 1281-87 ed in seguito nel 1606, quando la chiesa venne affidata ai Chierici Regolari Minori.
Il restauro del 1600 fu opera di Cosimo Fanzago, mentre nel 1858 l'architetto Busiri Vici aggiungerà all'interno due cappelle ed eliminerà le decorazioni barocche. I sotterranei della basilica conservano testimonianze architettoniche risalenti al II secolo. La facciata è a capanna, con timpano triangolare e grande oculo centrale, preceduta da un portico architravato. A fianco il campanile romanico a cinque ordini. L'interno è diviso in tre navate.
La prima cappella a destra è dedicata a San Lorenzo e dalla metà dell'Ottocento è in concessione alla famiglia Lovatti.  Nella seconda cappella a destra, disegnata da Carlo Rainaldi, dipinti di Jan Miel. Nella terza il monumento di Nicolas Poussin, eseguito dal Chateaubriand [1829-30]. Nella quarta, la Cappella Fonseca disegnata da Gian Lorenzo Bernini, l'Annunciazione di Ludovico Gimignani e il busto di Fonseca scolpito dallo stesso Bernini.

L'altare maggiore è opera di Carlo Rainaldi. Dietro è collocato il famoso crocifisso di Guido Reni, mentre il coro è decorato con Vergine e santi di Placido Costanzi. La pala di Guido Reni (1575-1642) fu donata dalla marchesa Cristina Duglioli Angelelli di Bologna, morta nel 1669, come disposto dal suo testamento. 

Lungo la navata sinistra nella quinta cappella 'Morte di S. Giacinta Marescotti' di Marco Benefial, 'Vestizione e tentazione di S. Francesco', e affreschi della volta di Simon Vouet [1624]. Nella quarta 'San Giuseppe' di Alessandro Turchi, nella seconda 'San Carlo Borromeo' di Carlo Saraceni. Nella prima il battistero è opera di Giuseppe Sardi [1721].

 

 

Situata in una zona centralissima della città, non lontano da Montecitorio, San Lorenzo in Lucina fu fondata nell'anno 440 da papa Sisto III, per essere poi ricostruita sotto Pasquale II fino al completamento nel 1130.

Verso la metà del XVII secolo l'interno fu completamente trasformato da Cosimo Fanzago, che trasformò la chiesa in un aula a navata unica e ridusse le navate laterali a cappelle gentilizie (notevole la "Cappella di San Giuseppe" concessa "in perpetuo" alla famiglia degli Ottoboni Duchi di Fiano e distrutta nel 1943 dal Carlo Cremonesi per farne il suo sepolcro). Un ulteriore restauro del XIX secolo eliminò le decorazioni in stile barocco lasciando in opera solo il pulpito.

Nella chiesa sono sepolti il pittore francese Nicolas Poussin (in una tomba fatta costruire nel XIX secolo da Chateaubriand, allora ambasciatore a Roma), il compositore settecentesco cecoslovacco Josef Myslivecek amico di Mozart e che in vita fu detto "il divino boemo" e il compositore bresciano Luca Marenzio (1554-1599).

 

 

Sotto la Chiesa l'area archeologica che permette di ricostruire le fasi edificatorie e le vicissitudini storiche della stessa. Accanto alla Sagrestia, si trova un corridoio, antistante la sala parrocchiale, detta Laurentina, che dà l'accesso ai sotterranei, portati alla luce da lavori di scavo. Le tracce concrete che si possono vedere proprio in corrispondenza della navata centrale e della sua parte meridiana sono in primo luogo un vano pavimentato a mosaico bianco e nero con disegni geometrici, tipici del II secolo d.C., mentre il muro perimetrale dell'abside poggia su di un rettilineo, di epoca precedente, affrescato con elementi vegetali e spartizione della parete con larghe fasce. 
Dagli scavi, si è appurato che proprio sotto la Basilica si trovava un'insula, un po' paragonabile ai nostri condomini moderni, costruita agli inizi del III secolo, "che taglia le strutture precedenti con una maglia di pilastri cruciformi, che interessano tutta la sezione centrale della Chiesa, dal filo della soglia originaria della Chiesa del V secolo fino al zona della cripta sotto l'abside, coinvolgendo sia il pavimento che la parete affrescata. È proprio il filo della soglia della Chiesa primitiva a dare la percezione della sovrapposizione dell'edificio sacro su quello che evidentemente avrà avuto una normale edificazione civile, residenziale e commerciale".
Una di queste residenze era di proprietà di una certa Lucina, che aveva fornito ospitalità alle prime comunità cristiane per le loro riunioni,e nell'abitazione stessa si sarebbe tenuta, probabilmente, all'incirca nel 366 d.C., l'elezione di Papa Damaso,che aveva come segretario niente meno che S. Girolamo, Padre della Chiesa. In seguito, il luogo fu adibito o trasformato in chiesa. Della prima basilica abbiamo notizia nel Liber Pontificalis, riguardo alla vita di Sisto III, papa da 432 al 440 dove si legge che egli fece anche una basilica dedicata a San Lorenzo, con la concessione dell'imperatore Valentiniano II, basilica di cui abbiamo pochissime notizie. Di essa, si possono vedere: le tre soglie, poggianti sui resti dell'insula, ai quali si sovrappone la facciata odierna, che mantiene una sola delle tre porte originarie; le strutture corrispondenti alle tre navate originarie e al rialzamento del pavimento della basilica nel XVI secolo; il muro di fondazione della navata centrale in mattoni e tufelli.
E' stato portato alla luce anche un reperto molto importante:un Battistero situato al medesimo livello della prima basilica, sotto la Sala dei Canonici (attuale Museo Parrocchiale): costituito da un fonte con vasca annessa, le cui funzioni non sono del tutto chiarite (battesimo dei bambini o riserva d'acqua). Esso è databile al V sec. d.C. e fu demolito tra il 1441 -1451, per costruire la Cappella di S. Giovanni Battista, oggi Sala dei Canonici.

 

 

Papa Benedetto II, dal 684-685, intraprese dei lavori di restauro e donò dei paramenti alla Chiesa di San Lorenzo "qui appellatur lucinae" (ovvero: "che si chiama di Lucina"), dal quale si evince che era già nota questa nomea. Seguirono in vari secoli, molti interventi sull' edificio e donazioni da parte dei papi. Dai documenti storici vengono annotate anche due inondazioni della Chiesa, dovute allo straripamento del Tevere nella metà del IX secolo. Nel portico antistante la chiesa una lapide indica il livello raggiunto dalla piena.

Nel 1084 la chiesa subì saccheggi da parte dei Normanni guidati da Roberto il Guiscardo, a seguito dei quali furono eseguiti ampi lavori di ristrutturazione nel secolo successivo. Nel 1103 l'antipapa Anacleto II dedica la Chiesa il 25 maggio e depone le reliquie di Alessandro e altri martiri nell'altare maggiore. Nel 1112 il papa Pasquale II depone numerose reliquie della Chiesa: la graticola, che proveniva da un vecchio altare della Chiesa, viene portata presso l'altare maggiore; le reliquie di San Ponziano e i suoi compagni martiri dell'Acquatraversa e molte altre.

Sulla cattedra Papale, che oggi è nascosta da una porta del coro dietro l'altare maggiore, c'è un'iscrizione dell'antipapa Anacleto II, che afferma che papa Pasquale II aveva fatto levare la graticola da un vecchio altare, con due ampolle di sangue e che il vescovo Leone Ostiense aveva ricollocato il tutto sotto questo nuovo altare e questa è la più importante testimonianza della ristrutturazione medievale della Chiesa.
Quando nel 1606 venne data in custodia all'Ordine dei Chierici Regolari Minori di San Francesco Caracciolo, la basilica, da paleocristiana, si trasformò in barocca: furono rialzate le mura e il tetto della navata centrale; le cappelle laterali furono allestite gradualmente e furono tutte completate nel 1779. Nel 1800, sempre a causa della persistente umidità, venne condotto un nuovo restauro durato il quale fu completamente rifatto il soffitto e furono costruite due nuove Cappelle ai lati del presbiterio. Dopo il 1870, con l'Unità d'Italia, la Chiesa passò al Fondo per il Culto e dal 1906 è gestita dal clero secolare della diocesi di Roma.
Tra il 1918-1919, il cardinale Gasparri curò un ennesimo restauro di tutte le superfici, mentre nel 1927 la Soprintendenza ai Monumenti riportò il portico al suo aspetto originario.
Dato il persistere del problema dell'umidità, negli anni 1982-87 sono stati fatti degli scavi e dei restauri dei sotterranei da parte della soprintendenza archeologica di Roma che hanno permesso un "miglioramento della circolazione dell'aria e un notevole beneficio per tutto l'edificio".

 

L'ingresso della Chiesa oggi è costituito da un portico con sei colonne di granito con capitelli e basi, sormontato da un'architrave realizzata da un enorme colonna scanalata antica, di reimpiego, mentre il coronamento con frontone triangolare e modanature è più alto perché corrisponde al rialzamento dei muri della navata centrale effettuato nel 1643. In questo portico di ingresso sono state collocate varie iscrizioni e rilievi ritrovati a più riprese nell'area di scavo, tra il 1927-28.
Il campanile è sulla destra della facciata, in stile romanico, databile al XII secolo ed attribuito a maestranze romane.

 

Nella visita della chiesa si possono seguire tre itinerari.


- Itinerario Cristologico, seguendo principalmente tre momenti fondamentali della Vita terrena di Gesù, rappresentati dal Battesimo (prima cappella a sinistra, quella del Battistero),che segna l'inizio della Sua vita pubblica; la Crocifissione, momento crucciale, rappresentato principalmente dalla presenza sull'altare dell'opera di Guido Reni (1575-1642), "Il Crocifisso", dipinto tra il 1637 e il 1640; abbiamo anche la Cappella del Crocifisso, che conserva un imponente crocifisso ligneo del sedicesimo secolo; cappella in cui vi è il monumento funerario in onore di Umberto II, ultimo re d'Italia, ricordato come il "re di maggio"; l'Ascensione di Cristo, dipinto al centro del soffitto a cassettoni, dove Cristo risorto è tra i Santi Lorenzo, Damaso, Lucina è di Francesco Caracciolo, opera del 1857.

- Itinerario Mariano. Molti i riferimenti alla Vergine in questa Basilica, che è impossibile descrivere tutti. Sulla volta si hanno scene che raccontano fatti della vita di Maria attribuite a Simon Vouet (1590 -1649), che raffigurano la sua Nascita (episodio tra l'altro non descritto nei Vangeli Canonici, ma solo negli Apocrifi), l' Annunciazione, la Presentazione al Tempio, l'Assunzione. Abbiamo una Annunciazione, di Ludovico Gimignani, allievo del Reni, copia dipinta nel 1664 sull'originale di Guido Reni conservato nella cappella omonima al Quirinale. Sicuramente l'immagine più in vista è quella presente nella Cappella dell'Immacolata, che risale al XIX sec. e che si ritiene eseguito nella circostanza della proclamazione del dogma dell'Immacolata Concezione da parte di papa Pio IX. L'autore si è ispirato alla visione descritta nel libro dell'Apocalisse 12,1 "Nel cielo apparve un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi". Nella quarta cappella sul lato destro è quella dell'Annunziata, che ha sculture eseguite da Gian Lorenzo Bernini per incarico di Gabriele Fonseca, un'illustre medico che al tempo era proprietario della cappella stessa. Un dipinto curioso della Vergine lo si può osservare al di sopra della cappella di San Francesco d'Assisi e Santa Giacinta Marescotti, intitolato Madonna delle Grazie, attribuito a Girolamo Siciolante da Sermoneta (1521 1575), eseguito con una tecnica piuttosto rara, olio su ardesia. Sul capo della Vergine risplende una corona di stelle, notiamo il volto dolce e sorridente di Maria che ha le braccia sollevate e le tre dita allargate, curiosa iconografia 

- Itinerario laurentino, cioè relativo a San Lorenzo martire, il titolare della Chiesa. San Lorenzo fu il primo dei sette diaconi di Roma, che secondo la tradizione subì il martirio durante la persecuzione dell'imperatore Valeriano, che nel 258 d.C. aveva ordinato l'uccisione di vescovi, preti e diaconi cristiani con relativa confisca dei loro beni. Il 10 agosto San Lorenzo è martirizzato e padri della Chiesa come Sant'Agostino, Sant'Ambrogio e San Prudenzio ci hanno tramandato che subì il supplizio della graticola. La Tradizione vuole che questo strumento sia presente nella Basilica: sotto l'altare della cappella Lovatti è visibile l'urna contenente la reliquia della graticola, mentre il reliquiario con le catene di San Lorenzo è conservato nel Museo parrocchiale. Il culto di San Lorenzo martire si diffuse subito a Roma, tant’è che egli  fu il primo fra i martiri ad avere un culto all'interno della città, nella chiesa di San Lorenzo in Damaso, edificata ai tempi di papa Damaso (366 –384). In epoca Medioevale esistevano più di 30 chiese, a Roma, dedicate a San Lorenzo, e ancor oggi ce ne sono otto: oltre a San Lorenzo in Lucina, S. Lorenzo fuori le mura al Verano, dove è seppellito, S. Lorenzo in Damaso, dove ha svolto il servizio di diacono, S. Lorenzo de' Speziali in Miranda, dove è stato condannato a morte, S. Lorenzo in Fonte, dove fu imprigionato, S. Lorenzo in Panisperna, dove fu martirizzato, S. Lorenzo in Palatio e S. Lorenzo in Piscibus. Una nona chiesa, S. Lorenzo ai Monti, di epoca medioevale, fu demolita nel 1933 durante la realizzazione di via Fori Imperiali (si trovava alle pendici del Campidoglio, sul Clivus Argentarium, vicino a via Macel de' Corvi). Sant'Ambrogio ricorda San Lorenzo come il martire della carità, perché vendette tutti i tesori della Chiesa e distribuì il ricavato ai poveri, piuttosto che farli confiscare dalle autorità romane. Nella tradizione popolare, le stelle cadenti del 10 agosto, festa del Santo, sono ritenute le scintille della graticola su cui San Lorenzo fu martirizzato.  

Il 18 luglio 1910 si celebrò il funerale del padre di mons. Domenico Tardini, che sarà cardinale dal 1958 e Segretario di Stato di Giovanni XXIII. Così lo ricorda Tardini nel suo diario: "La Chiesa di S. Lorenzo in Lucina era discretamente popolata: in enorme maggioranza eran seminaristi e amici miei. La musica fu eseguita dai migliori cantori di Roma: li avevo chiamati io, avevo stabilito io il programma. L'accompagnamento funebre fu fatto da un certo numero di cappuccini e con una qualche solennità..."

Il 18 marzo 1928 nella chiesa si celebrò la consacrazione episcopale di mons. Pietro Ciriaci, che sarà cardinale dal 1953 e titolare di S. Lorenzo in Lucina dal 1964 alla morte. Mons. Ciriaci fu consacrato vescovo dal card. Pietro Gasparri, Segretario di Stato vaticano, concelebranti mons. Carlo Cremonesi e mons. Agostino Zampini.

 

La cappella Lovatti

La prima cappella a destra fu concessa alla famiglia Lovatti sotto il pontificato di Pio IX alla metà del XIX secolo. Nel secolo XVII era stata posta sotto la protezione della famiglia Monatana. L'originaria decorazione seicentesca della cappella, opera di Tommaso Salini (1575-1625), Giovanni Baglione (1573-1643), e Giovanni Battista Speranza (1600-1640), purtroppo non si è conservata. Nella cappella sono collocate le tombe di Clemente (1779-1860), Matteo (1769-1849) ed Edmondo (1845-1855) Lovatti e quella del card. Pietro Ciriaci. La pala dell'altare della cappella Lovatti è di Sigismondo Rosa (mediocre allievo di Carlo Maratta e di Tommaso Chiari), dipinta nel 1716, e raffigura Lucina mentre presenta la pianta della chiesa a San Lorenzo. Sotto la pala è posta un'urna che contiene la graticola sulla quale, secondo la tradizione, fu martirizzato Lorenzo. Sulla parete sinistra della cappella, il dipinto di Giuseppe Creti (XIX sec.) raffigura San Lorenzo che presenta i poveri a Daciano, Prefetto dell'Urbe nel 258, con un esplicito richiamo alla tradizione, secondo la quale Daciano concesse tre giorni a Lorenzo: se avesse consegnato i tesori della chiesa romana, avrebbe avuto salva la vita. Il 10 agosto Lorenzo si presentò al Prefetto seguito da un corteo di poveri e disse: «Ecco questi sono i nostri tesori: sono tesori eterni, non vengono mai meno, anzi crescono.» Nella parete destra il martirio di San Lorenzo è rappresentato in un dipinto, sempre di Giuseppe Creti.

Pietro Ciriaci (1885-1966), titolare come cardinale presbitero della chiesa dal 1964 al 1966, divenne cardinale nel 1953. Laureato in filosofia, teologia e diritto, sacerdote nel 1909, vescovo dal 1928, insegnò filosofia al Collegio di Propaganda Fide e al S. Apollinare e poi fu nunzio in Cecoslovacchia e Portogallo. Il 20 marzo 1954 fu nominato Prefetto della Sacra Congregazione del Concilio. Partecipò ai conclavi del 1958 e del 1963 e al Concilio Vaticano II, durante il quale fu presidente della commissione sulla disciplina del clero e redattore del decreto conciliare Presbyterorum Ordinis. Prima del Concilio, il 5 giugno 1960, fu nominato da Giovanni XXIII presidente della Commissione preparatoria del Concilio per la Disciplina del Clero e del popolo cristiano, che aveva competenza sulla ripartizione del clero, sulla questione dell'inamovibilità dei parroci, la santità della vita sacerdotale, i precetti ecclesiastici, l'istruzione dei fedeli e il catechismo, i benefici ecclesiastici, il patrimonio storico e artistico delle chiese, le confraternite, la previdenza sociale del clero, le donazioni e l'ordinazione di ministri convertiti.  Mons. Domenico Tardini lo ricorda nel suo diario quando era nunzio a Lisbona. Il 13 settembre 1934 scrive: " Ragionatore inesauribile e brillante, costruisce tutta una fantasmagoria di castelli, che sono armonici, attraenti, verosimili... ma sono castelli in aria. Di ciò Ciriaci non si avvede: egli fila imperterrito verso l'applicazione pratica di quel che il ragionamento gli ha così luminosamente suggerito e, quindi, sbaglia apprezzamenti, rovescia situazioni, scopre inesistenti amicizie o inimicizie, si preoccupa, si angustia, si agita. E siccome il suo temperamento e la sua tremenda nostalgia di cui soffre, per quanto voglia nasconderla, lo portano verso il pessimismo, egli non è mai tranquillo, mai in pace, ma sempre sul piede di guerra, sempre irrequieto, sempre ansioso, come chi vede quasi dappertutto trame e insidie. Mettete dunque insieme intelligenza, vivacità, cocciutaggine, nostalgia, pessimismo, irrequietezza ed otterrete un Ciriaci , al quale nella realtà della vita dovrà mancare senz'altro l'equilibrio. [...] Nei miei confronti Ciriaci è anche questa volta, come sempre, cordiale, caloroso, espansivo."

 

la crocifissione di Guido Reni, pala dell'altare maggiore

 

La tomba di Nicolas Poussin e i “Pastori d’Arcadia”

All'interno della basilica si trovano alcuni monumenti funebri di varie epoche molto interessanti tra  cui, sul pilastro dalla seconda e la terza cappella a destra, si trova il monumento a Nicolas Poussin (1594 –1665). Non si conosce il motivo per cui il pittore francese venne sepolto proprio in questa Chiesa. Un’altra curiosità è che venne eretta una lapide, sul suo sepolcro, nel 1823-30, commissionata da Renè de Chateaubriand (1768-1848), scrittore francese, quando era ministro di Francia a Roma.

La struttura marmorea è dovuta all’architetto Louis Vaudoyer e consta di una sorta di ‘edicola’ molto semplice, di colore bianco, in cui il busto centrale di Poussin è entro un archetto e poggia su una base, al di sotto della quale è stato inserita una lastra marmorea di colore diverso (avorio) con una dedica di Chateaubriand a Poussin e un rilievo che riproduce il quadro del pittore, del 1640,  Les bergers d'Arcadie, “I Pastori di Arcadia”, che nel libretto della Chiesa viene definito il “ritrovamento della tomba di Saffo”.

Si legge chiaramente la scritta “ET IN ARCADIA EGO” . Il rilievo riproduce, si è detto, un quadro di Poussin, artista attivo a Roma dal 1624 al 1640 e dal 1642 fino al 1665 (data della sua morte). Raffigura tre pastori e una pastora che sono intenti a leggere l’iscrizione presente su una tomba antica, che dice, appunto “Et in Arcadia ego”; lo sfondo è un cupo monte e l’opera pittorica oggi è conservata presso il Museo del Louvre di Parigi. Negli anni ’70 si è appurata una curiosa coincidenza, ovvero che la tomba, uguale per dimensioni e forma e anche per il contesto paesaggistico, esiste realmente, presso il villaggio francese di Arques, nell’Aude. Uno dei colli che si notano, in lontananza, è quello di Rennes le Chateau, legato ai ben noti misteri che hanno per protagonista l’abate Sauniere.

Un’altra curiosità è che Poussin restò influenzato da un dipinto di Giovan Francesco Barbieri, detto il Guercino che nel 1620 aveva dipinto una scena simile. Ora,la cosa che più appare interessante è che l’opera di Guercino  è conservata presso il Palazzo Corsini, che nel XV sec.fu eretto dal cardinale Domenico Riario e che, nel ‘600, divenne la residenza della regina Cristina di Svezia, la quale vi fondò un’Accademia letteraria destinata a diventare (cinquant'anni dopo la morte del Guercino e dopo la morte della regina, avvenuta nel 1689), l’accademia Arcadia. Passato poi ai conti Corsini, venne ricostruito in forme sontuose e passò allo Stato Italiano, che ne ha fatto una Galleria Nazionale d’Arte Antica ed è anche sede dell’Accademia Nazionale dei Lincei.

Pare che Nicola Poussin facesse parte dell’Accademia Arcadia, una sorta di Circolo Esoterico, e quindi cosa ci hanno voluto dire, lui e Guercino, con questi dipinti?

E perché lo scrittore Renè de Chateaubriand sentì – due secoli dopo la scomparsa di Poussin - di dover apporre una lastra dedicatoria scegliendo proprio quel tema, tra i molti quadri che l’artista realizzò?  

"Trattieni le pie lacrime, vive in (questa) tomba Poussin

che sembrava non dovesse morir mai.

Eppure egli ora tace; ma se vuoi sentirlo parlare

nei suoi quadri egli è vivo e (da essi) parla"  

Sappiamo che Chateaubriand  prestò servizio presso la corte di Napoleone, notoriamente filomassonico e che venne a  Roma  prima come diplomatico al servizio del cardinale Fesch, ambasciatore a Roma di Napoleone, e poi lui stesso come ambasciatore della Francia della Restaurazione. Frequentò i pontefici Pio VII, Pio VIII, Leone XI; tra gli artisti celebrò la memoria di Poussin e ammirò i capolavori di Canova, oltre a conoscere due pittori, allora alle prime armi, come Ingres e Corot. Questo collegamento  tra Poussin e Chateaubriand potrebbe essere solo un atto di ammirazione verso il pittore seicentesco, che Renè avrebbe voluto ricordare apponendo una lastra dedicatoria sulla di lui tomba, ma da ulteriori ricerche potrebbero emergere nuovi ed interessanti elementi.    

(N. B. le informazioni su San Lorenzo sono state tratte da vari siti internet, dall'opuscolo di Maria Elena Bertoldi e riassunte. Tranne quelle sulla cappella Lovatti non sono dovute a ricerche specifiche)

 

 

palazzo Fiano (piazza San Lorenzo in Lucina n. 2-5, angolo via del Corso, n. 405-418)

 

Il palazzo Fiano prende il nome da Marco Ottoboni (Venezia 1656 - Roma 1725), nipote di Papa Alessandro VIII, che il 18 aprile 1690 fu nominato dal Pontefice  duca di Fiano Romano. Il duca acquistò il palazzo dalla famiglia Ludovisi.
Il primo nucleo del palazzo era stato costruito nel XIII secolo dal cardinale inglese Ugone Atratus di Evesham (cardinale titolare della basilica dal 1281, morto nel 1287) sulle rovine del palazzo detto di Domiziano. Il palazzo divenne così la residenza dei cardinali titolari della basilica di San Lorenzo. Nel secondo decennio del Quattrocento il palazzo fu ampliato e ristrutturato dal card. Jean de la Roche Taislée, detto Rotomagense, attivo nelle sue funzioni in S. Lorenzo in Lucina dal 1426 e il 1437. Nel 1624 il palazzo fu venduto a  Michele Peretti principe di Venafro (1577-1631) per 36 mila scudi. La famiglia Peretti compì diversi lavori di sistemazione e parziale ampliamento del palazzo. L'abate Paolo Savelli Peretti vendette l'edificio a Costanza Ludovisi Pamphilj, moglie di Nicolò Ludovisi principe di Piombino nella seconda metà del Seicento. 

Il 4 aprile 1723 il Duca Marco Ottoboni acquistò per sé e per i propri discendenti la cappella di San Giuseppe nella adiacente basilica di San Lorenzo in Lucina. Nel 1731 Maria Francesca Ottoboni (1715-1758), figlia primogenita del Duca, sposò il principe Pietro Gregorio Boncompagni Ludovisi (1709-1747), che ottenne con fedecommesso papale il nome, le armi e i titoli degli Ottoboni, compreso il titolo di Duca di Fiano, trasmissibile agli eredi. Le facciate attuali del palazzo furono realizzate nel 1888 dall'architetto Francesco Settimj per conto del duca Marco Boncompagni Ludovisi Ottoboni. Nel 1898 il palazzo fu venduto a Edoardo Almagià. Nel XIX secolo, nel palazzo era in funzione il teatro Fiano, con ingresso da via del Corso 418, nel quale si tenevano spettacoli di marionette. Il teatro è citato anche da Stendhal che vi entrò nel 1817 per assistere ad uno spettacolo di marionette (Stendhal, Roma Napoli Firenze, tr. it., Melita, La Spezia 1982).

 

 

 

tombe della famiglia Lovatti in San Lorenzo in Lucina

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